Prima le stelle cadenti di San Lorenzo, poi l’eclissi solare del 12 agosto: in questi giorni molti di noi sono probabilmente tornati ad alzare gli occhi al cielo e a meravigliarsi di quello che abbiamo sopra le nostre teste e di cui, per gran parte dell’anno, ci dimentichiamo. L’eclissi è ormai passata, ma le notti di agosto continuano a offrire l’occasione per osservare le Perseidi, lo sciame meteorico delle cosiddette stelle cadenti di San Lorenzo. E per farlo non servono telescopi o strumenti particolari: lo spiega Davide Dal Prato, direttore del Parco Astronomico La Torre del Sole di Brembate di Sopra. «Quello che si vede è così veloce e subitaneo che non si ha il tempo di puntare nulla: bisogna solo usare gli occhi, ritrovare il rapporto antico con il cielo che da generazioni abbiamo perso». Per farlo, però, bisogna prima di tutto recuperare il buio. «La gente passa ore con il cellulare acceso e così si rovina l’adattamento degli occhi al buio. Dobbiamo dare il tempo alla pupilla di dilatarsi e diventare più sensibile».
Un cielo che non è più buio
Il problema è che, anche una volta adattata la visione al buio, bisogna trovarsi in un punto in cui si ha la possibilità di vederlo, il cielo. E questa possibilità, soprattutto in territori densamente abitati, si sta restringendo. Come testimonia Dal Prato, «negli ultimi anni il problema si è acuito in modo notevole. Come Torre del Sole siamo andati spesso al Passo del Pertüs o ai Piani dell’Avaro per cercare posti bui, e bui lo erano davvero fino a cinque o sei anni fa. Oggi il cielo non è più buio: è marroncino e luminoso ». È il fenomeno dell’inquinamento luminoso, ovvero la dispersione nell’ambiente della luce artificiale. Una parte di quella luce viene riflessa dalle superfici urbane e dagli edifici, un’altra si disperde verso l’alto e viene diffusa dall’atmosfera: il risultato è quel chiarore che impedisce al cielo notturno di diventare davvero nero.
La bergamasca si trova dentro una delle aree europee dove il fenomeno è particolarmente evidente. A pesare non sono soltanto le luci locali, ma anche quelle delle grandi aree urbane circostanti. « A Bergamo soffriamo la presenza di due grosse città, Milano e Brescia, le cui aree metropolitane, molto illuminate, disturbano tantissimo anche i dintorni», fa notare Dal Prato, che, per far capire quanto possa essere radicale la differenza, ricorda un episodio di qualche anno fa. Una scuola milanese aveva ricevuto in dono un telescopio e aveva chiesto alla Torre del Sole di aiutare gli studenti a montarlo e a orientarlo. «I ragazzi erano entusiasti di provarlo. Una volta montato, però, abbiamo dovuto ridimensionare le loro aspettative: da Milano vedevamo sette stelle», ricorda.
Allontanarsi dalle città aiuta, ma non significa necessariamente trovare un cielo completamente buio: «Se andiamo sulle alture, ma anche nella Bassa, nei campi della zona di Treviglio e in generale nei luoghi distanti dalle luci cittadine, non troveremo magari il buio assoluto, ma una situazione sicuramente migliore sì». Per questo, per una serata a caccia di stelle cadenti, la regola è semplice: andare «dove c’è più buio possibile, distanti dalle fonti di luce. I Colli di San Fermo, il passo San Marco, il Pertüs, l’Avaro, le colline in generale sono tutti posti adatti».
La Lombardia, una grande macchia luminosa
I posti adatti stanno diminuendo a vista d’occhio. Le mappe della luminosità artificiale mostrano la Pianura Padana come una delle grandi aree illuminate del continente. La Lombardia, per densità abitativa, urbanizzazione e continuità degli insediamenti, è tra le regioni italiane maggiormente interessate dal fenomeno. Lo racconta bene il New World Atlas of Artificial Night Sky Brightness, che ha fotografato la distribuzione mondiale della luminosità artificiale del cielo notturno. Secondo lo studio, già dieci anni fa oltre l’80% della popolazione mondiale e più del 99% di quella europea viveva sotto cieli interessati dall’inquinamento luminoso.
Sono numeri che aiutano a comprendere perché quello che accade sopra Bergamo non sia un fenomeno isolato. L’Italia si trova in una delle aree più urbanizzate del continente, dove città, infrastrutture, zone industriali e insediamenti formano un territorio quasi continuo. E c’è un elemento che può rendere il problema ancora più evidente: le condizioni atmosferiche. Come ricorda Dal Prato, «in Pianura Padana l’aria non circola, ma tende a rimanere lì e riflette la luce che la colpisce, causando una diffusione drammatica».
