In Italia ci sono sempre più data center: i centri del supercalcolo nel nostro Paese hanno raggiunto quota 209 secondo i dati al 31 dicembre 2025. Le comunità che ospitano queste strutture e le associazioni ambientaliste si sono già dimostrate scettiche - quando non apertamente critiche - nei loro confronti, mentre la Lombardia - con 49 data center attivi, 33 dei quali a Milano - è stata la prima regione a introdurre delle regole per i data center. La
La corsa al digitale mette alla prova
il territorio lombardo
Milano raccoglie il 68% della potenza installata in Italia, ma la crescita coinvolge tutto il Paese: sono 83 i nuovi progetti annunciati per il 2026-2028, con 25,4 miliardi di euro di investimenti potenziali.
Lettura 3 min.legge regionale presenta dei paletti sul consumo del suolo, promuovendo gli investimenti di riqualificazione delle aree dismesse (brownfield) rispetto a quelli che occupano suoli vergini (greenfield), e impone l’utilizzo di fonti energetiche rinnovabili, il contenimento dei consumi idrici e il recupero del calore prodotto. A spiegare opportunità e rischi della nuova ondata di data center in arrivo nel nostro Paese è Marina Natalucci, direttrice dell’Osservatorio data center del Politecnico di Milano.
Perché molti data center scelgono di insediarsi in Lombardia?
«Milano concentra il 68% della potenza installata in Italia. Le ragioni dello squilibrio verso il capoluogo lombardo sono diverse e si rafforzano a vicenda: un tessuto industriale molto sviluppato, la presenza di infrastrutture di connettività, la disponibilità di connessioni in alta tensione e un ecosistema di operatori già consolidato. Bisogna però distinguere tra le diverse dimensioni delle infrastrutture. La concentrazione su Milano riguarda soprattutto i data center di grande potenza. I data center di media e piccola potenza sono invece già distribuiti su tutto il territorio nazionale. Dopo Milano, il secondo polo dei data center è Roma. Altri territori potrebbero risultare interessanti, a partire da quelli raggiunti dai grandi cavi sottomarini».
Quali sono i problemi che mettono in allerta le comunità vicine ai siti in costruzione?
«Le preoccupazioni riguardano il consumo energetico e di acqua, l’occupazione del suolo, il rumore e, in generale, il rapporto tra l’infrastruttura e il territorio che la ospita. Sono domande legittime, ma vanno affrontate evitando di trasferire al caso italiano situazioni osservate altrove. L’Italia, per esempio, non sta vivendo oggi lo stesso fenomeno osservato in alcune aree degli Stati Uniti: la maggior parte delle nostre infrastrutture supporta carichi di lavoro tradizionali, mentre i data center progettati per l’IA, caratterizzati da una densità di potenza maggiore, sono ancora pochi. Bisogna evitare la polarizzazione tra chi considera ogni nuovo investimento positivo e chi vede nei data center soltanto un problema ambientale».
La Lombardia è stata la prima regione a dotarsi di un regolamento sulla costruzione dei data center. C’è il rischio che riduca l’attrattività della nostra regione per i nuovi progetti?
«Regole chiare non rendono necessariamente un territorio meno attrattivo. Per un investitore serio la certezza delle procedure e dei tempi garantita dal regolamento rappresenta un valore. Una trasformazione di queste dimensioni non può essere governata lasciando ogni Comune a confrontarsi da solo con grandi operatori internazionali. Una cabina di regia nazionale può rafforzare la capacità delle comunità locali di gestire questi investimenti».
Crede che le regole adottate da Regione Lombardia siano sufficienti per abbattere l’impatto ecologico dei data center?
«La direzione è quella corretta perché consente di affrontare la sostenibilità già nella fase di progettazione dell’infrastruttura. Il tema dei brownfield è particolarmente importante: un nuovo data center può diventare l’occasione per recuperare un’area industriale dismessa invece di occupare nuovo suolo verde. Lo stesso vale per l’efficienza energetica, l’utilizzo crescente di fonti rinnovabili, la gestione dell’acqua e il recupero del calore. Nessuna singola misura può però azzerare l’impatto di un’infrastruttura di questo tipo. La sostenibilità va letta in maniera sistemica e dipende dalla localizzazione, dalla tecnologia utilizzata, dal mix energetico, dalle modalità di raffreddamento e dall’integrazione con il territorio. Politiche digitali e politiche energetiche saranno sempre più collegate e la crescita dei data center può diventare anche uno stimolo ad accelerare gli investimenti nelle fonti rinnovabili».
Alcuni esperti vedono l’Italia come un possibile «hub del Mediterraneo» per i data center. È una previsione realistica?
«L’Italia ha due caratteristiche particolarmente interessanti. La prima è la domanda interna: siamo una delle principali economie europee, abbiamo un tessuto industriale importante e una domanda di servizi digitali che ha ancora margini significativi di crescita, soprattutto tra le PMI. La seconda è geografica. Essere al centro del Mediterraneo e ben collegati tramite i cavi sottomarini ci pone in una posizione interessante. La competizione però esiste: Madrid è uno dei principali competitor di Milano e gli investitori internazionali possono sempre scegliere dove localizzare i propri progetti».
Quali sono le previsioni dell’Osservatorio per la crescita del settore in Italia e in Lombardia nei prossimi anni?
«Nel 2025 l’Italia ha raggiunto 609 MW IT di capacità installata e per il 2028 stimiamo che possa arrivare tra 1,3 e 1,4 GW IT. Circa 1 GW potrebbe concentrarsi nel milanese. Per il triennio 2026-2028 abbiamo rilevato 83 nuovi progetti annunciati e 25,4 miliardi di euro di investimenti potenziali, anche se l’esperienza ci insegna che una parte potrà subire slittamenti. Una maggiore capacità infrastrutturale comporterà un maggiore utilizzo di risorse e proprio per questo la crescita deve essere governata insieme alla trasformazione del sistema energetico».
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