Crisi di Suez, la logistica cambia rotta

Vittorio Emanuele Parsi: «Nel Mar Rosso cresce l’insicurezza e molte compagnie evitano il canale; tra noli, assicurazioni e tariffe in aumento, la soluzione passa dalla geopolitica e dal nodo Yemen-Iran-Arabia Saudita»

6 giorni fa

Logistica e commercio dipendono strettamente dalle relazioni internazionali e dalla geopolitica globale. Il trasporto marittimo dall’Asia all’Europa - verso il Mediterraneo, in particolare - è stato fiaccato dalla riduzione dei traffici attraverso il canale di Suez. Chiuso nel 2021 a causa dell’incagliamento della portacontainer Ever Given e poi drasticamente ridimensionato, dal 2024 a oggi, a causa dell’azione dei ribelli Houthi in Yemen, il canale di Suez rappresenta uno snodo cruciale per tutti i traffici che collegano il Mediterraneo con il Medio Oriente, l’India e la Cina (e viceversa). Abbiamo parlato della crisi di Suez e delle sue possibili soluzioni con Vittorio Emanuele Parsi, docente di Studi strategici all’Università cattolica del Sacro Cuore, direttore del master in economia e politiche internazionali dell’Aseri, politologo e saggista.

Uno dei maggiori problemi internazionali per la logistica riguarda il canale di Suez. Perché oggi molte compagnie di navigazione preferiscono evitarlo, circumnavigando l’Africa con rotte più lunghe e costose?

Perché l’imbocco del Mar Rosso, lo stretto di Bab el-Mandeb, è un’area sempre meno sicura. E questa pericolosità si ripercuote su tutta la filiera: aumentano i noli, aumentano le assicurazioni e aumentano le tariffe: oggi la rotta attraverso Suez è sì la più corta che collega Asia ed Europa, ma è anche più costosa di un tempo e più incerta.

Quali sono le cause di questa insicurezza?

La principale è la guerra civile in Yemen. Visto che i ribelli yemeniti, gli Houthi, sono molto vicini a Teheran, è possibile che anche un riacutizzarsi delle tensioni tra l’Iran e gli Stati Uniti possa gravare indirettamente sulla stabilità dell’area. Quest’ultima eventualità non è così improbabile, visto che Trump e l’attuale governo israeliano sono strenui oppositori dell’Iran. Una ripresa delle ostilità da parte americana o di un loro alleato contro l’Iran avrebbe effetti indiretti sulla sicurezza del Mar Rosso e del Golfo Persico, questo è certo.
Poi c’è il fronte africano, dove la pirateria imperversa. Tutta l’Africa orientale è un’area in cui l’instabilità va e viene: oggi il Sudan è in guerra e il Sud Sudan attraversa una profonda crisi umanitaria, mentre la Somalia è dilaniata da un conflitto civile. Persino Kenya ed Etiopia non sono così stabili come sembrano.

Quando le tensioni tra Israele e Iran erano al massimo e gli Houthi hanno iniziato a colpire le navi occidentali, alcuni Paesi hanno iniziato a scortarle con le loro marine militari. È una soluzione ai problemi di Suez?

No, perché è una politica così costosa da risultare insostenibile e perché distrae le marine militari da altri fronti. Un conto sono le operazioni di controllo e pattugliamento organizzate insieme da più nazioni, che ripartiscono costi e risorse tra diversi Paesi. Molto più complicato è pensare che ogni convoglio commerciale possa avere una scorta. In primis perché vorrebbe dire far viaggiare le navi in convoglio, ed è più complesso di quanto appaia. E poi perché la quantità di navi militari da usare per presidiare queste tratte sarebbe enorme. C’è un problema di regole di ingaggio: una scorta efficace deve avere delle autorizzazioni precise per compiere delle azioni offensive nei confronti di un potenziale pericolo. E ottenerle non è semplice, così come è difficile giustificarle di fronte al diritto internazionale.

Come crede che evolverà lo scenario del canale di Suez?

C’è un forte interesse da parte dell’Egitto e degli altri Paesi arabi della regione a risolvere la situazione per avere un canale funzionante. Il Cairo ha investito una cifra spaventosa per raddoppiare la portata di Suez e non vuole che i soldi vengano buttati alle ortiche. E l’Egitto è un Paese molto forte nella regione, con buoni allacci diplomatici. Anche i Paesi mediterranei, tra cui l’Italia, sono dalla sua parte. Questo mi fa pensare che prima o poi arriveremo a una soluzione.

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Il nodo resta il conflitto civile in Yemen: ci sono delle forze pronte a risolverlo?

La questione lì è trovare un accomodamento tra le fazioni in guerra. Il che significa far sedere al tavolo i loro sponsor, cioè l’Arabia Saudita e l’Iran. Se Riyadh e Teheran trovano una soluzione, il conflitto termina. Ad oggi credo che l’Arabia Saudita sia ben disposta a trovare una via d’uscita, e credo che lo sarebbero anche gli iraniani, che hanno già abbastanza guai e non possono permettersi di tenere aperto un altro fronte.
Il problema più grande è che gli Houthi sono l’ultimo grande “proxy” [fazioni alleate tramite le quali vengono condotte le “guerre per procura”, o “proxy wars”; ndr] dell’Iran, dopo che Hezbollah e Hamas sono stati messi in ginocchio. Non sappiamo se Teheran sia disposta a perdere una delle poche leve che le sono rimaste in Medio Oriente. Senza contare che c’è un attore regionale che ha interessi diversi: Israele, soprattutto sotto il governo Netanyahu, rappresenta un fattore di complicazione della crisi di Suez.

Rotte marittime globali

Il commercio internazionale si basa su poche rotte marittime consolidate.Tra due porti c’è un numero potenzialmente infinito di rotte, ma la configurazione dei trasporti moderni, per garantire l’efficienza delle traversate ed evitare ostacoli di natura fisica e geopolitica, è quella della mappa presente in queste due pagine: le tratte più battute sono poche e coprono distanze lunghissime. Le rotte marittime transitano nella maggior parte dei casi da alcuni punti di passaggio pressoché obbligati, che nel tempo sono diventati dei colli di bottiglia strategici per il controllo dei commerci globali. Tante potenze, nel tempo, hanno combattuto per la supremazia su quelle che alcuni studiosi chiamano le “giugulari dell’economia globale” - perché basta reciderne una per distruggere i flussi commerciali dell’intero pianeta. La mappa, elaborata dal prof. Jean-Paul Rodrigue, studioso dei trasporti marittimi del Dipartimento di Amministrazione aziendale marittima della Texas A&M University di Galveston, indica quali sono i colli di bottiglia principali e secondari nel trasporto marittimo e quali sono le principali direttrici del commercio globale.

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