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Sberle ai bambini o educazione gentile? Esiste una terza via: la normalità

Articolo. Nella vita reale esiste una specie umana poco rappresentata online: il genitore normale. Che non picchia i figli e non li maltratta, ma nemmeno giustifica qualunque loro comportamento né va in crisi a ogni capriccio

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(Foto Shutterstock.com)

Il dibattito sulla scostumatezza delle giovani generazioni esiste da millenni (non è una battuta: nel IV secolo a.C Senofonte si esprimeva così: «Oggi i giovani non si alzano nemmeno in piedi quando entra un anziano, rispondono male ai genitori e cercano solo il proprio piacere materiale»). Ogni epoca odia i giovani a modo suo, e attualmente il dibattito è su quanto i genitori siano incapaci di educare i figli. Le fazioni sono grossomodo due: quelli che «ci vorrebbe una sberla» e quelli che «ci vuole ascolto, educazione gentile, comprate il mio libro/corso/gadget montessoriano». Sto semplificando, ma neanche troppo. La buona notizia è che, come sempre, i social non sono uno specchio fedele della realtà. Nella vita vera si incontra molto più facilmente una specie umana poco rappresentata online: il genitore normale.

Il genitore normale

Il genitore normale – o, per meglio dire, l’adulto normale - può essere tradizionalista o fricchettone, rilassato o ansioso, di qualsiasi provenienza e religione, laureato o con la terza media, ricco o povero, maschio o femmina, giovane o vecchio, dolce o severo, seguire qualche corrente pedagogica o nessuna in particolare, ma tiene conto di due principi essenziali. Primo: i bambini sono persone, quindi meritevoli di rispetto. Secondo: i bambini non sono adulti, quindi «comportarsi da grandi» tocca a noi. Credo siano gli unici due presupposti educativi da cui non si può scappare.

I bambini meritano rispetto, quindi non possono essere maltrattati. Non possono neanche essere presi a delicati scapaccioni, piccole sberle o leggeri sculaccioni quando fanno i capricci, esattamente come non tiriamo uno schiaffetto a nostro marito (o nostra moglie) quando ci risponde male, non diamo sculaccioni a chi non rispetta la fila al supermercato e non prendiamo a cinghiate chi non raccoglie la cacca del suo cane dal marciapiede, anche se tutti loro se lo meriterebbero. Un tempo funzionava diversamente: esisteva lo ius corrigendi (il capofamiglia poteva “educare” a mazzate i figli, la moglie, i servi). Il diritto di famiglia cambia, evolve, e se qualcuno è nostalgico dei tempi antichi è un problema suo. Gli adulti sono adulti e i bambini sono bambini. Il compito di prendersi cura, concordare l’indirizzo della vita familiare (cit. articolo 144 del Codice Civile), fissare le regole e prendere le decisioni importanti spetta agli adulti. Non è una responsabilità che può essere condivisa con i piccoli perché li confonde e non fa loro bene. Comporta anche il fatto di non risultare sempre simpatici o accomodanti, e di non dispiacersene troppo.

Gestire le emozioni

«I bambini piangono e si arrabbiano per le cose più futili: basta un graffio, la perdita di un giocattolo, un piccolo ritardo nel cibo o il fatto che vengano toccati i loro passatempi, ed eccoli scoppiare in un’ira furiosa. [...] Non c’è nulla di più instabile e incline al capriccio della mente di un bambino», scriveva Seneca quasi duemila anni fa. Nel frattempo i bambini non sono cambiati. Innervosirsi perché piangono o fanno i capricci è umano, ma non ha senso lamentarsene né pretendere che siano diversi da come sono. Se una persona non sopporta i bambini può scegliere di non averne, ma non può eliminare i bambini dal mondo.

Al lato opposto abbiamo chi predica di «Accogliere le emozioni», senza sminuirle o ignorarle. E va bene: se un bambino piange per «un graffio, la perdita di un giocattolo, un piccolo ritardo nel cibo» possiamo accettare che sia triste, essere presenti evitando di esasperarci. Ma essere adulti è anche insegnare ai bambini a gestire le emozioni, in modo via via più evoluto a seconda della loro età. Online ho letto di tutto. Una psicoterapeuta– davanti a una bambina in crisi di pianto perché l’elastico dei capelli era del colore sbagliato – dice alla madre di prendersi dieci minuti o anche venti per consolarla. La mattina? Dovendo andare a scuola o al lavoro? Sì, secondo l’esperta bisogna alzarsi prima prevedendo eventuali “crisi” dei bambini.

