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«…and the animals were sold». Anche l’arte può curare le ferite del Covid

Articolo. In una società fatta di tantissimi «non luoghi», Bergamo offre un luogo che favorisce la relazione e il pensiero. A Palazzo della Ragione, fino al 29 ottobre GAMeC propone una mostra firmata Rachel Whiteread che rende omaggio alle vittime del Covid bergamasco e invita chi resta a riconnettersi con il proprio dolore e con i propri cari

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C’è un momento della giornata in questo inizio d’ottobre in cui i raggi del sole fendono le vetrate della Sala delle Capriate che sta sopra il Palazzo della Ragione, e illuminano l’interno conferendo un tono ambrato e taumaturgico a ciò che sta nella sala. Fino al prossimo 29 ottobre, qui è ospitata la mostra di Rachel Whiteread dal titolo «…and the animals were sold» , il cui obiettivo è rendere omaggio alle vittime dei drammatici giorni del Covid bergamasco tra marzo e aprile 2020 e offrire una via possibile di cura per noi che siamo sopravvissuti.

Curare con l’arte è il pensiero comune dell’artista e dei due psicanalisti che hanno contribuito all’ideazione della performance, che si concretizza in sessanta sedute scolpite nella pietra e collocate in tre modi diversi: un gruppo osserva il distanziamento tra le persone che abbiamo rispettato in quei mesi, un gruppo sembra alludere a una fila di lapidi uguali e indistinte come quelle dei cimiteri di guerra e un gruppo sfugge al tema e si dispone come le seggiole di un bar all’aperto che si avvicinano l’una all’altra per permettere alle persone di guardarsi in faccia e di conversare.

Sono due gli espedienti artistici con i quali l’artista ha utilizzato queste sedute per alludere al tema del trauma bergamasco e della cura. Il primo è rendendo concreto il vuoto che c’è sotto le sedie, tra le quattro gambe: interessante la scelta di rappresentare l’assenza della persona che lì si sedeva, producendo il calco di quel vuoto.

Il secondo è il materiale ha preso la forma di questo vuoto e sono quattro pietre locali della nostra terra. Il marmo di Zandobbio di cui è fatta la facciata della biblioteca Angelo Mai, la fontana del Contarini in piazza Vecchia e porta San Giacomo e il Palazzo della Libertà; l’arenaria di Sarnico di cui è fatto il Palazzo della Ragione, la porta Sant’Agostino e la nuova pavimentazione di Piazza Carrara; l’arabescato orobico nella sua versione rosa e grigio che per la preziosità del disegno e l’ottima lucidabilità è stato in passato un materiale richiesto soprattutto per dettagli decorativi all’interno delle chiese e dei palazzi nobiliari (e anche nella Basilica di San Pietro a Roma) e il botticino, estratto invece nella provincia di Brescia, pure utilizzato in monumenti e chiese, ad esempio il Duomo Nuovo della città della Leonessa. Sono le nostre pietre a prendere il posto dei nostri morti e sono i nostri corpi con le nostre lacrime ad essere chiamati a sedersi su questi cippi.

«Questa esposizione è un bell’esempio dell’arte che cura – afferma Pietro Roberto Goisis, bergamasco di origine, psichiatra e psicanalista, membro ordinario SPI (Società Psicoanalitica Italiana) e IPA (International Psychoanalytical Association), docente all’Università Cattolica di Milano e presso scuole di specializzazione in psicoterapia – L’arte, così come la poesia, si possono inserire nella ferita del trauma con la potenza della bellezza e della originalità artistica con intento riparativo, ovvero di ristabilire una sensazione di piacere laddove era stato sostituito dal dolore. Tornando a Bergamo dopo il Covid, ho avuto la percezione di una rimozione massiccia e clamorosa della ferita del Covid. Una rimozione che per sua natura dovrebbe essere incosciente, ma che in questo caso pare condivisa. Dal mio punto la mancanza di rielaborazione del lutto comunitario è un grande errore perché se abbiamo preso coscienza di essere fragili, mortali, se ora sappiamo con certezza che un virus microscopico dall’altra parte del mondo può sconvolgere le nostre vite a la nostra comunità, non possiamo far finta di nulla».

