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Emma Ciceri a San Lupo, un percorso tra corpo, spazio e percezione

Articolo. All’Oratorio di San Lupo, spazio del Museo Bernareggi, è in corso una mostra personale di arte contemporanea tra immagini domestiche, pratiche corporee e installazioni site specific

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(Foto di Francesca Colombi)

Nello spazio espositivo dell’Oratorio di San Lupo, una delle tre sedi del Museo Bernareggi, situato nel cuore di Pignolo alta, è in corso una personale dell’artista bergamasca Emma Ciceri. Inaugurata lo scorso 6 marzo, aperta fino al 31 maggio e curata da Giuseppe Frangi e don Giuliano Zanchi, la mostra è un’esposizione che coinvolge un allestimento stratificato, costruito in dialogo stretto con l’architettura dell’Oratorio: un lavoro corale, in cui la progettazione dello spazio espositivo si configura come parte integrante della scrittura artistica. Si tratta di un lavoro profondamente personale: Ciceri utilizza San Lupo in modo sorprendente, ascoltando lo spazio più che occupandolo. Le installazioni si distribuiscono su più livelli, assecondando le geometrie e le spazialità dell’edificio, fino a plasmarlo e restituirlo sotto la forma di una sorta esperienza sensoriale. Più che emotiva o artistica, è forse giusto parlare di un’esperienza incarnata: qualcosa che coinvolge il corpo prima ancora dello sguardo e che chiede di essere attraversata oltre che osservata.

Il percorso – non indicato, ma che si percepisce come tale – si organizza come un movimento a salire cui corrisponde, inevitabilmente, una discesa. Al piano terra, nello spazio centrale, si incontra «Nascita aperta», doppio video a schermi affiancati che documenta una performance del 2021 realizzata dall’artista insieme alla figlia Etti presso il museo della Pietà Rondanini all’interno del Castello Sforzesco di Milano, dove è custodita l’opera incompiuta di Michelangelo. Qui il dispositivo video diventa strumento di esplorazione. Madre e figlia – il cui corpo, nel caso della bambina, si muove alla scoperta di un suo spazio alla ricerca delle sue misure e proporzioni – si muovono nello spazio come in assenza di gravità. La camera trasfigura l’ambiente e i corpi, li rende quasi sospesi, come se il museo diventasse luogo senza coordinate spaziali. Allo stesso tempo, quel movimento si configura come un dialogo continuo con lo spazio. Il capolavoro incompiuto sembra perdere il suo statuto di reliquia classica e si rivela per ciò che è: un’opera radicalmente contemporanea, quasi novecentesca. In questa prospettiva, i riferimenti alla tradizione vengono messi in crisi, costringendo lo sguardo a rinegoziare le forme, che sembrano ridefinirsi sotto gli occhi dello spettatore. A questo flusso si alternano immagini domestiche – il bagno, il gioco, la cura quotidiana – che scorrono sui due schermi affiancati. Ne emerge una corrispondenza inattesa tra spazio espositivo e spazio intimo: una continuità che non appiattisce, ma amplifica il quadro percettivo. È un gesto performativo di grande intensità, che mette in discussione, fino a renderla sottilissima, la separazione tra pubblico e privato e tra arte e vita.

Salendo al piano intermedio si incontra una seconda installazione video: «Respiro sole», le cui riprese sono state realizzate nel 2019 nello studio dell’artista a Stezzano. Il lavoro nato durante un trasloco, in uno spazio progressivamente svuotato, mostra un riflesso di luce, proiettato da un vetro su una parete nuda, che si sposta lentamente nel corso della giornata. Ciceri ne segue il margine, tracciandolo via via che si muove, e ne colora l’interno con un azzurro tenue. Il video, che dura circa mezz’ora, non costruisce un’immagine nel senso tradizionale, ma rende visibile un processo: la luce che scorre, il tempo che la modifica, il gesto che tenta di trattenerla. Più che una “cattura”, è una forma di misurazione, quasi un modo per dare consistenza a qualcosa che per sua natura sfugge. In questo senso, il lavoro tiene insieme diversi piani dell’arte visiva senza dichiararli: la fissità dell’inquadratura, che richiama la fotografia, l’intervento pittorico che segna la superficie, la durata del video che rende percepibile lo spostamento e lo scorrere del tempo. Ne emerge un’immagine instabile, che esiste solo nel suo accadere e che porta alla soglia della visibilità ciò che normalmente resta inosservato.

