< Home

I nostri figli non hanno mai visto l’Italia ai Mondiali. È un dramma?

Articolo. Sarebbe giusto specificare: «Mondiali maschili di calcio», perché in questi anni l’Italia ha vinto i Mondiali di pallavolo, sia maschili sia femminili, e ci siamo presi molte altre soddisfazioni sportive. Il calcio, però, resta una cosa diversa

Lettura 3 min.

Mi sento in colpa per avere lasciato mio figlio di 8 anni sveglio a vedere Italia-Bosnia. È andato a letto a mezzanotte piangendo disperato, e il giorno dopo c’era scuola. Mi dico che avrei dovuto impormi con lui e suo padre: «Niente partita», oppure spedirlo a letto all’intervallo dopo l’1 a 0, per poi lasciare che ricevesse a colazione la ferale notizia. Ricordo la prima volta che gli abbiamo dato il permesso di vedere una partita serale infrasettimanale – Atalanta-Bayer Leverkusen, finale di Europa League- e mi dico che sono i rischi del gioco: perdere partite improbabili, vincerne altre gloriose. Si prende il pacchetto completo.

Per me, il calcio è come una religione che non pratico: rispetto i fedeli, se non diventano molesti, ma non riesco a capirli fino in fondo. Partecipo alle loro feste, ma non comprendo i loro drammi sportivi: «È solo una partita di calcio», ripeto. Lo dico sapendo di essere irritante e di non consolare nessuno, ma è quello che penso (perché è vero!).

La socializzazione del calcio

Fino a un paio di anni fa mio figlio era come me. La prima volta che portammo lui e la sorella minore allo stadio passarono il tempo a giocare sotto il seggiolino. Mio marito – che ha imparato a leggere a 4 anni con l’album Panini – scuoteva la testa rassegnato: «Non gli interessa, pazienza». Poi è accaduto ciò che accade alla maggioranza dei giovani maschi: il calcio diventa il principale veicolo di socialità. La palla è una calamita. Comincia ad aspettare al parchetto chi gioca con lui. Tutti i compagni di scuola sono nella squadra dell’oratorio, si iscrive. Il padre spende cifre insensate in edicola e mio figlio comincia a scambiare figurine con gli amici. Torna allo stadio con lo zio. Mettici l’Atalanta che vinceun sogno per noi bambini degli anni Ottanta e Novanta – ed è fatta. In un attimo mi ritrovo un piccolo maschio che sa a memoria la rosa del Sassuolo e della Cremonese, segue qualsiasi partita in tv e da grande vuole fare il portiere.

Da madre mi ripeto che è un modo per fare sport, allenare la memoria, imparare a stare in gruppo, coltivare delle passioni. Da Marina Marzulli mi secca non essere riuscita a porre un argine, a spingerlo a coltivare qualcosa di più costruttivo. Da giornalista (evidentemente non sportiva) mi chiedo perché il calcio sia così centrale nelle nostre vite.

Vivere un Mondiale

In casa seguiamo tutti gli sport (io perlopiù di riflesso) e mi sembra una bella cosa: ci godiamo i successi di Sinner e di Sofia Goggia, le trenta medaglie vinte alle Olimpiadi invernali, le quaranta alle Olimpiadi estive. Abbiamo festeggiato il terzo posto agli europei femminili di basket e persino la semifinale del baseball. Insomma: non si vive di solo calcio. Però i Mondiali di calcio sono «un’altra cosa». Non lo sono, evidentemente, per meriti sportivi. Lo sono perché, come collettività, abbiamo deciso più o meno consciamente che è così: se gioca la nazionale di calcio (maschile, lo sottolineo un’altra volta) l’Italia si ferma.

È una bella sensazione, che manca da 12 anni – presto 16 – e che i nostri figli non hanno mai provato. Da tifosa «non praticante» rimpiango l’attesa, decidere dove e con chi vedere la partita, parlarne con gli amici, i colleghi, il panettiere. Essere tutti CT della nazionale. L’eccitazione che serpeggia, l’inno che si sente dalle finestre aperte, il fiato trattenuto, i «noooo» e le esultanze collettive, le strade deserte, i clacson che suonano, la gente per strada. Non è un pensiero razionale, è emotività pura, che trascende ogni competenza tecnica, ogni gesto sportivo, ogni considerazione sul ranking Fifa. Sarebbe bello viverlo con i bambini.

Succede solo col pallone

Questo succede solo con il calcio, e un senso non ce l’ha. Perché non ci ritroviamo in piazza per imprese sportive ben più fantascientifiche, tipo un italiano che vince i 100 metri alle Olimpiadi? Perché non facciamo i caroselli quando l’Italia di Velasco batte al tie break la Turchia? Non me lo so spiegare.

Non sono sport minori, belli il curling, la canoa, il tiro con l’arco (belli davvero, a me piacciono molto), ma sono di nicchia e non c’è niente di male in questo. Al contrario, pallavolo, tennis, nuoto, basket sono sport che tutti conoscono, tantissimi hanno praticato, e dove – al contrario del calcio - maciniamo successi, abbiamo settori giovanili, movimento. Perché non possiamo stringerci, come nazione, attorno a queste competizioni e tralasciare un attimo il calcio? Cos’è che rende il calcio così “speciale”, che ci fa palpitare e disperare tutti insieme, anche se abbiamo giocatori mediocri, le partite sono noiosissime e manchiamo ai Mondiali da tre edizioni? È un retaggio culturale? Lavaggio del cervello? Pubblicità? Tradizione? Non ho risposte.

Nel frattempo mio figlio se ne è fatto una ragione: «Sarei stato troppo in ansia a vedere le partite dell’Italia». In effetti, non sarebbe stato più simpatico perdere col Qatar che con la Bosnia. Penso che tutto sommato questi Mondiali potremmo pure decidere di non vederli, ma lui aggiunge: «Posso tifare Marocco e Senegal, come i miei compagni. Fortunati loro che si sono qualificati».

Approfondimenti