In questa rubrica, complice il titolo che ci eravamo dati, «psicogeografie», ho parlato spesso di viaggi e del viaggiare, dando forse l’impressione di essere sempre in movimento. In realtà la mia vita è piuttosto stanziale, il mio lavoro porta abbastanza naturalmente a metter radici profonde e ferme. E anche in viaggio, d’altra parte, amando io i mezzi di trasporto più lenti possibile, i miei piedi e i treni soprattutto, mi trovo spesso ad attendere un treno in una stazione o a stare fermo a riposare. Se, in un mondo in continua accelerazione, la scelta della lentezza può apparire controcorrente, la pausa e la sosta appaiono eretiche, addirittura rivoluzionarie (e di rivoluzione ho parlato altre volte, in maniera oblique e trasversale in questo articolo e in quest altro) e quindi, “ci piacciono”.
Può capitare che il contrasto fra ciò che ci circonda la nostra immobilità ci faccia sentire una sorta di dissociazione e quindi ci dia la sensazione di esser “fuori posto”, o che stiamo sbagliando qualcosa, o di star perdendo tempo. Questo può accentuare il disagio di situazioni in cui non abbiamo scelta e ci ritrova nella costrizione a una sosta forzata, perché muoversi è impossibile. Eppure spesso una sosta è necessaria, sia perché, tornando alla metafora del viaggio, abbiamo bisogno di riposare o il mezzo che dobbiamo prendere tarda ad arrivare. Qui il nostro vissuto può cambiare molto in base all’atteggiamento che adottiamo di fronte allo star fermi. Possiamo arrabbiarci, imprecare e viverla male, o darvi un senso e vivercela in altro modo. In un racconto intitolato «L’autostrada del Sud», raccolto in «Tutti i fuochi il fuoco» Julio Cortázar racconta di un gigantesco ingorgo che blocca svariate persone sull’autostrada e durante il quale, col passare del tempo, si creano amicizie, amori, relazioni commerciali fra gruppi che hanno cibo e gruppi che hanno bevande, qualcuno che ha contratti con i contadini della zona.
Nel mio piccolo ho assistito a un evento simile nella realtà: ero in autostrada e la carreggiata opposta alla mia era completamente bloccata per un grave incidente, e ho visto diverse persone scese dalla macchina chiacchierare fra loro. Confesso che un po’ ho invidiato quelle persone e la loro pausa fortuita, mentre sfrecciavo a una velocità che non mi è consona né abituale verso il mio lavoro dell’epoca! E questa è una delle grandi contraddizioni di oggi: spesso desideriamo una pausa, ma non possiamo (o non vogliamo) concedercela, a volte sentiamo di non meritarcela, o addirittura ci sentiremmo in colpa se ce la prendessimo, come se badare ai nostri umani bisogni facesse un torto a qualcuno. Specialmente quando siamo in ambito lavorativo, il senso di colpa dovrebbe essere un doppio campanello di allarme: il senso di colpa, infatti, ci parla di paura di abbandono e di perdere l’amore e già dovrebbe esser fuori luogo in famiglia, dove è legittimo aspettarsi amore incondizionato, figuriamoci in un’azienda, dove un codice famigliare dovrebbe esser guardato con sospetto.Che sia ricercata, meritata e voluta, oppure al contrario forzata e fortuita, più o meno spesso la pausa arriva. Cosa possiamo fare, dunque, di questo tempo?
Innanzitutto credo si utile fare un piccolo gioco di parole, un anagramma, e considerare il tempo non “perso”, ma “preso”, e assumerci responsabilità e potere della decisione di cosa fare con questo tempo. È nostro, possiamo addirittura vederlo come un dono (un presente, per restare nel campo semantico del tempo). Per chi la pratica, si può fare una qualche forma di meditazione. Una collega milanese, che si stava studiando i protocolli mindfulness (una pratica occidentale di meditazione, studiata soprattutto per far fronte allo stress), coglieva l’occasione del traffico urbano per lavorare sul proprio respiro. Chi ha una vena creativa, può dedicarsi alla propria musa. O ascoltare musica, leggere un libro. Sono solo alcuni esempi che ci portano a cosa possiamo fare durante una pausa o una sosta. Ma va benissimo anche decidere di usare quel tempo per non far nulla, (non)attività quantomai sottovalutata. Se riempiamo tutto, tempo e spazio, rischiamo di sentirci soffocare e di trovarci a riempire e saturare il vuoto, che è soprattutto uno spazio di possibilità per la creazione o la comparsa di qualcosa di nuovo e inaspettato. Abbiamo bisogno di vuoto e di nulla, anche se spesso ne abbiamo paura e arriviamo a non concederci le pause e il tempo di cui abbiamo bisogno. Il rischio poi è che la vita ci porti a una pausa forzata e ci costringa a fermarci, a volte con un malessere non che non possiamo ignorare.
In ambito lavorativo, la sindrome del burnout è proprio questo: si viene bruciati o ci si brucia per il troppo lavoro e la mancanza di momenti di vuoto. Sembra di non avere nemmeno il tempo di respirare. E perché non ce lo prendiamo, rischiando, nemmeno troppo metaforicamente, di soffocare? A volte perché siamo influenzati da un codice familiare, per cui magari non sentiamo di avere il diritto di dire la nostra, di prenderci i nostri spazi, di badare al nostro benessere, per esempio. Non si tratta né di egoismo né di narcisismo, parole che a volte vengono abusate per manipolarci a trascurare un sano amor proprio. Si tratta di «egosintonia», parolaccia “psicologese” che indica una tendenza ad agire in un’ottica di rispetto di sé e del proprio ben-essere, qualcosa di più di una semplice e basilare sopravvivenza, qualcosa che ci meritiamo e verso cui possiamo muoverci. A volte può voler dire dover mettere confini e limiti a situazioni, non solo lavorative, davvero soffocanti.
E, per non soffocare, un ottimo alleato è il respiro, che ci può dare un prezioso segnale quando sentiamo che diventa sottile o flebile, e prenderci delle pause, anche minime, per respirare. La “pausa sigaretta” ha una premessa saggia, il bisogno di cambiare aria e prendersi del tempo per respirare profondamente, e un finale poco salutare che sconsiglio vivamente: la combustione e il respiro di cenere e polveri. Ma l’idea di alzarci dalla nostra posizione (o di fermare la nostra simbolica o reale corsa), cambiare ambiente e regalarci una pausa, anche solo per fare qualche respiro profondo, può essere un buon inizio per riappropriarci del nostro tempo.
