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Back to school, salviamo le lavagne con i gessetti

Articolo. Il fatto che la tecnologia sia dappertutto non significa che debba essere dappertutto. L’uso del digitale sotto una certa età non può essere gestito, va solo evitato: soprattutto a scuola

Lettura 3 min.
(Foto Shutterstock.com)

Il comitato genitori della scuola primaria di mio figlio ha chiesto al Comune di recuperare le vecchie lavagne di ardesia perché si potessero usare anche nella scuola nuova, dove sono previste solo le Lim e le lavagne bianche con i pennarelli. È il segno dell’emergere di una nuova consapevolezza: dopo la sbornia digitale ci stiamo rendendo conto che ai bambini per formarsi e imparare servano gli strumenti analogici, i libri di carta, le forbici, le matite, i gessetti, i cartelloni, la colla stick.

La tecnologia non deve stare dappertutto

«Just because technology is everywhere doesn’t mean it belongs everywhere» (Il fatto che la tecnologia sia dappertutto non significa che debba essere dappertutto), ha detto il sindaco di New York, Zohran Mamdani, annunciando lo stop totale all’Intelligenza Artificiale generativa nelle scuole pubbliche di New York (dall’asilo fino alla terza media).

La sua non è una posizione isolata: diversi Paesi all’avanguardia nella digitalizzazione scolastica stanno facendo marcia indietro, riducendo l’uso di tablet e schermi in favore di carta, penna e libri di testo cartacei. La Svezia ha bloccato i piani per i tablet nella scuola dell’infanzia e ha investito centinaia di milioni di corone per ritornare ai libri di carta. Anche Danimarca, Finlandia, Paesi Bassi e Francia hanno introdotto forti limiti o restrizioni all’uso dei dispositivi digitali puri nelle classi, spinti dai report dell’UNESCO e dal calo nei test di apprendimento.

Il digitale fa male allo sviluppo neurologico, crea dipendenza e limita l’apprendimento del linguaggio. I bambini hanno bisogno di apprendere con i cinque sensi per sviluppare la coordinazione, la motricità fine e la cognizione spaziale. «L’industria tecnologica vuole farci credere che l’IA nella prima educazione sia non solo inevitabile, ma necessaria. Noi non la vediamo così. I bambini hanno bisogno di sviluppare competenze insieme ai loro coetanei, costruire relazioni con gli educatori e affrontare problemi difficili da soli», spiega Mamdani.

Oggi, ben il 58% dei Paesi del mondo ha introdotto un divieto totale o parziale sugli smartphone e i dispositivi digitali personali a scuola, rispetto a solo il 24% registrato nel 2023. Fra questi l’Italia, che ha sancito il divieto totale di utilizzo dei cellulari in tutte le scuole di ogni ordine e grado, compresi i momenti di pausa e ricreazione.

Non a scuola

Tutto bene, ci siamo ravveduti? Non proprio. Come sa qualsiasi genitore attento, la tecnologia si insinua dove non dovrebbe: nei compiti scritti sul registro elettronico invece che a mano sul diario, anche alle elementari; nel DigiQuadro dove mia figlia, alla scuola dell’infanzia, guarda video e cartoni; nelle notifiche scolastiche che arrivano a noi genitori a ogni ora del giorno e della notte; nei QR Code che compaiono sui libri di testo; nelle classi che rinunciano al libro cartaceo (sapete che per legge tutte le scuole statali e paritarie di ogni ordine e grado devono avere libri digitali? I libri esclusivamente cartacei sono fuorilegge da oltre un decennio). Tutte attività che presuppongono che un bambino venga messo davanti a uno schermo o debba avere a disposizione un device, suo o del genitore, per fare i compiti e le attività scolastiche.

Non fraintendetemi, non sono un’estremista fuori dal mondo: ho la tv, scrivo da un pc, uso lo smartphone troppe ore al giorno, anche di fronte ai bambini. I miei figli guardano la tv, consultano online i risultati dell’Atalanta e se c’è da fare una esercitazione al pc la fanno (sempre con un adulto presente). Solo, preferirei non facessero queste cose a scuola. L’esposizione agli schermi deve essere limitata, e non ha senso usarli nei primi cicli scolastici.

Salvarsi il cervello

Dare uno smartphone in mano a un bambino e dirgli di usarlo senza esagerare è come regalargli il motorino e raccomandargli di seguire il Codice della strada o come versargli del vino e pretendere che non si ubriachi: non lo può fare perché è troppo piccolo. Il concetto di “uso consapevole” sposta la responsabilità sui minori, che non possono in alcun modo assumersela, così come non potrebbero assumersi la responsabilità di guidare una moto.

Non significa «farli restare indietro perché ormai la tecnologia fa parte delle nostre vite», ma salvarsi il cervello. Un ragazzo che non ha imparato da piccolo a scrivere in corsivo con la penna non sarà mai più in grado di farlo, se non a prezzo di estrema fatica e frustrazione. Viceversa, chiunque non abbia usato uno smartphone durante l’infanzia, imparerà comunque a maneggiarlo senza bisogno di corsi di recupero. È un oggetto progettato perché usarlo sia facile e dia dipendenza, non richiede impegno né competenze per funzionare. Ma la capacità di concentrarsi, focalizzarsi su un obiettivo, fare fatica, va acquisita fin da piccoli o non si recupera più.

Spingere a un uso consapevole dei device è un approccio che può funzionare più tardi, con gli adolescenti, tramite l’educazione digitale, anche a scuola. Ma resta un mezzo e mai un fine, per evitare di creare altri consumatori passivi di algoritmi.

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