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Cosa i reparti di maternità potrebbero imparare dagli hospice

Articolo. Ho un ricordo più felice del luogo dove è morta mia madre che di quello dove è nata mia figlia. L’accompagnamento alla nascita non è solo un fatto sanitario e meriterebbe la stessa attenzione che si dedica ai morenti

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(Foto Shutterstock.com)

Mia madre è morta in un hospice e mia figlia è nata in un ospedale pubblico, sempre nella provincia di Bergamo. Sottolineo la parola “pubblico” perché il Sistema sanitario nazionale è la nostra più grande ricchezza, sono riconoscente che esista e preoccupata che possa non esistere più.

In entrambi i casi è andato tutto “bene”: mia madre è morta con serenità e mia figlia è nata in salute. Non devo denunciare episodi sgradevoli né tantomeno casi di malasanità. Tuttavia, avendo vissuto entrambe le esperienze nel giro di pochi mesi, mi ha colpita la profonda differenza dei due ambienti. E quanto fosse più stressante, cupo e respingente l’ambiente dedicato alle nuove nascite rispetto a quello dedicato al trapasso.

La primavera che è morta mia madre

La primavera che è morta mia madre guardavamo i monti diventare verdi dalle finestre dell’hospice. La sua camera sembrava quella di un hotel a gestione familiare di buon livello: ampia, luminosa, pulita, con un bel balcone e una splendida vista, doppia a uso singola (il secondo letto era per chi si fermava con lei la notte), servizio in camera, tv privata. Accesso al giardino, ma mia madre era già troppo debole per alzarsi. Nella sua camera – senza orari di visita – abbiamo riso, scherzato, lavorato, festeggiato ricorrenze, portato bambini, amici, vicini di casa, ex colleghe, guardato vecchi film, mangiato, parlato, vissuto.

Mi commuove pensare alla cura da cui è stata circondata mia madre: se voleva un gelato glielo portavano, se ne voleva tre di fila idem(pensate, non doversi più preoccupare se troppo zucchero ci farà male), poteva ricevere un massaggio, accarezzare un cane, guardare la tv, chiedere conforto spirituale o della morfina. Il personale era rilassato, sollecito e gentile. Straordinariamente gentile, e questa – nella mia esperienza con medici e ospedali, fortunatamente limitata – è un’assoluta eccezione. Mi sono chiesta quale sia il motivo. Forse lavorare in un hospice è una vocazione riservata ad animi eletti? Oppure tanto sanno che il paziente muore, quindi sono meno stressati? Ricevono una formazione particolare e un supporto per elaborare il carico emotivo, che non dev’essere leggero? Hanno ritmi più blandi, sono meno a corto di personale?

Qualunque cosa sia, funziona, e vorrei tanto potesse essere importata altrove: nello studio del medico di famiglia oberato che a malapena ti guarda in faccia, nel Pronto Soccorso dove la mia amica infartuata è stata trattata come una lamentosa che faceva troppe storie, negli studi privati dei professionisti dove paghi centinaia di euro per sentirti dire che «è solo stress» e non ultimo nei reparti di maternità, dove la sensazione di essere un peso è costante.

«Non posso mica stare lì a tenerle la mano»

«Non posso mica stare lì a tenerle la mano», era appena nata mia figlia e origliavo dal mio letto la conversazione di un’ostetrica, che raccontava a una collega del parto della sera prima. La partoriente – evidentemente sola – le richiedeva presenza costante e di tenerle la mano, aveva paura. «Mi dispiaceva, ma con tutto quello che c’è da fare, non potevo certo stare lì fissa». In un reparto di maternità i ritmi sono spesso frenetici, e tenere la mano alle pazienti non credo sia inserito nel mansionario di nessun professionista sanitario. Eppure dovrebbe, o no?

