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Cronaca semiseria di un ambientamento al nido

Articolo. L’ingresso di un bambino al nido passa per una fase di ambientamento, al fianco dei genitori. Un processo talvolta lungo, forse troppo, di cui è difficile capire pienamente la ragione

Lettura 4 min.
(illustrazione Daria_Art)

Quando questa estate ho saputo che mia figlia di nove mesi (da questo momento figlia numero due) era stata ammessa a frequentare un nido comunale ho esultato. Non potevo immaginare che sarebbe stato solo il primo passo di un processo lungo e insidioso, definito ambientamento.

I nuovi bambini cominciano a frequentare a scaglioni: a noi è capitato di dovere iniziare i primi di ottobre. Già qui la prima “delusione”, per chi in estate si immaginava di potere tornare al lavoro a settembre. Ma anche ottobre ce lo siamo giocato: conviene prendersi le ferie per fare l’inserimento all’asilo. Perché dura almeno 3 settimane (non ho osato chiedere se ce ne sarà una quarta).

L’antefatto

Il nido d’infanzia è bellissimo, come tutti i nidi del Comune di Bergamo. Ampio giardino, materiale adeguato, filosofia montessoriana, bravissime educatrici. Me lo ricordavo da quando avevo partecipato agli open day per mandarci il mio primo figlio, che poi non aveva trovato posto ed era dovuto andare per due anni a un nido privato, di sicuro meno attrezzato (ma dove l’ambientamento era durato in tutto tre giorni).

Il nido di figlia numero due non è esattamente quello che avremmo scelto perché piuttosto lontano da casa, ma essendo stati ripescati (per un soffio fuori dalla lista degli ammessi, ma in cima alla lista provvisoria, una tensione per il posto che nemmeno i risultati della maturità) ce lo siamo fatti andare bene. Anche se purtroppo significa prendere l’auto e andare in direzione opposta rispetto alla scuola dell’infanzia del figlio numero uno. Naturalmente non è gratis, ma ci sembrano soldi ben spesi per potere continuare a lavorare e per fare crescere figlia numero due in un contesto stimolante e formativo. Partiamo con i migliori propositi.

Primo giorno

Abbiamo iniziato a frequentare il primo martedì di ottobre. Il giorno sella settimana non è casuale. Meglio non cominciare il lunedì perché è un giorno già molto stressante, ci hanno spiegato. Ancora un giorno di attesa, ho pensato.

Arriviamo la mattina del fatidico primo giorno. È tutto perfetto: armadietto con il nome della bimba per lasciare il giubbottino, Green Pass e soprascarpe all’ingresso per i genitori. Figlia numero due appare tranquilla. Appena arrivata comincia a scrutare una bimba della sua età. Si guardano, si toccano, sorridono. Poi comincia a gattonare per tutta la stanza, afferra oggetti, fa rotolare cose.

Non mi considera proprio.

Sono seduta su una sedia, non so esattamente che fare. Comincio a guardare il telefono e mandare mail. Faccio qualche foto per i nonni, attenta a non riprendere altri bambini. Mi offrono gentilmente un caffè. A un certo punto devo andare in bagno, mi indicano la porta, ma aggiungono che devo andarci accompagnata da mia figlia. Altrimenti sarebbe già un mini distacco dalla figura genitoriale, e il primo giorno non è consigliato. Mi porto la bambina in bagno.

Torniamo in sala, lei comincia a essere un po’ stanca. Non era previsto fare questo passo il primo giorno, ma visto che ormai sono passate le 11 le do il pranzo, che mangia col consueto buon appetito. Poi torniamo a casa e dorme due ore di fila.

Secondo, terzo, quarto giorno

L’inserimento prosegue con la discesa in campo di mio marito. Più socievole e bendisposto di me, con il vantaggio di avere orari di lavoro che lo impegnano meno al mattino, sarà lui a dedicarsi a molte mattinate di nido. Anche se, da indicazioni, sarebbe meglio lo facesse sempre la stessa persona.

