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Tre modi di bere vino che un sommelier non vi consiglierebbe mai

Articolo. Vino in polvere, in lattina e servito con ghiaccio: sono tre modi di bere il succo d’uva fermentato che esistono davvero. Li ho provati e vi racconto come è andata

Lettura 3 min.

Ormai lo sapete: dietro ad ogni mio pezzo c’è un aneddoto. Un pezzo di vita vissuta, un pretesto per riportarvi una mia esperienza. Ed è proprio l’ultima di queste – abbastanza scioccante – che mi ha dato lo spunto per raccontarvi di quando ho bevuto vino in modi assai particolari. Di quei modi che neanche il peggior sommelier del mondo potrebbe mai consigliarvi. Eppure ne ho provati ben tre, e vi racconto com’è andata.

Ho brindato con del vino solubile

Inizio col raccontarvi la mia ultima esperienza vinicola. Mi trovavo a Dubai, in un ristorante singolare. Si trattava infatti di una nave convertita a locale di ristorazione, che per quella sera era attraccata ad un porticciolo della Marina. Entriamo, ci sediamo, e ordiniamo cinque calici di rosé per iniziare la serata. «A questo punto prendiamo direttamente una bottiglia» dico alla cameriera. Mi guarda un po’ sorpresa, e dice di dover chiedere al manager. «No, mi spiace, non possiamo servire la bottiglia» ci dice. E quindi vada per i calici.

«Che strano» penso. Ma tra il caldo, la sete e la fame, non ci do troppo peso. Arrivano i cinque calici, un bel brindisi e iniziamo a sorseggiare, parlando del più e del meno. Inizialmente sembra tutto nella norma, se non fosse per il colore del vino che – dopo qualche minuto – inizia a diventare sempre più torbido. Sul fondo del calice resta uno strano residuo, diverso da quello che solitamente può lasciare un vino vero. Una polverina sottile, quasi brillantinata. L’assaggio e sì, sa di vino.

Sapevate che esiste il vino solubile? Era il 2012 e Amazon iniziò la vendita di alcuni kit che promettevano, mescolando una “polverina magica” al succo d’uva e al lievito, di produrre vino italiano. Si trattava di prodotti destinati al mercato americano, ma che impropriamente utilizzavano denominazioni italiane come Barolo, Amarone, Chianti e così via. Il tutto alla modica cifra di 50 dollari circa. Questa notizia fece tanto scandalo che se ne occupò persino Striscia La Notizia. Per fortuna, l’intervento della Commissione Europea fu tempestivo e la vendita di questi prodotti, ma soprattutto l’utilizzo improprio delle terminologie, venne bandito in tutti gli Stati membri.

Il vino solubile esiste ancora su alcuni siti online ma ve lo sconsiglio fortemente. Per me è un vero e proprio abominio. Uso un termine volutamente forte perché – da buona bergamasca – sono una grande sostenitrice del lavoro dell’uomo. Soprattutto di quello artigianale, che richiede tempo e pazienza, passaggi attenti e meticolosi. Proprio come la produzione di vino. Le scorciatoie, a me, non sono mai piaciute.

Ho bevuto vino in lattina

Nuovo viaggio, nuova esperienza. Questa volta per una scelta consapevole. In un supermercato di Chelsea (a Londra) mi avvicino al reparto alcolici: mi andava una buona birra da sorseggiare al parco. Accanto alle birre il reparto vino e poi un piccolo scaffale che attira la mia attenzione. Leggo: Sauvignon Blanc dal Sudafrica in lattina.

Il classico contenitore di alluminio viene scelto come alternativa sostenibile alla plastica per le bibite e per l’acqua. Ma il vino in lattina, lo avete mai provato? Io no, ma ne ero davvero incuriosita. Ovviamente non si trattava di vino pregiato, anche considerando il costo contenuto, ma era fresco, mi ha dissetato e mi ha fatto passare una piacevole mezz’ora al parco.

Non me ne vogliano i miei amici appassionati. È chiaro che una bella bottiglia di vino, soprattutto se si tratta di un’etichetta pregiata, è un milione di volte meglio. Ma non mi sento di bocciare il vino in lattina. Ha alcuni vantaggi, soprattutto per l’asporto. Intanto rimane fresco più a lungo rispetto alle classiche bottiglie di vetro. Non servono strumenti particolari per aprirlo, un semplice gesto con le dita e il gioco è fatto. Non pesa come il vetro nello zaino (quindi, se lo portate in montagna e lo bevete, anche i rifiuti che dovete riportare a casa sono molto più leggeri). E in ultimo non è fragile, quindi non rischiate di rovesciarvi in borsa il succo d’uva fermentato.

Morale: abbandonate i pregiudizi. Non si giudica un libro dalla copertina.

Il vino non era in fresca: ci hanno messo del ghiaccio

Questa pratica è parecchio comune nei paesi anglosassoni. Si sa, loro sono forti sulla birra ma quando si parla di vino… Eppure anche i cugini francesi, che di vino ne producono parecchio, hanno di recente rispolverato una moda chiamata «Rosè piscinè», vino rosato con ghiaccio.

La prima volta mi è successo in Australia: «signorina, il vino non era abbastanza fresco, le ho messo del ghiaccio». Io, inorridita, «grazie, mi porta per cortesia anche una birra?». Vi lascio solo immaginare che fine ha fatto il vino in questione. Accanto a me invece i tantissimi calici colmi fino all’orlo (da loro si usa così), in cui galleggiavano cubetti di ghiaccio, venivano sorseggiati in allegria. Ma non lo sapete che il vino non si annacqua?

Non solo: l’abbassamento drastico della temperatura del vino, dato dal ghiaccio, ne rovina la percezione. Tutti gli aromi e i profumi vengono distorti o addirittura annullati. Lo ha dimostrato anche un esperimento condotto dalla testata Dissapore. Quindi, se vi hanno consigliato di congelare del vino nel portaghiaccio per poi riempire i vostri calici, vi hanno dato un pessimo suggerimento!

Ben venga mixare il vino con ghiaccio, sciroppi o distillati, per farne un cocktail. Ma ricordatevi che il ghiaccio, nei miscelati, è un ingrediente e non un semplice modo di tenere il drink in fresca. Dunque, se volete essere miei amici, niente ghiaccio. Non lo posso proprio accettare. Se proprio il vostro vino non è alla giusta temperatura, bevete qualcos’altro!

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