Ci sono fotografie che fermano un momento. E poi ci sono quelle che, senza far rumore, raccontano un cambiamento. Quelle di Eugenio Goglio appartengono a questa seconda categoria: non si limitano a restituire volti e paesaggi, ma tengono insieme una storia che si muove. La storia di una valle – la Val Brembana – mentre attraversa il passaggio tra Ottocento e Novecento, tra lentezze antiche e primi segni di modernità. Guardarle oggi significa riconoscere qualcosa di familiare. Non solo nei luoghi o nei volti, ma in quel modo di stare al mondo che, in fondo, è ancora il nostro. Volti, paesaggi, comunità. Nelle fotografie di Eugenio Goglio si riflette un mondo in trasformazione: la Valle Brembana tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, attraversata da cambiamenti economici e sociali destinati a segnarne profondamente l’identità.
A questo sguardo, insieme artistico e documentario, il Museo delle storie di Bergamo dedica la mostra «Ritratto di un’Epoca. Fotografie di Eugenio Goglio (1865–1926)», curata da Roberta Frigeni, Nicholas Fiorina e Daniela Pacchiana e visitabile fino al 19 luglio al Museo della fotografia Sestini, nel complesso del Convento di San Francesco in Città Alta. In esposizione oltre 140 fotografie in bianco e nero, selezionate da un fondo di più di tremila negativi su lastra di vetro conservati dall’Archivio fotografico Sestini, acquistati dalla Provincia di Bergamo: un patrimonio che restituisce un ritratto corale della valle nel passaggio verso la modernità.
L’occasione è il centenario della morte dell’autore. «Grazie a SIAD Fondazione Sestini, a cadenza annuale proponiamo una mostra fotografica – spiega il curatore Nicholas Fiorina – Questa arriva dopo quella dedicata a Pepi Merisio ed è anche un’occasione per restituire alla città un bene acquistato dalla Provincia nel 1981 e affidato alle cure del Museo della Fotografia nel 2018».
Eugenio Goglio: un fotografo, ma non solo
Nato a Piazza Brembana nel 1865, Eugenio Goglio è una figura complessa, capace di muoversi tra diversi linguaggi artistici. Dopo gli studi a Milano, tra l’Accademia di Brera e la Scuola superiore d’arte applicata alle industrie, torna in valle alla fine degli anni Ottanta dell’Ottocento, portando con sé una formazione non scontata per un contesto montano. Diventa presto il fotografo di riferimento del territorio, ma la sua attività non si limita allo studio. È anche scultore, intagliatore, decoratore e musicista: una personalità poliedrica, inserita nella vita culturale e sociale della comunità, spesso chiamata a lavorare tra chiese, oratori e spazi pubblici.
«Goglio non è solo un fotografo, ma un artista-fotografo – sottolinea Fiorina – La sua formazione non nasce nella fotografia, ma nelle arti applicate. Quando torna in valle apre uno studio fotografico, ma porta con sé quello sguardo». È proprio questa formazione a definire il carattere delle sue immagini: non semplici documenti, ma costruzioni consapevoli. Il ritratto è la sua cifra distintiva: singoli, coppie e famiglie diventano protagonisti di una messa in scena curata nei dettagli. Accanto ai ritratti, il suo lavoro restituisce uno spaccato vivido della valle tra tradizione e modernità: « Goglio porta in valle il gusto della Belle Époque respirato a Milano – osserva il curatore – e lo applica a un contesto apparentemente distante, creando immagini che sono insieme rappresentazione e indagine antropologica».
La valle come racconto collettivo
Il valore delle fotografie di Goglio va oltre l’aspetto estetico: è una testimonianza della storia sociale della valle in un momento di transizione.
Nei suoi scatti si leggono i cambiamenti che attraversano la valle tra Ottocento e Novecento: l’avvio delle prime iniziative industriali, la nascita del turismo termale, le trasformazioni del paesaggio e delle comunità locali. Ma accanto a questi segnali di modernità, emerge ancora un mondo profondamente rurale, fatto di famiglie, contadini, bambini, lavoratori e rituali collettivi. Le immagini non sono mai “rubate”: sono costruite. « Tutte le sue fotografie sono documenti, ma non scatti colti al volo – spiega ancora Fiorina – Le persone vengono messe in posa, e proprio per questo restituiscono un’immagine consapevole di sé». Ne nasce un racconto stratificato, in cui convivono immobilità e cambiamento. Nella seconda metà dell’Ottocento la valle appare ancora isolata, con collegamenti difficili (un viaggio da Roncobello a Bergamo poteva durare otto ore), ma già nei primi anni del Novecento si intravedono i segni di una trasformazione in atto: il turismo internazionale legato a San Pellegrino Terme, la costruzione delle strade carrozzabili, l’apertura verso l’esterno modificano progressivamente il volto del territorio.
