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Tenere aperte le scuole in estate non significa trasformarle in parcheggi

Articolo. Le scuole aperte in estate sono un luogo sicuro dove i bambini possono trascorrere tempo di qualità con i coetanei. I parcheggi sono altri: la televisione, lo smartphone, la solitudine, l’abbandono

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(Foto Shutterstock.com)

Che qualcosa non vada nel modo in cui è organizzata l’estate dei bambini italiani ce lo raccontiamo ogni anno. Oltre tre mesi senza scuola sono insostenibili per la maggior parte delle famiglie italiane. È un dato di fatto che viene ancora oggi trattato come un problema individuale Devi imparare a organizzarti», «Se non puoi permetterti di badare ai tuoi figli facevi meglio a non farli» e l’onnipresente: «La scuola non è un parcheggio») quando invece è un problema sociale.

I tempi sono cambiati, prendiamone atto

Non era un problema 50 anni fa. Lo è adesso perché nel frattempo la società è cambiata, e non solo a causa delle “donne che lavorano”. Cinquant’anni fa le madri non badavano ai bambini più di adesso, semmai meno. I ragazzini erano di più, stavano insieme nei cortili, in strada, in giardino, venivano spediti in colonia (mia madre ne aveva un ricordo tremendo, alla «Full Metal Jacket»), spesso non erano sorvegliati e tutti vivevamo in maniera diversa. Meglio, peggio? Difficile dare giudizi di valore, ma la mortalità accidentale infantile era un evento piuttosto frequente. I bambini vittime di incidenti d’auto oggi sono un decimo di quelli degli anni Settanta; i bimbi morti per avvelenamento accidentale sono un ventesimo di allora; quelli per soffocamento da giocattoli quasi zero (negli anni Ottanta morivano così oltre settanta bimbi l’anno).

Cito questi dati presi dalle serie storiche dell’Istat per ricordare, anche a me stessa, che i “bei tempi” in cui i bambini giocavano a pallone per strada e i genitori non si lamentavano di dovere pagare il centro estivo erano anche tempi in cui era dieci volte più probabile che i bambini finissero travolti e uccisi da un’auto.

Prendiamo atto di alcune verità semplici: i genitori solitamente lavorano, e anche se lo fanno part-time o non hanno ambizioni di carriera, non possono stare 24h su 24 appresso ai figli. Le vacanze scolastiche durano 14 settimane, le settimane di ferie sono 4. I bambini hanno bisogno di un minimo di sorveglianza, e magari di dedicarsi a qualche attività ricreativa. I genitori non vogliono “parcheggiare” i figli, ma cercano il modo migliore per occuparsene, a costo anche di gravi sacrifici economici e personali.

Qualcosa sta cambiando

Ha fatto scalpore – eccessivo – la decisione della Regione Emilia-Romagna di riaprire le scuole dal 31 agosto con attività extra-didattiche. Presentata come chissà che rivoluzione, è un semplice atto di civiltà per venire incontro a famiglie prosciugate da un’estate di centri estivi: una mano tesa in un mese tremendo, dove sembra che tutto debba ricominciare, ma non ricomincia mai.

Anche mio figlio, a Bergamo, nelle prime settimane di settembre la mattina frequenterà a scuola a un corso in inglese finanziato dal Ministero (ammesso che i posti siano abbastanza). Lo abbiamo iscritto con gioia: la proposta didattica sembra interessante, l’insegnante è bravissima, una giovane maestra che sa realmente l’inglese, una rarità nel panorama scolastico italiano. I bambini possono tornare a scuola in modalità “light”, solo al mattino, senza stress. Noi genitori tiriamo un po’ il fiato e, per una volta, non dobbiamo pagare. Che le amministrazioni pubbliche comincino ad attivarsi con questo genere di proposte è un ottimo segnale.

A cosa serve la scuola?

La scuola serve a istruire i bambini o a dare assistenza alle famiglie? L’onesta risposta è: entrambe le cose. L’importante è mantenere distinti i due piani e non fare confusione. A scuola si fa lezione. E poi c’è tutto il resto: l’intervallo, la mensa, l’interscuola. Non è una novità che a scuola si facciano anche attività assistenziali e ricreative, non legate alla didattica. Nessuno si sognerebbe mai di dire: «La scuola non è un ristorante», criticando le famiglie che usufruiscono del servizio di mensa e trattandole da approfittatrici e incapaci di provvedere al pasto dei loro figli. E nessuno direbbe mai: «La scuola non è un parco giochi», insultando i bambini che si divertono all’intervallo. Un tempo, a scuola c’era il medico scolastico e si facevano perfino le vaccinazioni, ma nessuno ha mai detto: «La scuola non è un ambulatorio».

Chissà perché, invece, è considerato accettabile rispondere: «La scuola non è un parcheggio» quando si fa notare che oltre tre mesi di chiusura estiva sono eccessivi. Tenere le scuole aperte in estate ha sia un valore didattico – una pausa talmente lunga non facilita certo l’apprendimento, ci sono studi in materia – sia assistenziale e ricreativo. Non sono brutte parole: significa aiutare le famiglie e fare in modo che i bambini giochino insieme senza schermi, in un contesto sano e sicuro.

Non è una guerra genitori-insegnanti

Quando un genitore dice che la scuola non può stare chiusa tre mesi non sta dicendo che gli insegnanti lavorano poco. Lo sappiamo che ci sono esami e scrutini e, in generale, che il lavoro di maestre e professori non finisce in classe. Chiunque abbia un minimo di conoscenza della scuola sa che un insegnante coscienzioso lavora un numero incalcolabile di ore: dovrebbero, piuttosto, essere meno.

Viceversa, anche noi genitori vorremmo essere trattati con rispetto, e che le nostre difficoltà non venissero liquidate con: «Se non potete permettervi di stare con i vostri figli non fateli» (cosa che peraltro sta già accadendo, a nessuno viene in mente che la crisi demografica sia frutto anche di questa mentalità orrenda? Chiedo).

Nessuno pensa che gli insegnanti debbano fare anche gli animatori dei centri estivi. Fosse per me non dovrebbero nemmeno fare il servizio mensa. Quando gli insegnanti lamentano di essere considerati baby-sitter hanno perfettamente ragione: dovrebbero potersi occupare di didattica, non fare i burocrati né gli assistenti sociali né gli intrattenitori. Se riuscissero ad adempiere al loro ruolo, cioè insegnare, avrebbero perfettamente svolto la loro funzione sociale.

Tenere la scuola aperta non significa farlo con gli insegnanti di classe, ma con educatori e altro personale formato. La direzione è quella. Per certi versi succede già, con i centri estivi organizzati dai Comuni negli stessi edifici scolastici, o nei dopo scuola dove i bambini possono fare i compiti o giocare. Si tratta di progredire: scuole con più verde, meglio climatizzate, nuove o rinnovate, con un’offerta formativa più ampia e strutturata, meno costi per le famiglie, più supporto per i bambini, soprattutto quelli provenienti da contesti svantaggiati, per i quali la scuola è l’unico presidio di civiltà. Per i nostalgici dei tempi antichi: chiudiamo tutto, andiamo a mietere i campi, e ci rivediamo a ottobre.

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