Le conseguenze oltre l’osservazione astronomica
Per molto tempo l’inquinamento luminoso è sembrato soprattutto un problema per gli astronomi: più luce in cielo, meno stelle osservabili. Ma oggi il tema riguarda molto più ampiamente il funzionamento degli ecosistemi. Dal Prato porta un esempio: «il Parco di Monza è talmente illuminato che animali e piante non sanno più se è giorno o notte. I pipistrelli non sanno più quando uscire, perché i loro ritmi circadiani sono stati scompensati». Gli effetti sono stati documentati in numerose specie. Negli uccelli migratori la luce artificiale notturna può modificare i tempi di attività e aumentare il rischio di collisioni contro edifici illuminati; nelle tartarughe, può disorientare i piccoli appena usciti dall’uovo. Anche gli insetti sono fortemente influenzati dalla luce artificiale, al punto che l’inquinamento luminoso è stato indicato come uno dei fattori potenzialmente coinvolti nel loro declino.
Anche per l’uomo il tema non è irrilevante. La luce durante la notte può interferire con il nostro ritmo circadiano e con la produzione di melatonina, l’ormone coinvolto nella regolazione del sonno. La ricerca sugli effetti sanitari dell’esposizione alla luce artificiale notturna è ancora in evoluzione, ma l’alterazione del ciclo naturale di luce e buio è ormai considerata un elemento da non trascurare quando si parla di salute e qualità del sonno.
Più LED non significa meno inquinamento
C’è poi un paradosso nella storia recente dell’illuminazione urbana. La tecnologia ha reso possibile consumare meno energia per produrre la stessa quantità di luce, ma questo non significa necessariamente che abbiamo iniziato a illuminare meglio. Lo riassume Dal Prato: «Tanto tempo fa avevamo un’illuminazione primordiale, quella delle lampadine a incandescenza: gran parte dell’energia finiva in calore, quindi c’era meno luce. Poi sono arrivati gli efficienti LED e ne abbiamo riempito le città, tante volte solo per far sentire le persone più al sicuro di notte, ma senza prestare abbastanza attenzione ad alcune regole base, come la direzione verso il basso e non verso l’alto delle fonti di luce».
La Lombardia ha una normativa specifica in materia. La legge regionale 31 del 2015 punta all’efficientamento dell’illuminazione esterna, al contenimento della luce artificiale e alla riduzione dell’inquinamento luminoso, collegando esplicitamente questi obiettivi alla tutela della salute umana, della biodiversità e degli equilibri ecologici. Ai Comuni spetta inoltre un ruolo diretto nella pianificazione e nel miglioramento degli impianti di illuminazione pubblica.
Lo stesso tema della sicurezza in generale meriterebbe un ripensamento. L’associazione automatica tra più luce e più sicurezza non è così scontata: un’illuminazione mal progettata può creare abbagliamento e contrasti che peggiorano la visibilità. È nella direzione di un maggior equilibrio che si stanno sviluppando nuovi strumenti per capire dove e quando l’illuminazione artificiale produce gli effetti più pesanti. Modelli capaci di tenere conto delle condizioni atmosferiche e della distribuzione delle sorgenti luminose possono aiutare a prevedere la quantità di luce presente in determinate aree e a immaginare interventi più mirati, anche per proteggere gli animali nelle zone interessate dalle migrazioni notturne.
Forse il punto, però, è che l’inquinamento luminoso ci ha tolto qualcosa prima ancora che ce ne accorgessimo. Non soltanto la possibilità di distinguere una costellazione o godersi lo spettacolo delle stelle cadenti vicino a casa, ma l’abitudine stessa a guardare verso l’alto. «Guardando alle foto del cielo anno dopo anno, ci si rende conto che negli ultimi vent’anni c’è stata un’accelerazione incredibile dell’inquinamento luminoso. Avevamo amici che facevano fotografia astronomica dal giardino di casa: oggi non possono più farlo. Non si vede neanche più la Via Lattea », racconta con rammarico Dal Prato. Per millenni gli esseri umani hanno osservato il cielo per orientarsi, misurare il tempo, riconoscere il succedersi delle stagioni, stabilire quando seminare e quando raccogliere. Le costellazioni sono entrate nei miti, nelle religioni, nelle mappe, nella letteratura. Prima di avere orologi, calendari e strumenti di navigazione, abbiamo avuto il cielo.
«Le stelle non sono solo stelle. Il cielo è stato il primo insegnante dell’uomo, è da lì che le popolazioni della Terra hanno dato forma alle loro culture. Tutto ciò che noi sappiamo e siamo lo prendiamo dal cielo», afferma Dal Prato, che lancia un monito. «Come tante cose a cui non abbiamo prestato attenzione e che abbiamo rischiato di perdere, come l’acqua che abbiamo sprecato e l’aria che abbiamo reso irrespirabile, anche la visione del cielo va tutelata». Il cielo stellato è più difficile da delimitare e da mettere sotto una teca, ma non per questo vale meno. E va protetto.