In questo contesto, la fotografia diventa anche uno strumento di autorappresentazione. Nel suo studio, il primo dell’Alta Valle Brembana, gli abitanti si fanno ritrarre con regolarità. Il ritratto non è più un privilegio delle élite: grazie alle nuove tecniche e alla maggiore accessibilità economica, diventa un gesto diffuso, condiviso da tutte le classi sociali. «È una fotografia già moderna, accessibile anche ai ceti più umili. In mostra si passa dal mendicante all’architetto in doppio petto: c’è l’intera comunità che si racconta», racconta il curatore.
Il percorso della mostra
Il percorso espositivo si articola in cinque sezioni, precedute da un’introduzione video che ripercorre la vita di Goglio. «Nel corridoio iniziale è presente un video che ripercorre quattordici tappe biografiche fondamentali, a cui si aggiungono altre sei date dedicate a ciò che accade dopo: una sorta di “Goglio beyond Goglio”».
Un passaggio che non è solo introduttivo, ma suggerisce fin da subito come la storia di Goglio continui oltre la sua epoca, accompagnando il visitatore fino a quello che Goglio è, oggi, al Museo delle storie di Bergamo.
Prima sezione: «Un fiume, una valle»
La prima sezione è dedicata al paesaggio e al ruolo del fiume Brembo. « È ciò che collega tutta la valle, da sud a nord – sottolinea il curatore – Non è solo un elemento paesaggistico, ma una risorsa fondamentale, soprattutto con lo sviluppo dell’industria idroelettrica». Dalle vedute di Sedrina, Zogno o San Giovanni Bianco fino ai centri dell’alta valle, emerge un equilibrio tra natura e insediamenti umani: paesi raccolti attorno alla chiesa, costruiti lungo il corso del fiume, che ne scandisce tempi e trasformazioni. Le fotografie, spesso destinate anche alla circolazione editoriale e turistica, restituiscono così una valle che si offre allo sguardo: non semplici vedute, ma immagini costruite, che contribuiscono a definire l’identità visiva del territorio.
Seconda sezione: «Una valle in posa»
Il cuore della produzione di Goglio è il ritratto. Nella seconda sezione si entra idealmente nel suo studio fotografico. Qui la fotografia diventa un rito sociale.
Fondali dipinti, oggetti di scena e dettagli legati alla modernità – come il lampione o l’energia elettrica – costruiscono una vera scena teatrale. «In studio i soggetti vengono ritratti anche con fondali che richiamano la modernità. Non si tratta mai di scatti casuali: ogni immagine è costruita con attenzione e precisione». Fa eccezione una sola fotografia, realizzata all’aperto durante il mercato di Piazza Brembana. Anche fuori dallo studio, però, Goglio mantiene un forte controllo della composizione. Accanto alla messa in scena emerge anche il lavoro sul negativo: «Interveniva direttamente sulle lastre, soprattutto sui volti femminili, per migliorare la resa», osserva Fiorina. «Era artista anche nel ritocco delle fotografie».
Terza sezione: «Donne e regiùre»
Una sezione è dedicata al mondo femminile. In una valle segnata dall’emigrazione maschile, sono spesso le donne a sostenere la vita familiare ed economica. Le fotografie restituiscono questa centralità attraverso ritratti di lavoratrici, madri e giovani donne, spesso vestite con grande cura. Ricorre il cappello tradizionale, «ol capèl», che diventa simbolo del loro ruolo di guida nella comunità. « Le cosiddette “regiùre” sono le donne che reggono la famiglia e l’economia locale mentre gli uomini lavorano altrove », spiega Fiorina. Attraverso segni precisi – il cappello, gli strumenti del lavoro, la posa – queste figure si rappresentano in modo consapevole, unendo fatica quotidiana e consapevolezza del proprio ruolo, con un’immagine spesso curata e quasi composta, sospesa tra realtà e rappresentazione.
Quarta sezione: «Il Genio in posa»
Qui emerge il lato più personale di Goglio, tra autoritratti, disegni e materiali provenienti dagli eredi. «In mostra c’è anche un autoritratto a carboncino, documento non fotografico consegnatoci dai suoi eredi». Ne emerge una figura sfaccettata: il Goglio maturo che torna in valle, ma anche il giovane che a Milano si avvicina alla musica e poi fonda la Fanfara di Piazza Brembana.
Accanto al fotografo, c’è sempre l’artista: «Quando voleva farsi ritrarre aveva con sé mazzuolo e scalpello», osserva il curatore, segni di un’identità legata soprattutto alla scultura.
