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In Biblioteca Mai per “sfogliare” la corteccia del tempo

Intervista. Nell’Atrio Scamozziano, fino al 21 agosto, il collettivo Ferrario Frères porta un tiglio secolare dentro il cuore della memoria cittadina. Ne abbiamo parlato con gli artisti e con il curatore, Andrea Zucchinali

Lettura 9 min.

C’è qualcosa di profondamente controcorrente, oggi, nel fermarsi davanti a un albero. Nel concedersi il tempo di guardare ciò che non chiede attenzione a colpi di notifiche e non si consuma in pochi secondi. Ancora di più se quell’albero non si trova in un bosco, con le radici nella terra e le foglie a fare conversazione con il cielo, ma nel cuore monumentale di una biblioteca. Fino al 21 agosto, l’Atrio Scamozziano della Biblioteca Civica Angelo Mai ospita «Ho sfogliato lentamente la corteccia dell’albero del cosmo», installazione firmata dal collettivo Ferrario Frères, inaugurata lo scorso 11 giugno con la curatela di Andrea Zucchinali. In atrio, il fusto verticale di un tiglio secolare, recuperato negli spazi esterni di un’ex istituto psichiatrico bergamasco, stabilizzato e lavorato, diventa qualcosa che assomiglia a un varco: un’apparizione silenziosa in mezzo a un luogo dove il tempo non corre, ma diviene esperienza in forma di carta, pergamena, manoscritti e memoria. Dentro il tronco svuotato, attraverso una fenditura, si intravede una figura umana eterea, realizzata in vetroresina e cera e illuminata a LED. Attorno, un paesaggio sonoro naturale invita a rallentare il passo, come per ricordare che certi luoghi non si attraversano soltanto: si ascoltano.

«La presenza di questa installazione nell’Atrio Scamozziano esprime molto bene il senso profondo della Biblioteca Angelo Mai come custode della memoria storica», sottolinea l’assessore alla Cultura Sergio Gandi. «Attraverso l’opera di un artista bergamasco, che ha riflettuto proprio sul valore del tempo e del ricordo, la natura stessa si fa metafora della conoscenza protetta tra queste mura». Per Gandi, l’iniziativa si inserisce in un nuovo percorso della biblioteca, sempre più aperta all’arte contemporanea, «un luogo vivo: non solo custode della conoscenza, ma piazza culturale aperta alla riflessione e alla meraviglia». «Questa mostra vuole essere un invito a riscoprire il valore del tempo, della cura e della protezione della conoscenza», racconta Cristiana Iommi, responsabile della Biblioteca. «In un’epoca in cui tutto è volatile e digitale, invitiamo a fermarsi davanti a questa materia viva, a riflettere su ciò che dura, mette radici e continua a nutrirci». Dopotutto, ricorda Iommi, «uno dei principi della biblioteconomia moderna che ancora oggi guida il nostro lavoro è proprio questo: la biblioteca è un organismo che cresce».

Abbiamo chiesto al curatore Andrea Zucchinali e a Ferrario Frères di accompagnarci dentro questo lavoro: tra materia, mito, memoria e quella soglia sottile in cui la biblioteca smette di essere luogo fisico e diventa uno spazio da ascoltare.

CDM: L’installazione alla Mai propone una corteccia che protegge una presenza interna, proprio come la biblioteca custodisce “secoli di carta”, cioè la memoria storica della comunità. Che ruolo può avere l’arte nel rinnovare la percezione di un’istituzione storica come la Mai?

AZ: Il cuore dell’opera è l’intreccio tra natura e cultura, alla base della ricerca di Ferrario Frères. Infatti, all’interno del tronco, attraverso i nodi e le aperture della materia, si intravede una scultura in vetroresina: una presenza umana che custodisce una mano con un libro luminescente. In questo senso, l’Atrio Scamozziano non è soltanto un luogo di passaggio, ma diventa una soglia, concetto molto importante nella fruizione dell’arte contemporanea. Collocare un’opera all’ingresso significa renderla immediatamente visibile, farla entrare nell’esperienza stessa del visitatore. Esposto in Atrio anche un leggìo denominato «Colonna Camozzi», scolpito a forma di albero di quercia, reca sul tronco la data «1849», in ricordo dei volontari bergamaschi accorsi in aiuto dei bresciani durante le Dieci Giornate di Brescia (23 marzo – 1° aprile 1849). È il primo oggetto che accoglie chi entra e crea una sorta di percorso in due tappe: da una parte il leggio, con la sua storia, dall’altra l’installazione contemporanea, che riprende e rilancia il dialogo tra conoscenza, memoria e natura.

