Una passeggiata nei boschi, anche breve, richiede non solo una buona preparazione fisica, ma anche attenzione a ciò che cresce lungo il percorso. Riconoscere specie erbacee, arbustive e bacche è, infatti, importante per evitare errori che, in alcuni casi, possono avere conseguenze anche gravi sulla salute. Lo dimostrano gli ultimi episodi registrati in provincia: lo scorso agosto due persone sono state ricoverate all’ospedale di Piario per un’intossicazione dopo aver ingerito bacche di belladonna, scambiate per mirtilli e raccolte nei boschi di Clusone. Stiamo parlando di piante velenose anche comuni, spesso difficili da distinguere da piante simili e del tutto innocue. Vediamone alcune.
Bacche, fiori e foglie possono nascondere pericoli lungo i sentieri
Colori vivaci, frutti invitanti e forme familiari possono trarre in inganno. Tante specie contengono, infatti, principi attivi capaci di provocare avvelenamenti anche gravi. Imparare a riconoscerle è importante per chi frequenta boschi e prati.
Lettura 2 min.La già citata belladonna (in botanica Atropa belladonna) deve il suo nome di genere ai potenziali effetti letali. Le foglie sono semplici, picciolate, di forma ovale-lanceolata e, come il fusto, sono ricoperte di peli ghiandolari responsabili dello sgradevole odore emanato dalla pianta. I frutti sono lucide bacche nere, di piccole dimensioni, che possono essere facilmente scambiate per mirtilli, ma sono altamente tossiche per la presenza di atropina, un alcaloide che agisce sul sistema nervoso centrale.
Tra le specie più pericolose e comuni si può incontrare nelle zone alpine l’aconito napello (Aconitum napellus), specie erbacea rustica che fiorisce da giugno ad agosto. Si riconosce per i suoi fiori raccolti in spighe a forma di elmetto di colore blu-viola intenso. Tutte le sue parti sono tossiche già al contatto: al suo interno è contenuta, infatti, l’aconitina che causa tachicardia e in alcuni casi arresto respiratorio.
È bene dare la massima attenzione anche ad una pianta aliena invasiva, oggi molto diffusa nelle zone prealpine: il pànace di Mantegazza. Introdotta come pianta ornamentale dal Caucaso nell’Ottocento, è pericolosa perché la sua linfa contiene sostanze chimiche chiamate «furocumarine» che, a contatto con la pelle e se esposte alla luce del sole, provocano gravi ustioni, vesciche dolorose e lesioni che possono lasciare cicatrici permanenti o causare cecità se a contatto con gli occhi.
Un altro piccolo arbusto molto comune che provoca irritazione è la dafne o «fior di stecco» (Daphne mezereum). Specie arbustiva dai fiori profumati, di colore rosa porpora, tutte le sue parti contengono sostanze irritanti. Pericolosi sono anche i suoi frutti: una decina possono essere letali per un adulto, due o tre per un bambino.
Da non sottovalutare, nei boschi umidi e freschi su terreno calcareo, il tasso (Taxus baccata), una conifera che possiede un’elevata velenosità in ogni parte della pianta e, non a caso, viene anche chiamata «albero della morte». Altre specie velenose da guardare e non toccare sono la digitale purpurea (Digitalis purpurea), che cresce sui pendii montani e nelle radure. Si riconosce per i grandi fiori rosa violacei o porpora, a forma di campanula allungata o a tubo, che ricordano ditali per cucire. L’ingestione accidentale di foglie, fiori o semi può causare gravi intossicazioni e persino l’arresto cardiaco.
La cicuta (Conium maculatum) cresce spontanea ed è molto diffusa in campagna, nelle zone fresche o bagnate da rigagnoli e piccoli corsi d’acqua. È altamente tossica per la presenza di cinque alcaloidi che possono portare a un esito fatale. Nei pascoli e nei boschi radi delle zone montane cresce, invece, il veratro bianco (Veratrum album), che può essere confuso con specie commestibili come l’Allium ursinum e la genziana maggiore.
Nei boschi e luoghi freschi, nonché nei campi coltivati, cresce la dulcamara (Solanum dulcamara), tra le più comuni cause di avvelenamento nei bambini per gli invitanti frutti rossi che possono essere scambiati per ribes commestibili. Una pianta molto diffusa ai bordi delle strade e nei pressi di edifici abbandonati è lo stramonio comune (Datura stramonium), chiamata anche «erba del diavolo» perché in ogni sua parte contiene una potente concentrazione di alcaloidi.
Attenzione anche all’oleandro, al ricino, alla ruta e al colchico d’autunno (Colchicum autumnale), chiamato anche «falso zafferano». Il colchico fiorisce in autunno ed è mortale per l’uomo se ingerito anche a basse dosi.
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