Se le nostre illusioni di onnipotenza e perfezione sono state compromesse, non possiamo fingere di essere gli stessi. Non per niente le patologie di ansia per l’incertezza del futuro e la tristezza per la lacerazione dei legami si manifestano nelle lunghe liste di attesa da psicologi e psichiatri. «Uso una metafora. Quando si cade da cavallo, ci dicono di rimetterci subito in sella per superare la paura. È vero, ma non prima di aver analizzato le cause della caduta e non prima di esserci attrezzati per evitare una nuova caduta». Un consiglio per gestire ansie e depressioni? «Stare in relazione. Sempre, in ogni situazione. Non perdere il contatto con i legami affettivi che consentono di interrompere le pericolose derive delle emozioni fuori controllo».

Anche Angelo Antonio Moroni è psichiatra e psicanalista, membro ordinario SPI (Società Psicoanalitica Italiana) e IPA (International Psychoanalytical Association) e svolge la libera professione a Pavia. Ha pubblicato «Giovani e disagio. Psicopatologia dell’individuo e del gruppo nell’adolescente di oggi» e con Roberto Goisis è autore di «Psychoanalytic Diaries of the Covid 19 Pandemic» (Routledge, 2022) e di «Lockmind, due diari della pandemia» (2022).

«L’arte cura perché lavora sulla mente come il sogno – afferma – Come il sogno è in grado di lavorare sulle lacerazioni intervenendo sul processo primario delle emozioni antiche e fondative della mente umana. L’arte, come il sogno, ridisegna il senso di quanto è accaduto o ripara. Nel caso del sogno ciò avviene in mondo incosciente perché il sogno non lo controlliamo, nella fruizione artistica invece possiamo guidare le emozioni a dare forma e figurabilità all’inconscio. Questa mostra è un investimento da parte di GAMeC sul movimento riparativo necessario per i bergamaschi per superare il lutto. Questo spazio straordinario nella Sala delle Capriate è in questo periodo della mostra della Whiteread uno spazio fisico e mentale che suggerisco di visitare e vivere a tutti i bergamaschi. Invito a sedersi sulle sedute ricavate dal calco delle sedie che erano abitate dai nostri cari. Invito a provare la sensazione di riconnettersi con il proprio dolore e con i propri cari. In una società fatta di tantissimi “non luoghi”, Bergamo offre un luogo che favorisce la relazione e il pensiero».

Un consiglio per gestire il lutto comunitario? «Coltivare la narrazione, quella della cultura, ma anche quella quotidiana del giornale che ha tenuto e tiene insieme la comunità bergamasca. La cura parte dalla conoscenza dell’altro, dall’incontro aperto e capace di accettare che le lacrime diventino parole e discorso».

L’artista inglese Rachel Whiteread ha curato anche il memoriale della Shoah sulla Judenplatz a Vienna. Per questa mostra, nel titolo allude al Covid, in modo del tutto originale, con un riferimento ai mercati asiatici in cui si vendono animali di ogni sorta e che molti studiosi sostengono essere all’origine della mutazione del Coronavirus. In questi giorni le pietre della Sala delle Capriate sono sfiorate dalla migliore luce del crepuscolo e assurgono alla loro dimensione di cura solo nel momento in cui ci sediamo sopra, spostiamo le gambe uno verso l’altro e ci guardiamo negli occhi trovando l’energia per continuare a vivere. Senza dimenticare, ma asciugando gli occhi.

C’è da augurarsi che, al termine di questa esposizione, alcune di queste sedute possano continuare a svolgere il ruolo di cura per le quali sono state intagliate. Magari al cimitero o in città.

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