L’ultima sezione: «Un’epoca in movimento»
L’ultima sezione racconta l’ingresso della valle nella modernità. Automobili, alberghi, caffè e nuove infrastrutture restituiscono il volto di un territorio che, nei primi decenni del Novecento, inizia a trasformarsi rapidamente. « Abbiamo chiuso con l’immagine iconica dell’arrivo del treno a Piazza Brembana, nel 1926, anno della morte di Goglio stesso – racconta sempre il curatore – Ci sembrava significativo: cambia l’epoca, cambia il futuro».
Il fondo dell’Archivio fotografico Sestini
Dietro la mostra c’è un lavoro lungo decenni. Il cuore dell’esposizione è il fondo «Eugenio Goglio», conservato presso l’Archivio fotografico Sestini: oltre tremila lastre di vetro, i negativi utilizzati prima della pellicola, a cui si aggiungono alcune stampe originali. «È tutto ciò che è arrivato fino a noi, anche se la produzione probabilmente doveva essere molto più ampia». Il fondo viene acquistato nel 1981 dalla Provincia di Bergamo e da allora è oggetto di un percorso di tutela fatto di catalogazione, digitalizzazione e restauro.
Oggi è conservato al Museo delle storie di Bergamo, dove continua a essere studiato e valorizzato. Negli ultimi anni la ricerca si è intensificata anche grazie al contributo del territorio: «Non sempre è semplice datare con precisione gli scatti. In alcuni casi sono stati utili dettagli interni alle immagini, in altri la collaborazione con istituzioni – soprattutto la biblioteca di Piazza Brembana e il Centro storico culturale “Valle Brembana” – e abitanti, che ha permesso di riconoscere volti e luoghi». Un archivio vivo, in continua evoluzione, che non solo conserva le fotografie, ma continua a generare nuove letture.
Gli eventi collaterali
Ad accompagnare la mostra, sostenuta da SIAD Fondazione Sestini con il contributo della Provincia di Bergamo e con il Consorzio del Bacino Imbrifero Montano del Lago di Como e fiumi Brembo e Serio, è previsto un calendario di appuntamenti che approfondiscono la figura di Goglio e il contesto in cui ha operato. Dopo la visita guidata speciale del 12 aprile, insieme a Rossella e Cristiana Oldrati, bisnipoti dell’artista, che hanno condiviso ricordi e storie di famiglia, il 7 maggio sarà presentato il volume dedicato a Goglio, firmato da Giacomo Calvi e Chiara Delfanti, mentre il 23 maggio un incontro con la restauratrice Silvia Berselli e con Daniela Pacchiana, responsabile dell’Archivio fotografico Sestini, permetterà di entrare nel vivo delle tecniche fotografiche dell’epoca. Il 7 giugno, infine, i curatori accompagneranno il pubblico in una visita dedicata al clima culturale della Belle Époque e ai cambiamenti della Valle Brembana.
«Abbiamo restituito Goglio al contesto più ampio della sua formazione e abbiamo letto e interpretato le sue fotografie come il “Ritratto di un’Epoca”. L’ambizione è quella di coinvolgere non solo i visitatori della valle, ma anche appassionati di fotografia e pubblico cittadino, il più ampio possibile», riferisce Fiorina.
C’è una fotografia, in mostra, stampata più grande delle altre. È quella che abbiamo utilizzato per la copertina di questo articolo. È un ritratto di gruppo: sotto il porticato del Sindaco Calvi, a Piazza Brembana. Eugenio Goglio è al centro, circondato da artisti, artigiani, collaboratori. Ognuno con il proprio segno distintivo, gli strumenti del mestiere, quasi a dichiarare il proprio ruolo. È, come racconta il curatore, una sorta di gotha del panorama artistico locale tra fine Ottocento e inizio Novecento. Ma è anche qualcosa di più semplice: una comunità che si mette in scena, che sceglie come mostrarsi. Il risultato è un racconto che attraversa il tempo e arriva fino a noi. Non come semplice memoria, ma come qualcosa che continua a interrogare il presente. Perché dentro quei ritratti, all’interno di quei paesaggi non c’è solo la Val Brembana di ieri. C’è il modo in cui ogni comunità prova a raccontarsi mentre cambia. E, forse, a capirsi. E allora, più che guardarle, viene da riconoscerle. Come si riconosce una storia che, in un modo o nell’altro, abbiamo già attraversato.
- Eugenio Goglio, il «Genio» della Valle Brembana al Museo delle storie
- Eugenio Goglio: un fotografo, ma non solo
- La valle come racconto collettivo
- Il percorso della mostra
- Prima sezione: «Un fiume, una valle»
- Seconda sezione: «Una valle in posa»
- Terza sezione: «Donne e regiùre»
- Quarta sezione: «Il Genio in posa»
- L’ultima sezione: «Un’epoca in movimento»
- Il fondo dell’Archivio fotografico Sestini
- Gli eventi collaterali
