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La maternità non è una performance

Articolo. Essere madri è una responsabilità, una scelta, un impegno, ma non un progetto da ottimizzare e ostentare. Non dobbiamo “dimostrare” niente a nessuno, solo vivere come meglio crediamo

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(Foto Shutterstock.com)

Sono uno di quei genitori che al parchetto si fa tendenzialmente i fatti propri. Non gioco con i miei figli se non è strettamente indispensabile, non sto attaccata a loro, non mi impiccio dei giochi che fanno con i coetanei. Penso che due bambini abbiano diritto di litigare e mettersi il broncio senza che i genitori si impiccino troppo. Vigilo da lontano, mi riposo e mi porto da leggere. Questo se sono da sola. Se incrocio lo sguardo di altri genitori, nonni o babysitter mi pongo il dubbio: «Non penseranno mica che sono una madre che “se ne frega”?» e allora intervengo, più di quanto io ritenga necessario, per dire banalità come: «Stai attento sullo scivolo, condividi il giochino, aspetta il tuo turno» anche quando mi sembra che tutto stia filando più o meno liscio. L’altro giorno un papà sconosciuto ha gentilmente raccolto da terra mia figlia, caduta dalla biciclettina che sta imparando a usare. Ero a 10 metri di distanza, non è successo niente di grave, non mi rammarico di non avere prevenuto la caduta («Più cadi, più impari», ho spiegato a mia figlia il giorno stesso che ha tolto le rotelle) ma ho comunque pensato: «Avrò fatto una brutta figura? Dovevo starle più vicino? Mostrarmi più attiva e coinvolta?».

Una questione di immagine

Quanto delle nostre scelte educative dipende dall’immagine che vogliamo dare di noi stesse? E quanto, in realtà, quelle scelte sono davvero educative?

La situazione che mette tutti i genitori alla prova è quella del bambino che fa “i capricci”. Il bambino urla, si dimena, piange per quelli che per un adulto sono futili motivi (il biscotto si è rotto, il gioco è finito, i calzini sono del colore sbagliato). Si butta a terra, disturba, interrompe. Il genitore è esasperato, non solo dalla situazione in sé, ma dal pensiero: «Che figura stiamo facendo? Penseranno che mio figlio è viziato, maleducato, problematico. Penseranno che io sono un incapace» (ed è proprio così, avete presente i commenti sul bambino di Francesca Lollobrigida?). Quindi il genitore si agita a sua volta: urla, sbraita, strattona, implora o minaccia nel tentativo di dimostrare che “sta intervenendo” e che “non si fa mettere i piedi in testa”. Il bambino continua a piangere, gli sconosciuti continuano a pensare – a seconda dell’età e della cultura di provenienza – che ci vorrebbe «una bella sberla», oppure che il genitore dovrebbe imparare a «connettersi con le emozioni del bambino». Ma la realtà è più semplice e banale: un bambino arrabbiato non si spegne con un interruttore (a meno, forse, che non abbia il terrore della punizione fisica, ma ricordo che è un reato, art. 571 c.p.). Un bambino ha bisogno di tempo per calmarsi e di un adulto che si mantenga saldo al suo fianco. Ci vogliono tempo e pazienza. Ci vuole un adulto sufficientemente sicuro di sé da non farsi sopraffare e da non curarsi del giudizio altrui. Anche se il bambino si sta rotolando in mezzo alla corsia del supermercato perché non gli abbiamo comprato le caramelle.

I figli non sono al mondo per farci fare bella figura

La gente si è disabituata ai bambini, e meno fa figli più ha opinioni su come andrebbero cresciuti. Non è nostro dovere compiacere questa gente. È nostro compito educare i nostri figli al meglio delle nostre possibilità. Ma un bambino che “disturba” non è per forza un bambino maleducato, specie se ha due anni. Un neonato che piange non è per forza un neonato trascurato. Un bambino di tre anni che spintona o morde un altro bambino non è per forza un bambino proveniente da una famiglia violenta.

I bambini vanno educati e possiamo minimizzare (fino a un certo punto) il fastidio che recano agli altri, ma non sono cera nelle nostre mani e non sono al mondo per farci fare bella figura. Non sono i perfetti comprimari di una foto su Instagram, non sono il nostro specchio né il nostro biglietto da visita. Hanno un carattere, un temperamento, delle preferenze e una volontà, come tutte le persone di ogni età. Non sono un nostro progetto, non è compito loro farci sentire realizzati o apprezzati.

La maternità performativa

Finora ho parlato di genitori, perché per me è naturale che di un figlio ci si occupi (almeno) in due. Ma sarebbe ipocrita dimenticare che la pressione sociale sulle madri è diversa da quella sui padri. Il termine “madre” è usato come sineddoche di genitore, mai per fare un complimento. Un genitore apprensivo e scarsamente acculturato? È una “mammina pancina”. Un genitore che non sa dove mettere i figli quando lavora? È una “mamma che ha scambiato la scuola per un parcheggio”. La chat della scuola? È la “chat delle mamme”. La protagonista della performance è sempre lei.

Un padre può essere competitivo riguardo i risultati sportivi o scolastici del figlio, ma non ne ho mai conosciuto nessuno che competesse per dimostrare di essere lui un padre migliore di altri, o che patisse il confronto con patinati papà influencer.

La maternità performativa, invece, comincia ancora prima della gravidanza. L’età “giusta” per restare incinte, le foto delle “vip” al mare con l’atroce didascalia: «Pancino sospetto», la forma fisica da preservare a ogni costo. E poi, il modo “giusto” per partorire, l’ossessione per l’allattamento, l’estetica impeccabile di case, camerette, feste di compleanno, outfit combinati. E queste sono le cose belle. C’è poi la cultura della performance applicata ai figli: la mamma che deve “stimolare” adeguatamente il figlio, cucinare cibo sano e gourmet, seguirlo costantemente nei compiti scolastici.

Sottrarsi a questa narrazione si può e si deve: possiamo essere madri in milioni di modi diversi - tutti giusti - a seconda della nostra personalità, storia, inclinazioni. Severe o indulgenti, sportive o pantofolaie, tradizionaliste o d’avanguardia, curate o trascurate, ansiose o fricchettone, serie o giocherellone, organizzate o casiniste, tigri o peluche. E poi cambiare idea e vivere come ci pare, cercando di essere felici e crescendo i figli con amore. Non siamo una figurina che deve stare in certi contorni prestabiliti e non siamo tenute a compiacere nessuno.

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