Pochi giorni fa si è festeggiato il 25 aprile, la Festa della Liberazione. Trovo bellissimo vedere le strade e le piazze riempirsi di colori e persone che prendono il posto delle auto e dei mezzi inquinanti. Uno dei momenti che preferisco delle celebrazioni è il concerto che, come vuole la tradizione, si svolge in Città Alta, i cui tutti ballano insieme: un’esperienza importante e rivoluzionaria, come scrivevo qualche mese fa.
Fra le canzoni più cantate e ballate, naturalmente, c’è «Bella ciao», che a un certo punto cita il «fiore del partigiano, morto per la libertà». Non so quale fosse questo fiore - spesso per stagionalità e colore si accosta un papavero - ma simbolicamente trovo che molti fiori siano rivoluzionari, a cominciare dalle così dette piante infestanti, capaci di insinuarsi nelle crepe dell’asfalto e romperlo, lasciando spazio, per esempio, a uno splendente tarassaco, giallo come un piccolo sole. In qualche modo, fanno quello che lo scrittore Italo Calvino descrive come il secondo modo per non soffrire nel presente inferno dei viventi, un modo che «è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio»: lentamente ma inesorabilmente allargano le crepe e danno spazio, aria e possibilità di esistere a fiori, dove prima c’era solo un manto uniforme e scuro di asfalto.
Mi piace pensare che la stessa cosa, su un piano simbolico, possa succedere anche a noi. Leonard Cohen, in «Anthem» canta «There is a crack in everything, that’s how the light gets in» («C’è una crepa in ogni cosa, è così che entra la luce»). Forse le ferite che subiamo, e che ancora ci fanno male, possono far entrare luce e illuminare parti di noi nascoste in profondità. Forse, possono anche essere la crepa in cui qualche seme infestante potrà far nascere fiori. Sarà per la ricorrenza della Festa della Liberazione, o per il mio essermi occupato recentemente di gioia e felicità, ogni tanto mi piace inventare delle etimologie fasulle ma per me significative: tanto che mi piace pensare che queste piante infestanti portino la festa nel duro asfalto, e che potrebbe esistere qualcosa che “in-festi” la nostra psiche ferita.
Non è detto che sia proprio sempre una festa: quando siamo in contatto con le nostre parti ferite, probabilmente non abbiamo voglia, e forse nemmeno bisogno, di festeggiare. Può essere che una distrazione possa anche farci bene, darci un attimo di respiro, pur rimandando il momento della cura delle ferite e, forse, anche della “fioritura”. Lo psicanalista svizzero, Carl Gustav Jung, diceva a una paziente che certe cose non possono esser superate, ma vanno attraversate: non si possono accelerare i tempi della natura. E Alexander Lowen, psicoterapeuta statunitense, diceva che le lacrime spesso sono come pioggia nel deserto.
Pur amando le allegre danze popolari, spesso per me funziona una sorta di «omeopatia emotiva»: per esempio mi prendo cura delle mie tristezze ascoltando musica triste e mi sento di attraversare la tristezza in qualcuno che l’ha fatto prima di me, sfruttando l’abilità e l’arte di farla fiorire in musica. Allo stesso modo, possiamo cercare cosa funziona per noi, cosa pur nel dolore può portare fertilità, respiro, vita.
In occasione di una visita guidata sull’Etna, la guida ha portato il piccolo gruppo - in quattro, stretti sulla sua macchina - in una grotta formatasi durante una colata di lava in una grande eruzione del passato. In pratica, una grande bolla d’aria circondata da uno spesso strato di lava. Dal soffitto della grotta spuntavano e penzolavano verso il basso dei sottili filamenti. La guida che ci accompagnava ci ha raccontato che quei filamenti sono le radici di una varietà etnea della ginestra che, a differenza dall’arbusto che è più frequente vedere dalle nostre parti, ha una struttura arborea ed è capace di far breccia con le radici anche in strati di lava solida e senza crepe. È la prima pianta colonizzatrice che crepa la roccia, dando spazio e possibilità alle altre piante di poter far crescere i propri semi.
Una pianta simile alla ginestra dà speranza anche a una delle catastrofi peggiori, come l’eruzione di un vulcano che, per certi versi, è peggiore di un terremoto per un sistema naturale. Può rendere il deserto fertile: il poeta Giacomo Leopardi, ispirato da un viaggio sul Vesuvio, ne scrisse un famoso Canto, in cui la definisce proprio «il fiore del deserto».
Da psicoterapeuta mi interesso e in qualche modo “opero” sui cambiamenti individuali, sul portare le persone a diventare ciò che sono e ad allentare le proprie tensioni in modo da sciogliere quella che Wilhelm Reich, medico e psichiatra statunitense-austriaco, ha definito «corazza caratteriale» e che è, semplificando, l’insieme di blocchi che più o meno inconsapevolmente ci imponiamo, limitando la nostra libertà e la nostra vitalità. Sono convinto che spesso il nostro più grande sabotatore, giudice e inquisitore sia dentro di noi, e che la ricerca della libertà debba iniziare dentro di noi, per poi essere efficace sulle strade e nelle piazze. Il mio invito, dunque, è di provare a in/festare le nostre vite, cercando di capire come e cosa seminare per far fiorire le nostre ferite.