FF: Il tentativo è costruire rimandi a partire dal legno, un elemento già profondamente legato alla cultura. Pensiamo alla cellulosa, che ha reso possibile la produzione della carta e le grandi tirature della stampa. La corteccia, in particolare, ci interessa molto. Dal punto di vista estetico ha una presenza quasi rozza, selvatica, ma proprio per questo possiede una forza unica. È un dato primario, quasi “wild”, dell’arte. A livello primitivo, inoltre, la corteccia era anche supporto di scrittura e di memoria: permetteva di lasciare segni, tracce, riferimenti nei boschi. Era una forma di comunicazione. In questo senso, l’opera prova a mettere in relazione due mondi che spesso pensiamo separati: cultura e natura.

CDM: Il tronco dell’albero è collegato all’archetipo dell’albero del mondo, presente in molte tradizioni nordiche, come asse che collega terra e cielo. Perché oggi, in un contesto urbano e istituzionale, può essere ancora necessario richiamare la mitologia e un’immagine arcaica come quella dell’albero del mondo?

AZ: Il riferimento all’albero del mondo non va inteso in modo puntuale o didascalico, ma come una suggestione. In un mondo ipertecnologico, in cui la cultura sembra essersi progressivamente allontanata dalla natura, tornare a un’immagine mitica significa recuperare un tempo in cui questa separazione non esisteva ancora. Nei miti antichi cultura e natura nascono insieme: la cultura si sviluppa dentro la natura, non contro di essa. Oggi non abbiamo più un bisogno materiale del mito, nato come chiave interpretativa per spiegare ciò che non si riusciva a comprendere. Eppure, i miti possono ancora farci bene, perché impediscono al nostro immaginario di restringersi. Ci ricordano che la realtà può ancora stupirci.

FF: Ci siamo lasciati ispirare anche dalle suggestioni di Mircea Eliade e dall’idea dell’albero come elemento che tiene le radici ben piantate nella terra e, allo stesso tempo, permette una comunicazione tra gli esseri umani e il pantheon divino. Accanto a questo riferimento mitico, però, c’è anche una suggestione più legata al pensiero biologico e filosofico: quella di Jakob von Uexküll e del suo «Ambienti animali e ambienti umani». Ci interessa l’idea che ogni essere vivente non abiti semplicemente «il mondo», ma un proprio ambiente, costruito attraverso percezioni, relazioni, segnali. È un modo per pensare la natura non come sfondo passivo, ma come rete di mondi diversi che convivono e si sovrappongono. Questa riflessione si inserisce nella ricerca sui nuovi ecosistemi che portiamo avanti da anni: la commistione tra tecnologia e natura, tra umano e androide, tra organismo vivente e creatura tecnica.

CDM: Uno degli elementi più suggestivi è la figura umana eterea collocata all’interno del tronco: visibile attraverso una fenditura, sembra custodita e insieme prigioniera. È più un’anima protetta dalla corteccia o una memoria che cerca di riaffiorare?

AZ: L’opera è volutamente polisemica. Guardandola possono affiorare molte immagini legate al folklore: figure in cui l’uomo appare quasi fuso con l’albero, come se accedesse a uno stato di comunione profonda con la natura. Quella presenza interna può essere letta come un genius loci, uno spirito del luogo custodito dentro la materia. Ma può essere anche un rimosso che cerca di riaffiorare, qualcosa che si fa strada attraverso la corteccia e torna alla visibilità. Le opere di Ferrario Frères spesso non chiudono il significato, ma lo lasciano oscillare.

