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Massimo Boffelli: «Il Teatro Donizetti deve restare la casa culturale dei bergamaschi»

Intervista. Il direttore generale della Fondazione «Teatro Donizetti» riflette sul rapporto tra teatro, città e territorio: dalla funzione pubblica della cultura alla sfida di coinvolgere le nuove generazioni

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Teatro Donizetti

L’intervista a Massimo Boffelli, direttore generale di Fondazione «Teatro Donizetti», si inserisce nel progetto editoriale dedicato a realizzare un’istantanea della cultura bergamasca contemporanea. La conversazione si svolge nel suo ufficio, che affaccia sia su Città Alta che Città Bassa. Una prospettiva che sembra riflettersi anche nel rapporto tra la Fondazione e la città, costruito sull’attenzione ai pubblici, sull’apertura e su una relazione continua con il territorio.

L.L.: Fondazione «Teatro Donizetti» è una delle principali istituzioni culturali della città, capace di tenere insieme produzione, programmazione, formazione e relazioni internazionali. Quale funzione pubblica sente di assumere la Fondazione nella città Bergamo?

M.F.: La prima attenzione è anzitutto nei confronti dei cittadini bergamaschi perché il Teatro Donizetti, pur avendo una produzione e una dimensione internazionale, resta uno dei simboli culturali più importanti della città. Il rapporto con i bergamaschi, anche della Provincia, per me è fondante: c’è un’identità molto forte del cittadino nel proprio teatro, evidente soprattutto nella stagione di prosa, che negli anni ha costruito fidelizzazione, appartenenza e un numero alto di abbonati. Non è solo una questione di promozione o di qualità artistica, ma del piacere di venire a teatro, sentirsi a casa, essere parte di questo luogo. Accanto a questo c’è la responsabilità internazionale: Bergamo è cambiata moltissimo dal punto di vista turistico negli ultimi quindici anni e il teatro sente il dovere di realizzare una proposta culturale qualificata anche per il pubblico straniero. In questo senso i festival «Donizetti Opera» e «Bergamo Jazz» rappresentano due offerte di alto livello internazionale. I numeri ci confortano, ma questo non significa adagiarsi: dobbiamo restare pronti a raccogliere nuovi suggerimenti e nuove forme culturali. Inoltre, credo molto anche nelle radici profonde del Donizetti: da Riccardi, che fondò il teatro, a Cuminetti, Missiroli e Siebaneck, sono molte le figure che hanno dedicato gran parte della loro vita professionale alla crescita culturale del teatro e alla costruzione del rapporto con il pubblico: il festival «Bergamo Jazz» nasce nel 1969 grazie alla visione dell’APT e di Siebaneck; Cuminetti girava le biblioteche della provincia per promuovere la prosa; Gavazzeni e Missiroli hanno contribuito a seminare nel pubblico un rapporto con il teatro e con l’opera. Il Teatro Donizetti per questo poggia su una lunga storia e oggi la responsabilità è quella di mantenere, consolidare e non disperdere questo lavoro.

L.L.: Negli ultimi anni il Teatro Donizetti ha rafforzato la propria identità non solo come luogo di spettacolo, ma come infrastruttura culturale attiva durante tutto l’anno. In che modo questa trasformazione ha modificato il rapporto tra il teatro e la città?

M.B.: A seguito del restauro del teatro abbiamo sicuramente migliorato, anzitutto, l’accessibilità fisica agli spazi. Prima del restauro il teatro non aveva climatizzazione e dopo maggio, finito il «Festival Pianistico», eravamo costretti a interrompere la programmazione perché nei mesi estivi non era possibile assistere agli spettacoli con una certa comodità. Oggi invece il teatro vive fino a luglio e questo significa quasi tre mesi in più di attività rispetto al periodo pre-restauro. La riqualificazione delle sale e dei servizi è stata determinante, ma lo sono stati anche i nuovi spazi: penso alla «Sala Allianz», alla «Sala Tremaglia», completamente riammodernata anche dal punto di vista acustico, o al «Ridotto Gavazzeni». Questi spazi ci hanno consentito di ampliare molto l’offerta e soprattutto di vivere il teatro in maniera più trasversale durante tutto l’anno. Con questi nuovi spazi abbiamo potuto introdurre nuove rassegne e nuove attività, non solo nella sala principale. Oggi il teatro non è vissuto soltanto la sera o la domenica pomeriggio: viene vissuto anche al mattino e nel pomeriggio, con proposte musicali, culturali e divulgative. Penso alle «Lezioni di storia» del sabato mattina, che hanno avuto un ritorno sorprendente anche da parte dei giovani. Accanto a questo ci sono le visite guidate, i Cre estivi e tutte quelle attività collaterali che aiutano a far sentire il teatro sempre più come una casa dei bergamaschi. C’è poi tutto il lavoro che facciamo anche fuori dagli spazi tradizionali del teatro, penso al «Donizetti Studio» e alle attività in città. Questa esternalità del teatro mi piace molto, perché significa che il teatro non resta chiuso dentro sé stesso, ma esce verso la città e costruisce un rapporto continuo con il territorio».

