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Disgrafia, allacciarsi le scarpe per imparare a scrivere

Intervista. Cos’hanno in comune i lacci, le capriole e la scrittura in corsivo? L’uso della motricità e della coordinazione. Ne abbiamo parlato con la dottoressa Rossella Fracchiolla, terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva, che il 12 gennaio terrà un workshop al CentroAnch’io di Gorle

Lettura 4 min.

La disgrafia è un disagio in continuo aumento fra i bambini delle elementari. Quali sono le ragioni e come si può prevenire? Al tema è dedicato il workshop “Disgrafia: Strumenti e strategie per l’intervento”, rivolto ai professionisti che operano nel settore sanitario ed educativo, domenica 12 gennaio, dalle 10 alle 18, al CentroAnch’io (Viale Zavaritt, 222 Gorle). L’iscrizione costa 80 euro e si può fare qui.
Visto che la questione è di interesse anche per molti genitori, abbiamo pensato di chiedere qualche informazione in più alla coordinatrice del laboratorio, Rossella Fracchiolla, formatrice e conduttrice di seminari e laboratori di neuro psicomotricità e di tecniche a mediazione corporea.

MM: Cosa è la disgrafia?

RF: È un disturbo specifico dell’apprendimento che riguarda il processo di scrittura e la grafia. Alla base c’è la difficoltà del coordinamento oculo-manuale e di organizzazione visuo-spaziale sul foglio. A questo si aggiunge un atteggiamento posturale non adeguato e l’impugnatura scorretta dello strumento grafico, spesso caratterizzata da ipertono muscolare, che può coinvolgere l’utilizzo dell’intera mano, del braccio e addirittura della spalla. Il tratto grafico risulta quindi intenso e poco modulato, lo scrivente è lento e si affatica molto. Da sottolineare che questa fragilità è solo la punta dell’iceberg: se un bimbo non ha i prerequisiti per fare un lavoro specifico sulla scrittura al tavolo è opportuno sviluppare prima le competenze di base che glielo consentano, essendo la scrittura la funzione fino motoria più alta.

MM: Cosa sono i disturbi specifici dell’apprendimento?

RF: Sono fragilità – come la dislessia, la disortografia e la discalculia – in bambini che hanno un quoziente intellettivo nella norma. I piccoli sono intelligenti, e quindi consapevoli della loro difficoltà e ne soffrono.

MM: E come reagisce il bambino disgrafico?

RF: La disgrafia può portare a un abbassamento dell’autostima, il bambino può reagire mettendo in atto reazioni difensive di tipo oppositivo-provocativo o passivo-inibito (non faccio niente, non ho voglia, non sono bravo). Per questo è importante creare una rete attorno al bambino fra scuola, famiglia e terapisti.

MM: Perché aumentano i bambini con difficoltà nella scrittura?

RF: Un fattore da considerare è la digitalizzazione sempre più spinta. Se i bambini accedono troppo presto a smartphone e tablet hanno meno possibilità di sperimentare il loro corpo. Utilizzano poco la motricità fine, che è la base della scrittura.

MM: Ne abbiamo parlato anche con degli psicologi: è meglio non dare lo smartphone in mano a un bimbo con meno di 10 anni?

RF: Va assolutamente limitato. Ci stiamo muovendo anche con i pediatri per fare passare il messaggio ai genitori che non sono strumenti che fanno bene perché limitano le esperienze motorie condivise, la capacità di astrazione e l’attenzione. Mi capita di imbattermi in bambini che non sanno più fare le capriole: è gravissimo, vuol dire che fanno sempre meno giochi corporei.

MM: Quali sono i campanelli di allarme nei bambini in età prescolare?

RF: Le difficoltà nella manualità e nel coordinamento occhio-mano, in attività come infilare perline, giochi di incastro, attività di costruzione, assemblaggio, lancio e ricezione della palla, ritaglio oppure il marcato disinteresse o difficoltà nell’attività del disegno. Inoltre la mancanza di autonomie fondamentali, come la capacità di abbottonarsi una giacca, tirare su la zip o allacciare le scarpe.

MM: Una maestra mi ha riferito che, in prima elementare, la maggior parte dei bambini non sa allacciarsi le scarpe, risulta anche a lei?

