Sono stata un’adolescente introversa e non ho nessuna nostalgia degli anni ’90: non mi piacevano le Spice Girls né Britney Spears né i Backstreet Boys né alcuna boyband del periodo, ho odiato tutti i pantaloni a vita bassa che ho indossato in vita mia, non sono mai andata al cinema a vedere «Titanic» (ho cominciato ad apprezzare DiCaprio attore con vent’anni di ritardo), non ho mai comprato il «Cioè» e mia madre mi impediva di vedere «Beverly Hills» e «Non è la Rai» – aveva ragione lei. Non credo che i valori dell’epoca fossero più elevati o condivisibili di quelli di oggi e nemmeno che l’estetica fosse migliore.
Eppure nemmeno io sono immune dal fascino degli anni ’90, che serie come quella dedicata agli 883 hanno riportato a galla fra noi Millennials. Fatta la tara all’effetto nostalgia – tale per cui anche canzoni brutte e look orrendi ci scaldano il cuore perché ci ricordano di quando avevamo la pelle liscia e nessuna cognizione di come si pagasse la Tari – c’è effettivamente qualcosa da rimpiangere di quegli anni, e che vorrei i miei figli potessero vivere.
Vedere gli amici in piazza, in cortile, all’oratorio
«Sono estenuata dal dovermi occupare della socialità di mia figlia in prima media» mi racconta la mia amica, che saggiamente non pensa di risolvere il problema comprando un telefono alla ragazzina. Vivono in un tranquillo paese di provincia, non ci sono “pericoli” o distanza insormontabili, eppure: «Sembra che tutto debba ancora essere mediato e organizzato dai genitori. Io vorrei semplicemente che si citofonassero per andare a mangiare un gelato sotto casa, o si mettessero d’accordo a scuola per vedersi nel pomeriggio a fare i compiti. Ma non funziona più così». La capisco: siamo entrambe cresciute giocando con i vicini di casa, senza supervisione diretta degli adulti. Vorremmo che i nostri figli facessero lo stesso, ma è diventato tremendamente difficile.
Ai ragazzini servono spazi di socialità non organizzata e non mediata dall’adulto, dove potersi incontrare di persona, in un contesto ragionevolmente protetto (ma senza persone preposte alla loro sorveglianza) e senza l’obbligo di consumare niente. Grazie all’oratorio ho trovato qualcosa di simile: mio figlio ci va perché è vicino casa e sa che probabilmente troverà qualcuno con cui giocare. Io non devo necessariamente essere presente, controllare, gestire. Posso limitarmi a fare quello che facevano le mamme degli anni ’90: dirgli quando deve tornare a casa.
Un’organizzazione che prescinde dagli smartphone
Gli smartphone fanno male, i social peggio, mettere internet nella tasca di un preadolescente è come infilarci una bottiglia di limoncello: insensato e pericoloso. Ma se i ragazzini fanno sempre più fatica a vedersi off-line, come organizzarsi? La mia amica, che è ancora più “vintage” di me, ha pensato di risolvere il problema rimettendo il telefono fisso in casa. Spoiler: non funziona, nessuno lo usa più, due ragazzini al telefono non sanno cosa dirsi. Non è più nei nostri schemi mentali, anche noi adulti ormai rifuggiamo da qualunque conversazione che possa essere sostituita da un messaggio.
C’è uno strumento, però, che funziona ancora. Lo abbiamo testato con i nostri figli: è l’orologio da polso. Serve per fare sperimentare ai bambini i primi spazi di autonomia e responsabilità. «Ti fermi a studiare in biblioteca con i tuoi compagni e ti passo a prendere fra un’ora», «Rimani pure a giocare al parco di fronte casa, però alle quattro torni e fai i compiti», «Domani vai al doposcuola, poi torni a casa da solo e ti aspetto entro le 17». Abituarli a rispettare degli orari e degli accordi, a muoversi nel mondo esterno seguendo delle regole, è molto più formativo e prezioso per la loro sicurezza che non coltivare l’illusione che siano sempre raggiungibili grazie a uno smartphone.
La distanza dal mondo adulto
La serie sugli 883, di cui stiamo vedendo la seconda stagione, è un piacevole romanzo di formazione. I genitori di Max e Mauro hanno una parte piuttosto marginale, ma offrono una rappresentazione – divertente, a tratti caricaturale – delle dinamiche genitori-figli di trent’anni fa. Sono “bravi” genitori, tengono ai figli e danno loro gli strumenti per coltivare le proprie passioni (la famosa tavernetta in cui fare musica). Ma non capiscono i loro figli, non condividono i loro interessi, non si sintonizzano sulle loro emozioni, non comprendono nulla di quanto stia succedendo nelle loro vite.
Vogliamo dire che sbagliano? No, fanno gli adulti. Non pretendono che le barriere generazionali non esistano o di ascoltare la loro stessa musica dei figli o di fargli da manager o di essere attivamente coinvolti nelle loro vite. Danno degli strumenti, esigono dai loro figli un certo comportamento – che vadano a scuola, che aiutino nell’attività di famiglia, che siano educati. Ma non sono i loro amici, né i loro più stretti confidenti, né i loro supporter. Sono buffi, “vecchi” e inadeguati. E va benissimo così.
I film e l’intrattenimento
Esistono prodotti di intrattenimento per l’infanzia validissimi, sicuramente migliori di tanta robaccia che abbiamo visto in tv negli anni ’90. Eppure, se cerco un film per la “serata cinema” in famiglia, vado sempre a pescare nel catalogo dello scorso millennio. Potrebbe essere un mio bug – mi affido a ciò che conosco – ma la verità è che la programmazione oggi al cinema per la famiglia non mi tenta per nulla: live-action di vecchi classici (mi tengo la versione originale); saghe giunte al terzo, quarto, quinto episodio; ritmi serrati, comicità demenziale, storie senza capo né coda.
Con i miei bimbi sto facendo un rewacht di grandi classici anni ’90: «Tesoro mi si sono ristretti i ragazzi», «Mamma ho perso l’aereo», «Siamo fatti così», «Il re Leone», «L’asilo dei papà», «Space Jam», «Flubber» (non è mai troppo presto per scoprire Robin Williams). Li adorano. Vorrei completare l’esperienza premium con il noleggio della videocassetta, più “scomodo”, ma sicuramente più emozionante che cliccare su una piattaforma. E anche meno frustrante: quel che trovi lo paghi, ma non corri il rischio di dovere sottoscrivere un nuovo abbonamento.
Una visione del futuro
Siamo cresciuti con la promessa che studiando, impegnandoci e lavorando sodo saremmo stati “ricompensati”. Non è andata così, e la mia generazione ha costruito un sentimento identitario sulla “truffa” subita. Negli anni ‘90 il mondo aveva ancora delle cornici di senso novecentesche ed era rassicurante sotto molti punti di vista. I tempi della vita erano scanditi in modo chiaro (studio, lavoro, pensione); le istituzioni, la famiglia, i contratti collettivi e i confini geopolitici fornivano un perimetro visibile e c’era un’idea di futuro inteso come progresso lineare: domani sarà meglio di ieri; prendi bei voti e troverai un buon lavoro. Ora è molto difficile fare promesse simili ai figli, dare punti di riferimento nella «modernità liquida» e un’alternativa all’individualismo esasperato. O forse è solo più difficile fare i genitori, e recitare bene la parte degli adulti.