L.L.: I dati nazionali mostrano una partecipazione culturale ancora fortemente diseguale per età, condizioni sociali e livello di istruzione. Dal vostro osservatorio, quali pubblici sentite oggi maggiormente coinvolti dalla proposta del Teatro Donizetti e quali invece faticate ancora a intercettare?

M.B.: Lo spettacolo dal vivo sconta sicuramente delle difficoltà e il tema principale riguarda il pubblico più giovane, soprattutto gli adolescenti. Però devo dire che, almeno su alcuni aspetti, Bergamo è un po’ un’isola felice. Penso alla stagione di prosa: sette titoli per otto recite ciascuno sono numeri molto importanti e difficili da trovare altrove. Sul pubblico adulto, dopo il Covid, vedo una grandissima voglia di tornare fisicamente nei luoghi della cultura. C’è ancora il desiderio di vivere insieme quel momento unico che è lo spettacolo dal vivo, stare accanto ad altre persone e condividere due ore che non saranno mai identiche alla replica del giorno dopo. Bergamo da questo punto di vista è una città molto ricettiva culturalmente. Dove invece bisogna investire di più è sul pubblico giovane. Noi lavoriamo molto sui giovani, ma il punto vero è riuscire ad attrarre gli adolescenti e fargli capire la bellezza del teatro, in mezzo alle mille proposte che arrivano dai social, dalla televisione e da tutti gli stimoli che li circondano. Lo spettacolo dal vivo però ha una dimensione più romantica e più bella da vivere. Noi lavoriamo con circa 17 mila giovani di tutte le età, ma non basta il biglietto scontato: bisogna avvicinarli davvero, attraverso laboratori, attività nelle scuole e percorsi costruiti insieme agli insegnanti. E qui per me gli insegnanti sono fondamentali: se riescono a trasmettere passione, allora scatta qualcosa. Noi possiamo mettere a disposizione strumenti, attività e percorsi, ma il presidio educativo resta decisivo, che sia la famiglia, un insegnante o qualcuno che sappia trasmettere ai ragazzi la curiosità e il desiderio di entrare a teatro. È lì che si gioca il futuro del pubblico.

L.L.: Negli ultimi anni la Fondazione ha investito molto anche sul rapporto con le nuove generazioni, attraverso progetti educativi e attività formative. Che ruolo può avere oggi un teatro nella costruzione di percorsi di crescita culturale e professionale per i giovani?

M.B.: Negli ultimi anni noi, oltre ai laboratori e al rapporto con le scuole, abbiamo costruito anche dei percorsi formativi. Naturalmente non con l’ambizione di sostituirci alle agenzie formative professionali, però mettendo a disposizione formatori qualificati e cercando di dare ai giovani una prima occasione di avvicinamento al teatro. Abbiamo, ad esempio, un percorso artistico, il «progetto Young», che consente a ragazzi e ragazze di fare una formazione di base e di capire se quella passione può diventare qualcosa di più. Non è una formazione esaustiva, ma può rappresentare un primo passo verso scuole professionali o percorsi più strutturati, e in qualche caso è già successo: abbiamo avuto anche giovani che poi hanno intrapreso la professione e questo ci rende molto orgogliosi. Accanto a questo c’è un altro tema che per me è molto importante: far capire che il teatro non è soltanto ciò che avviene sul palcoscenico. Da qualche anno abbiamo avviato anche percorsi legati ai mestieri tecnici del teatro, dall’illuminotecnica alla macchina scenica. Oggi i teatri fanno molta fatica a trovare figure come i macchinisti, che rischiano quasi di scomparire, e invece sono professionalità fondamentali. Per questo abbiamo pensato di costruire percorsi di avvicinamento anche ai mestieri del teatro, perché spesso il pubblico non immagina tutto il lavoro che esiste dietro uno spettacolo. Lo vediamo anche durante le visite nel retropalco: molti restano sorpresi dalla complessità della macchina teatrale. Nel nostro piccolo cerchiamo quindi di fare anche questo lavoro, cioè aiutare i giovani a scoprire che il teatro può essere non solo un’esperienza culturale, ma anche un possibile ambito professionale.

