La settimana scorsa sono andata in montagna con un’amica che non vedevo da tempo. Non ci frequentiamo molto, pure abitando a 10 chilometri di distanza. Le nostre vite non si incrociano, e solo quando suo marito parte con le figlie per andare a trovare la nonna lontana lei riprende un po’ della sua vita sociale. «Marina, diciamocelo: tu ami i tuoi figli, io amo le miei figlie, ma a non averli la qualità della vita migliora», mi ha detto con tutta l’onestà possibile. Ho annuito, perché sapevo benissimo cosa intendeva in termini di ore di sonno, tempo libero, soldi, pensieri, libertà, leggerezza. Non era la riflessione amara di una donna “pentita” di essere diventata madre, non era nemmeno una lamentela, ma un resoconto oggettivo. «Capisco benissimo chi decide di non farne, anche se ha tutte le possibilità materiali», ha aggiunto.
Non avere figli per una settimana è certamente diverso dal non averli del tutto, e né io né la mia amica sappiamo che persone saremmo state se non fossimo diventate madri. Dal momento che volevamo averne, è probabile che ci sarebbe dispiaciuto molto il contrario (saremmo state disperate, rassegnate, sollevate? Avremmo goduto pienamente della nostra libertà o ci saremmo sentite sole? Chi lo sa). Ma il discorso della mia amica è più spiccio: la qualità del sonno? Crollata. La forma fisica? In bilico (non parliamo di sciocchezze come “tornare magre” dopo il parto, ma della possibilità di dormire o praticare sport con regolarità o fare prevenzione prenotando tutti gli esami necessari). Il tempo per sé: da contrattare. Il tempo per la coppia, anche. Il tempo per studiare, lavorare, preparare concorsi, fare progetti: rubato al sonno. Il carico mentale, costante. Se la qualità della vita si misura in tempo, comodità, tranquillità (e non vedo perché no) la mia amica ha perfettamente ragione.
Lo studio scientifico
La genitorialità contribuisce al benessere emotivo? È la domanda cui risponde uno studio su Evolutionary Psychology che ha avuto una certa risonanza mediatica, banalizzato in titoli come: «Avere figli non ti renderà felice».
La ricerca si basa su un ampio campione di partecipanti provenienti da 10 Paesi. Viene monitorato sia il loro benessere edonico (provare più emozioni positive e meno negative), sia il benessere eudemonico (forma di felicità duratura basata sull’autorealizzazione, il significato e la crescita personale, piuttosto che sul semplice piacere immediato) «I nostri risultati hanno indicato che genitori e non genitori non hanno mostrato differenze significative in quasi tutte le dimensioni misurate; questo modello si è rivelato vero sia per il campione aggregato che per ogni singolo campione nazionale». Non è che i figli rendano infelici, è che la felicità non dipende dall’essere o meno genitori. Studi precedenti che identificavano una relazione positiva tra genitorialità e benessere edonico, secondo i ricercatori, non hanno tenuto conto di una variabile significativa, e cioè che chi ha figli è più facilmente in coppia (e di solito le persone che hanno relazioni intime dichiarano un maggiore benessere emotivo rispetto ai single), questa svista metodologica ha probabilmente amplificato gli effetti positivi attribuiti alla genitorialità.
C’è un però: «I nostri risultati offrono un certo supporto all’ipotesi che lo stato di genitorialità sia associato ad un aumento del benessere eudemonico». Tradotto: i figli non ci rendono più felici nell’immediato, ma contribuiscono a dare un senso alla nostra vita. Forse non siamo più allegri, ma siamo più gratificati.
Di che qualità è la tua felicità?
Fare figli non rientra in uno schema di costi/benefici. Siamo abituati a dare un prezzo a tutto, questo semplicemente non ce l’ha. È un’altra cosa, una scelta esistenziale. Se pensi di investire tempo e denaro per ottenere in cambio affetto incondizionato, comprati un cane. Un figlio non corrisponde alla logica del do ut des. Ma tante cose belle che facciamo nella vita non sono comode né remunerative né utili né capite da tutti. E chi se ne importa.
Pensiamo ai maratoneti non professionisti, l’Italia ne è piena (non ho niente contro i maratoneti, ho molti amici maratoneti). Ma la maratona non è la corsetta regolare che aiuta a restare in forma, è uno stress fisiologico estremo che provoca danni acuti a diversi sistemi del corpo (ho letto che è possibile perdere temporaneamente fino a mezzo centimetro di altezza a causa della compressione dei dischi intervertebrali durante la corsa, e sono rabbrividita). Perché lo fanno? Per me è inspiegabile, ma evidentemente provano soddisfazione. Come lo superi il muro dei 30 chilometri se vuoi solo essere felice? Non lo superi, ti fermi e stramazzi al suolo, che è esattamente quel che farei io.
Sto paragonando l’avere un figlio al correre una maratona? No (anche se la fatica della gravidanza per me ci somiglia), è solo che è difficile essere davvero felici se il nostro obiettivo nella vita è la felicità individuale. Per molti di noi funziona meglio altro, ad esempio cercare di diventare una persona migliore: «Un po’ meno ignorante, un po’ più libera, un po’ più amorevole, un po’ meno assillata dal proprio ego» (la definizione è di Emmanuel Carrére, in «Yoga») o affidarsi a Dio o comunque cercare uno scopo più alto. La felicità in sé è riduttiva.
La rabbia
È da quando la genitorialità è una scelta individuale, piuttosto che un destino collettivo, che possiamo fare questi discorsi. Si stava meglio quando i figli si facevano e basta? Se guardiamo le condizioni oggettive la risposta non può che essere un secco «No», ma se parliamo di felicità chi può dirlo?
A lasciarmi sgomenta è la rabbia. Il travaso di bile ogni volta che qualcuno vive o sente in maniera differente da noi. La mia amica? «Un’ingrata». Chi non ha figli? «La sua vita è senza senso». Chi li ha? «Si è rovinato la vita». Quanto bisogna vivere male la propria genitorialità per pensare che tutti dovrebbero “sacrificarsi” per la prole, invece di “godersi la vita”? E quanto sono insicuri i childfree il cui sport preferito è criticare i genitori o dichiarare di odiare i bambini? Mi viene il sospetto che la felicità sia una moneta carente un po’ per tutti. A starmi particolarmente indigeste sono le accuse di egoismo, da ambo le parti. Sei un egoista perché pensi a fare la bella vita invece di riprodurti! No, sei tu l’egoista perché ti arroghi il diritto di mettere al mondo nuovi essere umani, fregandotene della crisi climatica/crisi economica /guerra/tragedia a scelta.
Cercare di leggere i fenomeni sociali (perché la gente nei Paesi sviluppati fa pochi figli?) è diverso dal tranciare giudizi sulle persone. Fare figli o meno non è una scelta legata solo a ragioni economiche e materiali, che ovviamente esistono e di cui abbiamo parlato spesso. Ma non è giusto ridurre la crisi demografica a questo. È un cambiamento dei valori, della prospettiva di vita. Cosa ci rende veramente felici? La maggior parte di noi non lo sa.
