Se provate a chiedere a un bambino delle elementari quanti sono i compagni stranieri nella sua classe risponderà: «Eh?», «Boh?», «Che ne so». I più articolati chiederanno: «Che cosa intendi?». Provate un po’ a spiegarglielo, senza sembrare voi quelli strani.
I bambini faticano a distinguere i loro compagni di classe fra “italiani” e “non italiani”, ma sinceramente non ci riesco neanch’io a quarant’anni. Non lo dico per sbandierare antirazzismo, ma perché è proprio difficile capire chi è “straniero” e chi no. Su cosa ci si basa, sull’aspetto fisico? Potrebbero benissimo essere figli adottivi, o figli biologici di genitori italiani non bianchi. Larissa Iapichino è forse straniera? Sul nome? Da un pezzo non chiamiamo più i neonati Giuseppe e Mariangela (nomi che suggerirei a un futuro genitore che volesse essere davvero originale). Sulla lingua? Hanno pressoché tutti l’accento bergamasco.
Non ho idea di quanti compagni di classe dei miei figli abbiano la cittadinanza italiana. Sicuramente più della metà (non li ho mai contati) ha almeno un genitore proveniente da un altro Paese; informazione che ho appurato solo dopo anni di consigli di classe e festicciole al parco.
Una scuola pubblica normale
Nella mia esperienza – quella di una scuola pubblica normale, in un quartiere normale (né in pieno centro né in estrema periferia) di una media città di provincia quale è Bergamo – la presenza di “stranieri” a scuola non è mai stata un problema. So che siamo fortunati – oppure bravi noi, non saprei – ma tutte le famiglie a loro modo si prendono cura dei figli e partecipano alle attività scolastiche e parascolastiche. Tutti parlano italiano, compresi i genitori, comprese le mamme che portano il velo (lo specifico solo perché a nessuno venga il dubbio che io stia parlando di norvegesi). C’è chi ha qualche difficoltà, ma non tale da impedire la comunicazione. Quest’anno è arrivato un ragazzino che è in Italia da meno di un anno e ha delle incertezze con la lingua. Un secondo dopo essere entrato in classe è stato invitato a tre feste di compleanno. Quando arriveremo a Natale parlerà da madrelingua.
Allo stesso tempo, nessuno ha dovuto rinnegare la sua identità: in classe cantano gli auguri di compleanno in tutte le lingue, si tifano diverse Nazionali (no, non bisogna tifare per forza Italia per essere integrati), c’è chi va a Messa, chi festeggia la fine del Ramadan, chi nulla di tutto ciò.
Siamo fortunati, ma non per questo ciechi. Sappiamo che ci sono realtà più complicate della nostra, anche a pochi chilometri di distanza. Genitori (italiani e stranieri) che si disinteressano della scuola e non seguono i figli, bambini lasciati davanti ai telefoni, famiglie straniere che non vogliono integrarsi. Prima, però, di perdersi d’animo e pensare che dipenda tutto dal caso o dalla buona volontà dei singoli mi sono chiesta: come funziona la scuola?
Cosa succede quando entra in classe un bambino che non parla italiano
Non tutti sanno cosa succede quando un bambino che non parla italiano viene inserito in una classe. La risposta non esiste: dipende dalle risorse della scuola, dalla classe, dalla buona volontà maestra.
Pensate abbia un mediatore linguistico che si dedica a lui, materiale didattico apposito, un programma personalizzato? Niente di tutto ciò: lui sta in classe. La maestra deve contemporaneamente fare lezione agli altri e fare lezione a lui. Ho provato a immaginarmi mio figlio seguire una lezione sui sumeri in una lingua straniera, mettiamo il tedesco, circondato da bambini germanofoni, senza capire una parola e senza nessuno che parli italiano. Sono rimasta sgomenta.