Lo definirei un padre normale, ma il suo ingresso al nido ha il sapore dell’eccezionalità. Si narra che non più di tre padri abbiano varcato la soglia dell’inserimento e che le educatrici non ne avessero mai visto uno addormentare la figlia. Riesce a mettere figlia numero due a dormire nel lettino del nido, prendendosi i complimenti di tutti.

Si parte con dei mini distacchi che aumentano di un quarto d’ora ogni giorno: a turno i genitori presenti vengono esiliati in una saletta e le educatrici monitorano le reazioni dei piccoli. Sommando tutti i quarti d’ora cominciamo a chiederci quando otterremo un giorno di frequenza completo. Figlia numero due pare passarsela bene. Noi siamo contenti perché le diamo da mangiare al nido (cose buonissime, come la farinata, il filetto di pesce, le polpette di piselli) e non dobbiamo cucinare per lei.

Quinto giorno

Il quinto giorno è un lunedì, il giorno stressante da evitare. Scopro che, come nel Gioco dell’Oca, si rimane fermi un turno. Il distacco c’è ma minimo, perché dopo un fine settimana a contatto con i genitori potrebbe essere troppo stancante.

Sesto e settimo giorno

Il distacco si fa più importante, addirittura più di un’ora. Purtroppo, però, la bambina non mangia più a scuola. Ci spiegano che quando torna il genitore è meglio portarla subito a casa invece che attardarsi a darle il pranzo. Arriviamo a casa e mettiamo sui fornelli della pastina in bianco.

Ottavo giorno

Tocca a me, mi porto il computer e lavoro un’ora e mezza nella saletta dove si “nascondono” i genitori. Devono purtroppo richiamarmi due volte per tornare a prenderla perché ero al telefono. Figlia numero due non sembra risentire del distacco prolungato, anche perché le hanno dato da mangiare. Un grosso passo in avanti, torniamo a casa che è quasi l’una.

Terza settimana

Il lunedì è sempre interlocutorio, ma poi si parte alla grande. Riusciamo addirittura a lasciare la bimba a scuola e, dopo una mezzoretta in compagnia del genitore, tornarcene a casa. Niente più saletta dei genitori esiliati. Ci chiamano quando bisogna andarla a riprenderla, verso mezzogiorno e mezzo. Guadagniamo quindi un paio di ore di libertà. Interrompiamo qualunque impegno di lavoro in qualunque momento per una chiamata del nido.

A metà settimana mio marito – in quanto fra noi due è il più partecipe all’inserimento – viene invitato a partecipare nel pomeriggio a un incontro al nido per parlare con altri genitori di come sta andando l’ambientamento e (testuali parole) rivivere le emozioni di questo momento così delicato. Siamo un po’ spiazzati, ci chiediamo se sia obbligatorio, ma non osiamo rifiutare, anche perché sono tutte gentilissime. Ci invitano (anche me, che sono rimasta a casa) a scrivere due pensierini per l’albero delle emozioni. La tentazione di scrivere qualcosa di sconveniente è forte. La reprimiamo.

Conclusioni

Quando questo articolo sarà pubblicato non so se l’ambientamento sarà finito. Spero di sì, ma abbiamo deciso di affidarci in tutto e per tutto alle competenze di chi fa questo per mestiere, dopo tutto noi di pedagogia non sappiamo nulla. Nel frattempo ci facciamo tante domande: perché serve tanto tempo? Forse i bambini subiscono il distacco in modi che neanche sospettiamo? Visto che mia figlia non piange, e a momenti nemmeno si accorge se usciamo dalla stanza, significa che ha un carattere forte o che non è abbastanza attaccata a noi? E ancora: chi per forza deve timbrare alle otto è esentato? Può delegare l’inserimento ai nonni o a una baby sitter? Prende ferie? Una madre – perché di madri si tratta in almeno il 90 per cento dei casi – che non può prendersi tutto questo tempo con quali emozioni vive questo momento? Senso di colpa, rabbia, frustrazione?

Nel frattempo, una sera a cena, un amico che lavora per un’azienda bergamasca in Romania ci parla dell’inserimento rumeno al nido: il primo giorno ha lasciato il figlio al cancello della scuola e lo ha salutato. Fine dell’inserimento. Ma d’altronde Maria Montessori non era di Bucarest.

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