In quella circostanza, il genitore normale che fa? Evita di prendere a scapaccioni la figlia, anche se la tentazione può venire (ammettiamolo). Se ha dormito bene, riesce perfino a non urlare. Prende e porta la bambina a scuola: «Non è niente di grave, sbrighiamoci, altrimenti arriviamo in ritardo». Sta sminuendo le sue emozioni? Pazienza. Non è una teoria pedagogica: è vita reale. Mio figlio ha passato due giorni ad angosciarsi per l’inizio del Centro estivo: «Non conosco nessuno», «E se non mi piace», «Preferisco stare a casa», «Non voglio», in toni via via sempre più lamentosi. Ho accolto, confortato, spiegato, rassicurato. A un certo punto, esasperata, gli ho rivelato una brutale verità: «A volte abbiamo delle preoccupazioni, ma bisogna imparare a non seccare troppo gli altri». È grande abbastanza per capirlo. Il Cre è andato benissimo.

Il diritto di sbroccare

I guru dell’educazione dolce (che è un’etichetta social, più che una teoria pedagogica organica) ci ricordano che il bambino ha la corteccia prefrontale ancora immatura, e quindi fatica a contenere gli impulsi (come scriveva Seneca). Siamo noi adulti a doverci controllare. E questo è verissimo: attraverso la nostra calma i bambini imparano a calmarsi. Non possiamo dire urlando a un bambino di non urlare. Gli adulti siamo noi. La responsabilità di non farsi trasportare dalla rabbia è nostra. Però siamo adulti, non siamo santi né robot. Un bambino che fa i capricci, sommato al fratellino che piagnucola, sommato alla brutta giornata che abbiamo avuto al lavoro, sommato al marito che ha dimenticato di fare la spesa, sommato al condizionatore che non funziona… Ci fa sbroccare. È umano e non stiamo danneggiando irreparabilmente i nostri figli perché ci siamo messe a urlare: «Non ce la faccio più». Anzi, piuttosto che mantenere una calma del tutto artificiale forse è meglio dire chiaramente ai bambini come ci sentiamo, comunicare i nostri limiti e che non possiamo dare loro sempre retta. Ci sono giorni in cui sento di meritare il Nobel per la Pace per non avere perso le staffe con i miei figli.

Il diritto di fare un po’ come ci pare

Se amiamo i nostri figli e ci prendiamo cura di loro educandoli con rispetto (secondo le nostre idee e possibilità), il nostro dovere base di genitori lo abbiamo fatto. Si può migliorare, si possono accettare consigli, cambiare routine, avere momenti di stanchezza, sbagliare, cercare un aiuto, ma nessuno ha il diritto di farci sentire inadeguati: né il tizio che per strada ci guarda male perché il bambino sta facendo un capriccio, né il guru che ci spiega come dovremmo campare.

Le famiglie possono vivere bene in molti modi diversi: mangiando costine o tofu o entrambi; andando a dormire ogni giorno alle 20 oppure no (in estate i miei bimbi stanno fuori fino a tardi a giocare, a noi piace così); avendo 5 fratelli o neanche uno; frequentando il nido oppure no; vivendo in un appartamento in città o coltivando l’orto in campagna. Gli stessi bambini – come sa chiunque abbia più di un figlio – sono diversi: c’è chi ha bisogno di essere spronato e chi deve essere frenato, chi dorme tutta la notte e chi no, chi ama le verdure e chi le detesta. Non sono programmabili come robottini. Non rispondono tutti agli stessi schemi. Ciò che funziona per uno può non andare bene per un altro, cosa che dimenticano i vari esperti con le loro affermazioni apodittiche: «Niente ciuccio!», «Il pisolino è obbligatorio fino ai 5 anni!», «Se non accogli le emozioni causerai un trauma!», «Fallo dormire subito nella cameretta!», «Non farlo dormire da solo!». Perché noi genitori dovremmo appaltare il nostro libero arbitrio? Siamo diventati adulti proprio per non sentirci più dire a che ora andare a letto la sera. Ora decidiamo noi.

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