RF: Sì, è difficile trovare bambini di sei anni che sappiano farlo. E la soluzione non è comprare le scarpe con gli strappi, precludendo così la possibilità di imparare. Anche perché poi succede che bambini di nove anni, alla scuola calcio, durante la partita, debbano andare dal mister a farsi allacciare le scarpe del calcetto. È umiliante per loro.

MM: Cosa fare per prevenire la disgrafia, oltre a insegnare ai bambini a usare i lacci delle scarpe?

RF: Limitare i tablet, prediligere giochi manuali, anche condivisi, attivare percorsi di grafomotricità nell’ultimo anno di scuola dell’infanzia: hanno uno scopo preventivo e funzionano moltissimo. Ad esempio, propongo attività di pre-grafismo sul piano verticale e poi orizzontale inserite in una cornice ludica motivante.

MM: Insomma, bisogna tornare a fare le aste?

RF: Sì, sarebbe utile. Fanno parte del training grafo-motorio. Si comincia dal ricalco a dita, sino al tratteggio a scomparsa delle singole lettere. Il bambino va accompagnato in un percorso che però deve essere gratificante. Si parte dallo strumento grafico più semplice, come il pennello a punta grossa, fino ad arrivare alla matita. Naturalmente il training va individualizzato in relazione all’età e alle competenze del bambino.

MM: Sono utili gli strumenti con impugnatura facilitata?

RF: Sì, ma prima va valutata l’impugnatura del bambino e poi bisogna pensare alle strategie di compensazione. Ci sono moltissime tipologie di gommini “impugna-facile” che si applicano allo strumento grafico per facilitarne la prensione, le penne con impugnature ergonomiche e triangolari. Il loro utilizzo va integrato ad esercizi per aiutare il bambino nella dissociazione delle dita, sciogliendo le tensioni e imparando a usare in modo selettivo i vari distretti muscolari del braccio. Dopo questo lavoro il bambino diventa più veloce e meno affaticabile.

MM: Cosa risponde a chi dice che un tempo i bambini non avevano tutti questi problemi?

RF: Oltre ai problemi dell’eccessiva digitalizzazione di oggi, di sicuro un tempo c’era meno sensibilità. Non veniva prestata particolare attenzione alla grafia, né tantomeno all’impugnatura. I bambini con disgrafia erano etichettati come strani, pigri e talvolta marginalizzati.

MM: Come si ottiene la certificazione DSA per la disgrafia?

RF: Per avere la certificazione DSA (Disturbo Specifico dell’Apprendimento) di disgrafia bisogna aspettare la fine della seconda elementare perché è lì che viene data per acquisita questa competenza. Bisogna rivolgersi al servizio di neuropsichiatria infantile del SSN o privatamente, basta ci sia una equipe di professionisti specializzati e autorizzati dall’ATS. L’equipe è composta da un neuropsichiatra, uno psicologo e un logopedista. Ma l’ideale è cominciare a lavorare prima con il bambino ed evitare l’“etichetta” di disgrafico.

MM: Cosa si ottiene certificando la disgrafia?

RF: Il bambino a scuola può essere, in parte, dispensato dallo scrivere e può utilizzare mezzi compensativi, come il computer. Per questo è necessaria una buona alleanza con la scuola, in modo da ottenere il massimo dall’alunno, in base alle sue possibilità. In un caso, ad esempio, abbiamo deciso di utilizzare il pc solo in alcune materie, senza precludere l’accesso al corsivo in altre circostanze. Talvolta le maestre preferiscono che l’alunno usi solo lo stampatello, ma è importante non rinunciare a priori. Va fatto sempre un ragionamento in termini di costi-benefici.

MM: Il corsivo è il vero scoglio da superare?

RF: Sì, perché obbliga a non staccare la penna dal foglio e a utilizzare movimenti circolari. Se ci sono difficoltà relative alla motricità fine e al coordinamento oculo-manuale, si vedono tutte lì. Il bambino è lento, calca troppo con la mano, non si organizza in modo adeguato all’interno del foglio, l’impugnatura è scorretta, si affatica. Il risultato è una scrittura disordinata, intensa nel tratto, a volte incomprensibile e accavallata.

MM: E lei, ha una calligrafia impeccabile?

RF: Mi dicono sia abbastanza piacevole, ma anch’io ho imparato a correggere la mia impugnatura, che era pluridigitale e tutt’altro che perfetta.

Sito CentroAnch’io

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