Dal secondo piano del loggiato, nel punto più in alto accessibile dell’Oratorio, si può vedere «Studio di mani», terza e ultima opera video presente nell’esposizione, realizzata da Ciceri nel 2024. Qui la presenza si riduce a un dettaglio: le mani. Quelle di madre e figlia si cercano, si guidano, scorrono l’una sull’altra in un intreccio che è insieme gioco e linguaggio. Il riferimento agli studi di mani della storia dell’arte evocato dal titolo è esplicito, ma non didascalico. Piuttosto, quella tradizione viene messa alla prova e ridotta all’essenziale: non solo studio della forma, ma esperienza del gesto, relazione che si costruisce nel tempo e nello spazio. La proiezione, inserita all’interno di un ovale decorativo di una delle pareti perimetrali dell’Oratorio, grazie a un complesso sistema di adattamento dell’immagine, si fonde con l’architettura fino a diventare essa stessa elemento strutturale. Il dialogo corpo-spazio si arricchisce dunque di un ulteriore livello in cui l’arte, intesa non come repertorio di forme ma come archivio di gesti, emozioni, tentativi di rappresentazione diventa immagine in movimento.

La discesa conduce infine alla cripta, dove è allestita un’installazione site specific pensata per lo spazio più carico di memoria dell’oratorio: il cimitero sotterraneo. Qui, dal 1739, i membri della congregazione dei giovani Figlioli, si occupavano della sepoltura di chi moriva senza assistenza, i cosiddetti «Morti Soli», titolo dell’installazione. Senza svelarne il funzionamento, si può dire che l’opera attiva una relazione diretta tra visitatore e ambiente ed è in assoluto quella che più radicalmente si misura con lo spazio di San Lupo. L’installazione non si lascia infatti ridurre a una fruizione distaccata: coinvolge il visitatore e lo espone alla stratificazione storica dello spazio. La dimensione della morte, con il suo carico di dolore e solitudine, torna a farsi presente, ma non in modo univoco: accanto a essa affiora una forma di quiete, quasi una riconciliazione. È uno sguardo sul mondo ctonio che non si limita al piano spirituale, ma si apre a una riflessione profondamente umanistica sulla cura, sull’abbandono, sulla possibilità di trovare senso anche nella marginalità.

Nel suo insieme, il lavoro di Emma Ciceri a San Lupo costruisce una struttura articolata, in cui ogni elemento – video, installazione, architettura – concorre a un’esperienza che resiste a una lettura univoca. Ridurla a una sola chiave significherebbe perderne la tensione interna, fatta di continui slittamenti tra intimo e pubblico, tra corpo e spazio, tra memoria e presente. È proprio in questa esposizione del personale, mai esibita ma costantemente messa in gioco, che si apre una possibilità di riconoscimento: non immediata, non pacificante, ma capace di coinvolgere lo sguardo e il corpo di chi attraversa la mostra. Ed è forse qui che il lavoro trova la sua misura più convincente: nel riuscire a trasformare un’esperienza individuale in qualcosa che, senza semplificarsi, resta condivisibile.

A margine della mostra sono previsti alcuni laboratori che ne approfondiscono i temi attraverso pratiche corporee e relazionali. Si terranno il 25 aprile («Corpo sensibile. Abitare spazi di relazione», con Riccardo Maffiotti), il 9 maggio («Metodo Feldenkrais®» con Simone Ferrari) e il 19 maggio («Legami. Corpi in dialogo» con Clara Luiselli e Laura Mola). Si tratta di incontri aperti anche a chi non ha esperienza, pensati come un’estensione pratica del percorso espositivo.

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