Scegliamo dove partorire con grande senso di responsabilità: che ci sia la terapia intensiva neonatale, che in caso qualcosa vada sorto (il parto è un terno al lotto, mi fa sorridere chi pensa sia tutto pianificabile) abbiano tutti gli strumenti per salvare la vita a noi e al bambino, che non facciano troppe episiotomie e parti cesarei (ma neanche troppo pochi: mica vogliamo che si intestardiscano per forza con il parto “naturale” se la situazione è critica), che abbiano sistemi di gestione del dolore. Ed è sacrosanto, prioritario. Ma chiunque abbia partorito e si sia trovata nel mezzo di un cambio turno sa quale enorme differenza faccia una “brava” ostetrica da una “cattiva” ostetrica. E in quel “brava” ci sono tantissime sfumature: competenza, esperienza – certo – ma anche e soprattutto capacità di dare supporto emotivo, spiegare, incoraggiare, sopportare, accompagnare, farsi carico. E in quel “cattiva” c’è tutto il resto: dalla cosiddetta violenza ostetrica (da denunciare) alla semplice freddezza, frettolosità, commenti acidi e trattamenti bruschi.

Tra le cause della denatalità ci sono anche i parti traumatici

Tra le cause della denatalità ci sono anche i parti traumatici: donne che dopo un primo parto tremendo (o vissuto come tale) a distanza di mesi e anni portano ancora i segni nel corpo e nella mente di procedure d’urgenza, lesioni fisiche, dolore insostenibile, commenti umilianti, situazioni degradanti e decidono di non ripetere l’esperienza nemmeno per sbaglio.

Lo so cosa qualcuno starà pensando: che sono tutte storie, che fin dalla maledizione biblica le donne hanno partorito con dolore, che prima di figli se ne facevano dieci, e stando zitte. Che volete che vi dica: prima si moriva di cancro fra dolori atroci, come se una muta di cani vi divorasse dall’interno, ora – spero ovunque in Italia sia così – non più. Abbiamo elevato i nostri standard , grazie al lavoro benemerito dell’Associazione Cure Palliative. Facevano “troppe storie” anche i malati terminali? Possiamo pretendere di stare meglio?

Forse con una persona in più a “tenere la manina” si farebbero più secondi e terzi figli. Forse se le madri si sentissero più coccolate, e non semplicemente il guscio vuoto da cui è uscito un bebè, avrebbero più voglia di ripetere l’esperienza. Se non si pretendesse da loro la massima efficienza dopo il parto, se non fossero colpevolizzate per il fatto di essere andate a farsi una doccia lasciando il figlio in camera, se non fossero trattate come deficienti perché non sanno come allattare o cambiare un neonato, se qualcuno portasse loro un gelato e le facesse dormire. Se.

La solitudine

Tra il mio primo e il mio secondo post parto la differenza principale è stata la solitudine. La mia prima esperienza fu in un reparto maternità abbastanza vecchiotto, come ormai non ne esistono più (quello dov’ero io, nello specifico, chiuse durante il Covid): neonatini in vetrina, da andare a sbirciare per indicare il tuo ai parenti in visita; orari fissi in cui i bebè erano tutti insieme fuori dalle camere, affidati alle puericultrici per il giro di controlli, mentre le mamme potevano riposare per i fatti loro. La mia camera – doppia a uso singola, non c’erano stati molti parti – era un porto di mare di amiche che venivano a trovarmi, il letto accanto era un punto d’appoggio per mio marito, che tranne la notte stava praticamente sempre in ospedale. Atmosfera rilassata, direi quasi allegra. Troppo per un ospedale?

Il mio secondo parto è stato post Covid, nessuno poteva venire a trovarmi, se non mio marito un’ora al giorno. I neonati sempre in camera. La sensazione era di dovere sloggiare il prima possibile, per liberare il posto letto. Ero triste. D’altra parte gli ospedali sono luoghi seri, il personale sanitario ha da fare cose importanti, i visitatori intralciano e disturbano, la sanità pubblica è al collasso, i soldi sono pochi. Cosa si può pretendere? E io ripenso all’hospice dove è morta mia madre, al senso di pace, dignità e rispetto che vi si respirava. Alle infermiere, che avevano come primo pensiero la cura, la relazione, il benessere del paziente. Perché erano brave, certo, ma anche perché è così che si lavora in quei posti. In un Pronto Soccorso il lavoro e i ritmi sono per forza diversi. Ma almeno in un reparto di maternità non si può recuperare un po’ di quella filosofia? La vita e la morte sono processi naturali, al centro dovrebbe esserci la persona, circondata dai suoi cari e da un ambiente domestico e protetto, anche quando si ricorre alla medicina per stare meglio.

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