«Ma come fai?» ho chiesto alla mia amica maestra, che quest’anno ha in classe una bambina arrivata due mesi fa dalla Polonia, senza sapere una parola di italiano. «Si mettono in atto alcune strategie», mi risponde. E provvede a elencarmi una serie di punti che mi fanno riflettere su come nessuno di noi fuori dalla scuola si renda davvero conto del lavoro che si fa al suo interno: «Il manuale per l’italiano L2 me lo sono comprata da sola, perché se aspetto le risorse della scuola arriva l’anno prossimo. L’anno scolastico inizia con il ripasso, quindi preparo attività che la classe possa svolgere in autonomia e nel frattempo affianco la bambina polacca, è fondamentale impari subito il lessico base: le parti del corpo, gli oggetti della classe. Poi ha una grande fortuna: sa bene l’inglese. Quindi parte del ripasso l’ho strutturato come un quiz a crocette in inglese, in modo che tutti possano partecipare. Il collega di matematica che parla bene inglese fa lezione in lingua, a tutta la classe. Quando ho dovuto iniziare a spiegare il programma di quest’anno ho usato l’intelligenza artificiale per tradurre in polacco le pagine del libro che avevo spiegato».
Qualche settimana fa ho scritto che il digitale deve rimanere fuori dalla scuola Primaria. Ebbene: mi sono sbagliata, almeno in parte. Un insegnante che conosce i suoi alunni e il suo mestiere può valutare da sé in quali occasioni l’intelligenza artificiale è utile per il suo lavoro.
Quando i bambini diventano ragazzi
Sul futuro scolastico della sua alunna polacca la mia amica è relativamente ottimista: «Non ho dubbi che imparerà l’italiano, e anche a leggere e scrivere in modo sostanzialmente corretto. Ma a fare l’analisi grammaticale? Se alla fine della quinta riconoscerà un nome da un pronome e un verbo da un avverbio avremo già fatto il massimo».
Le cose diventano tanto più difficili quanto più cresce l’età degli studenti. Una mia amica prof di scienze e matematica alle medie (secondaria di primo grado per i non millennials) si è ritrovata a dovere spiegare la tettonica a zolle a un ragazzino cinese che parla solo cinese. Ed è pure tenuta a valutarlo. È abituata a fare verifiche differenziate per ogni esigenza – Bes, Dsa e altre sigle che non conosco – e ha trovato il modo di strutturare la verifica in cinese (con ChatGPT), «Ma non so quanto sia efficace – ammette – Al tempo stesso bisogna stare attenti a non chiedere troppo poco. In matematica il mio alunno cinese è bravissimo: basta essere più operativi e preparare materiale senza testo, ad esempio problemi di geometria solo con i dati».
«Mi è capitato di fare affiancamento linguistico a un alunno peruviano – mi racconta una professoressa di italiano – ma sono previste solo poche ore a settimana, e inoltre io non ho nessuna formazione specifica sull’insegnamento dell’italiano agli stranieri. A qualcosa è servito, ma non a molto: l’italiano lo ha imparato giocando in oratorio. Ed era “fortunato” perché parlava spagnolo, con gli arabofoni o comunque chi non parla una lingua latina è più difficile».
Cosa servirebbe?
Come avrete capito, questo non è un saggio né un editoriale, e nemmeno un commento sulle decisioni del Governo riguardo agli stranieri a scuola, ma solo un racconto che prova a dare voce a chi vive la scuola, da genitore o da insegnante. Le classi dei miei figli non fanno statistica, ma sono comunque la prova che la scuola pubblica che funziona e produce integrazione da qualche parte esiste.
Le mie amiche che insegnano saranno tre o quattro, sono tutte appassionate del loro lavoro, e nemmeno loro fanno statistica. Ho chiesto comunque la loro opinione: nessuna si è lamentata di dovere insegnare a “troppi” stranieri, tutte vorrebbero gli strumenti per farlo meglio. Il loro è un elenco molto concreto: materiali per la didattica dell’italiano come seconda lingua, sia analogici sia digitali, sempre disponibili in tutte le scuole; una maggiore presenza di mediatori linguistici o docenti formati all’insegnamento dell’italiano per stranieri. Più ore di compresenza, in modo che un insegnante possa dedicarsi a chi non padroneggia la lingua e un altro al resto della classe. Classi meno numerose. Piace l’idea di corsi di lingua per i genitori, anche se non immaginano come possa configurarsi l’obbligo. Non credono molto alle migrazioni fra una scuola e l’altra: «La scuola dell’obbligo dovrebbe essere di quartiere, non capisco come una famiglia già svantaggiata possa essere obbligata a spostarsi. Sono i quartieri ghetto che non dovrebbero esistere, ma questo è un problema che va al di là della scuola», conclude la mia amica maestra.