L.L.: Il tema della sostenibilità economica attraversa oggi tutte le istituzioni culturali. In una realtà complessa come Fondazione «Teatro Donizetti», come si costruisce l’equilibrio tra qualità artistica, sostenibilità gestionale, responsabilità pubblica e capacità di attrarre investimenti privati?

M.B.: Parto dalla responsabilità pubblica, perché per me è la cosa prioritaria. Fondazione «Donizetti» è una fondazione mista, con una maggioranza pubblica del Comune di Bergamo che considero determinante. Sono sempre più convinto che un teatro come il Donizetti debba avere una vocazione civica, cioè che l’amministrazione pubblica debba sentire il teatro come una responsabilità culturale della città e garantire un’offerta di qualità accessibile a tutti. Se questo equilibrio viene meno, il rischio è che prevalga soltanto una logica di mercato o di intrattenimento, che è legittima per un soggetto privato, ma che non può essere l’unico criterio di un teatro come il nostro. Alcune proposte culturali, penso anche a titoli più complessi o meno commerciali, difficilmente verrebbero sostenute solo da una logica di profitto, ed è per questo che il ruolo pubblico resta fondamentale. Detto questo, oggi non si può più pensare che sia soltanto il pubblico a sostenere la cultura. Il tema del mecenatismo e del rapporto con i privati è decisivo. Noi abbiamo la fortuna di avere circa il 50% delle risorse che arrivano dal mondo privato e questo è possibile grazie a un lavoro continuo di relazione e condivisione. Il privato va coinvolto, deve capire cosa fa il teatro e perché lo fa. Ci sono imprenditori che sostengono il teatro per sensibilità personale, altri che naturalmente vogliono anche capire quali risultati può generare il loro investimento: è normale ed è giusto così. Il punto però è costruire un rapporto che non sia a breve termine, ma un percorso condiviso. Oggi rispetto al passato è cambiato molto anche il rapporto col territorio. Per questo bisogna lavorare molto sul rapporto con le imprese e far capire che sostenere la cultura non significa soltanto finanziare uno spettacolo, ma contribuire alla crescita della comunità. Su questo devo dire che tanti imprenditori del territorio mostrano ancora una sensibilità importante e noi cerchiamo di costruire con loro un rapporto stabile, fatto di condivisione e fiducia reciproca.

L.L.: Se dovesse indicare la sfida più importante che attende nei prossimi anni la Fondazione Teatro Donizetti, non solo sul piano artistico ma nel rapporto tra cultura, città e comunità, quale individuerebbe?

M.B.: Le sfide per me sono principalmente due. La prima è non abbassare mai la qualità e l’attenzione. Ad oggi abbiamo circa 70 mila presenze all’anno ed è giusto esserne soddisfatti, ma questo non deve mai portare ad adagiarsi. Il pubblico si affida al teatro e continua a seguirlo finché sente di potersi fidare, e quella fiducia passa dalla qualità artistica, dalla serietà delle proposte e dalla capacità di intercettare anche nuove forme culturali e spettacolari. Bisogna continuare a lavorare per mantenere un’offerta all’altezza e per non tradire il rapporto costruito con il pubblico. La seconda sfida riguarda invece il rinnovamento del pubblico e il rapporto con le nuove generazioni. Io da questo punto di vista sono ottimista, perché non credo affatto che i ragazzi siano disinteressati al teatro. La questione vera è capire quali opportunità gli vengono offerte e in che modo li si coinvolge. Quando vedo una platea con dei giovani, per me è un segnale molto importante. Vuol dire che c’è interesse, che quella curiosità esiste ancora. E allora la sfida più grande, pensando al futuro, è riuscire a lasciare un teatro con una presenza sempre maggiore di pubblico giovane, un teatro capace di continuare a costruire un rapporto vivo con le nuove generazioni.

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