Nei giorni scorsi mi sono imbattuta in una curiosa ricerca americana che mi ha fatto sorridere. Un gruppo di studiosi ha ripreso e testato una teoria formulata negli anni Settanta dal fisico statunitense e premio Nobel Richard Feynman, che un giorno, durante un pranzo con un amico, trasformò un dubbio molto comune in un problema matematico: quando andiamo al ristorante, conviene ordinare sempre il nostro piatto preferito o è meglio continuare a sperimentare? Feynman non pubblicò mai la sua soluzione. La appuntò su alcuni fogli pieni di calcoli e scarabocchi, rimasti praticamente indecifrabili per quasi cinquant’anni.
Oggi, grazie a uno studio pubblicato sulla rivista scientifica PNAS e condotto da ricercatori delle università di Princeton, Oxford e City University of New York, quei fogli sono stati ricostruiti, la teoria è stata formalizzata e, soprattutto, è stata messa alla prova con un esperimento che ha coinvolto 2.520 partecipanti. Ai volontari è stato proposto un gioco online: immaginare di trascorrere un certo numero di sere in una città sconosciuta e scegliere ogni volta se provare un nuovo ristorante oppure tornare in quello che, fino a quel momento, si era rivelato il migliore. Ogni locale aveva un punteggio “nascosto”, che diventava noto solo dopo la prima visita, e l’obiettivo era ottenere il punteggio complessivo più alto nell’arco di tutta l’esperienza.
Il risultato? Ha dimostrato che la matematica di Feynman funziona. O meglio: le persone non seguono esattamente la sua formula, ma adottano strategie molto simili, arrivando a risultati sorprendentemente vicini a quelli teoricamente ottimali. In pratica, dopo una prima fase di esplorazione, tendiamo tutti a tornare su ciò che sappiamo già esserci piaciuto. «Si torna sempre dove si è stati bene…» dicono i più saggi.
Detta così sembra quasi una giustificazione scientifica per continuare a ordinare la stessa pizza ogni venerdì sera. Ma funziona davvero anche nella vita reale? Ho iniziato a pensarci e mi sono resa conto che, almeno nel mio caso, la risposta è parecchio complicata.
Ho alcuni posti del cuore che continuo a frequentare. C’è il ristorante dove organizziamo tutte le cene di famiglia, la pizzeria per i weekend con gli amici, il fast food che entra in gioco quando serve una coccola dopo una giornata difficile. Sono luoghi che conosco bene, dove conosco il menù praticamente a memoria. Potrei ordinare ad occhi chiusi e so già come mi sentirò ancora prima di sedermi a tavola. La mia comfort zone , potrei dire.
E poi, dall’altra parte, c’è la curiosità. Quella di provare il locale appena aperto, il ristorante di cui tutti parlano, quell’insegna vista su Instagram e che qualche amico ha già provato. Forse è anche una deformazione professionale: scrivendo di cibo e passando spesso qualche giorno fuori casa per lavoro, mi capita di mangiare in posti nuovi molto più della media. E non sempre è una scelta voluta. A volte è semplicemente il ristorante più comodo tra una riunione e un evento, o quello che ha la cucina aperta fino a tardi, o che viene scelto dai colleghi.
Se volessimo identificare queste due come le principali tipologie di cliente (chi va sempre sul sicuro e chi invece esplora ogni volta un posto nuovo), a dirvi la verità, non saprei incasellare il mio profilo né nell’una né nell’altra categoria. Anzi, credo che ognuno di noi abbia un suo personale identikit da cliente che prende in considerazione più aspetti.
C’è chi ordina sempre la stessa pizza da vent’anni e guai a cambiare. Chi, appena apre il menù, cerca subito l’ingrediente che non ha mai assaggiato. E poi ci sono io, che oltre a vivere entrambe queste situazioni, ho una incontrollabile sindrome. «Io ordino questo e tu quello, così poi facciamo a metà?» Perché il problema è che nel menù ci sono quasi sempre almeno due piatti che vorrei provare. Quando sono con il mio compagno o con gli amici la soluzione è semplice: prendiamo cose diverse e poi assaggiamo tutto. È il «social eating» applicato alla vita reale, molto prima che qualcuno decidesse di dargli un nome inglese. Il problema arriva durante le cene di lavoro. In quei casi non è sempre facilissimo chiedere al collega o al capo: «Senti, me ne fai assaggiare un boccone?». E così, puntualmente, appena arrivano i piatti al tavolo, parte quel leggero rimpianto: forse avrei dovuto prendere l’altro.
A complicare ulteriormente la teoria di Feynman c’è il «porto sicuro». Li chiamo così, quei piatti che scegli quando il menù è troppo lungo, quando sei indecisa o semplicemente quando non hai voglia di pensare. Io, ad esempio, ne ho due: pizza capricciosa e tagliata di manzo (cottura: rigorosamente al sangue). Non sono soltanto alcuni dei piatti preferiti, ma una specie di test della qualità utile per valutare un nuovo locale. Se una pizzeria riesce a fare bene una di queste due, è molto probabile che ci tornerò. Se invece qualcosa non mi convince, difficilmente darò una seconda possibilità al resto del menù. Dite che sono troppo cinica?
Forse non sono sempre stata così. Anzi, ripensandoci, direi che anche il mio modo di scegliere è cambiato nel tempo. Anni fa decidevo spesso dove andare a mangiare perché avevo visto una foto sui social. Il locale curato, il piatto esotico, l’esperienza da raccontare. Oggi faccio quasi il percorso inverso: prima cerco cosa c’è vicino a me, soprattutto quando sono in trasferta per lavoro, e poi sbircio Instagram giusto per capire se il posto potrebbe piacermi. L’estetica conta ancora, ma non è più il motivo principale per cui esco a cena. Anche perché, crescendo, credo di essere diventata un po’ più “comfort” nelle scelte. Dopo aver provato tanti ristoranti e cucine diverse, mi sono resa conto che una pizza nel posto del cuore o una cena alla sagra del paese possono regalare la stessa soddisfazione di un locale ricercato, se nel giusto mood e con la giusta compagnia. Questo non significa aver perso la curiosità: ogni tanto mi piace ancora concedermi un ristorante nuovo o un’esperienza particolare. Ma oggi la vivo come un piccolo premio, non come una corsa continua alla novità.
E quindi, Feynman aveva ragione? Forse sì. O forse no. Perché la scelta del piatto non dipende solo da quanto abbiamo già sperimentato. Dipende da chi abbiamo di fronte, dal giorno della settimana, dal motivo per cui siamo usciti e persino dall’umore con cui apriamo il menù. Penso infatti che al ristorante siamo tutti un po’ matematici e un po’ irrazionali. Abbiamo i nostri posti preferiti, le nostre piccole strategie per non sbagliare. Ma continuiamo a lasciare uno spiraglio alla sorpresa, anche solo per il gusto di dire: «Sai che quasi quasi questa volta provo qualcosa di diverso?».
E se poi va male… pazienza. C’è sempre la pizza capricciosa!