FF: La figura umana è inserita all’interno del tronco, ma non come corpo intero: appare per frammenti. Sono scelti in base a una funzione legata alla visione antropica: i piedi, quindi il movimento; la mano e il libro, quindi la lettura e la manualità; la testa, quindi il pensiero. C’è anche un’idea di sopravvivenza dell’uomo dentro la natura, ma allo stesso tempo la pianta è un elemento recuperato dalla propria dissoluzione nel ciclo del bosco. Il taglio del tronco diventa allora una citazione della capacità umana di intervenire sulla pianta, di modificarla, di trasformarla: una forma di antropizzazione che ha origini antichissime. La sezione trasversale è importante. È voluto che si veda la giuntura, perché anche nel taglio del bosco esistono misure, criteri, modalità di lettura della materia naturale. Sono forme di approccio alla natura che passano sempre attraverso lo sguardo dell’uomo, da sempre impegnato a interpretare e ordinare lo spazio che abita.

CDM: L’opera nasce da un elemento naturale, ma è resa possibile da interventi tecnici: stabilizzazione del tronco, struttura metallica, vetroresina, cera, LED, suono. C’è il rischio di leggerla come un “ritorno alla natura”, ma in realtà è un oggetto profondamente tecnico e costruito. È proprio questa tensione a renderla contemporanea?

AZ: Sì, ed è una tensione evidente nella struttura stessa dell’opera. Questo albero non è un unico tronco integro, ma è composto da una serie di moduli e nasce dall’unione di due tigli diversi. Le giunzioni sono state lasciate visibili, sottolineate dalla presenza della paglia tra un modulo e l’altro. L’artista non cerca di nascondere l’intervento, anzi lo rende esplicito. In questo senso l’albero diventa quasi una creatura ricomposta, un piccolo Frankenstein naturale, in cui le cicatrici non vengono cancellate ma mostrate. E allo stesso tempo quelle giunzioni richiamano una forza guaritrice della natura, una capacità di tenere insieme ciò che è stato separato, tagliato, trasformato.

FF: L’opera non vuole proporre un’immagine idilliaca della natura. Se guardiamo alla figura interna come a una sorta di androide, il tronco diventa la sua casa, ma anche il suo nascondiglio. È una presenza che osserva, che forse spia, che può sottrarre lo spettatore a un’idea troppo rassicurante del bosco. Spesso immaginiamo la natura come un luogo pacificato, quasi da cartolina, ma è una costruzione culturale recente. In realtà una passeggiata nel bosco ci mette a contatto anche con forme di minaccia. Pensiamo alla zecca descritta da Jakob von Uexküll negli anni Trenta: un organismo minuscolo, quasi invisibile, ma capace di suscitare più inquietudine dell’incontro con un animale grande e riconoscibile, come un cinghiale. Quando entri nella natura, porti con te questa consapevolezza: l’idillio è in parte un prodotto dello sguardo umano. La natura vive per conto suo. Ti accetta, ma può anche percepirti come antagonista, come ospite, come elemento da sfruttare o da respingere. L’androide, in questo senso, fa parte di questa natura non pacificata: non è fuori dalla natura, ma dentro un ecosistema in cui organico, tecnico e artificiale non sono più separabili in modo netto.

CDM: L’installazione è accompagnata da un paesaggio sonoro minimale. In una biblioteca, che ruolo assume il suono dell’installazione? È una rottura del silenzio o una sua estensione?

AZ: I suoni sono stati registrati dall’artista in un bosco vicino a casa sua e contribuiscono a rendere l’opera non solo visiva, ma anche ambientale. A questo si aggiunge la presenza di alcuni animali impagliati - il cuculo, la civetta, il picchio - che intensificano l’immaginario naturale evocato dall’installazione. All’interno di una biblioteca, il suono produce un contrasto molto forte, perché entra in relazione con il silenzio prescritto dal luogo. Non lo annulla, ma lo mette in tensione. È come se il silenzio della biblioteca venisse attraversato da un altro tipo di ascolto, più legato al bosco, alla natura, a una dimensione quasi originaria.

FF: Il suono è anche un riferimento all’oralità, al sentire e al parlare. Abbiamo costruito una serie di suoni ripresi da ambienti naturali: vento, pioggia, tuoni, richiami di uccelli europei, versi di animali selvatici. In tutto si tratta di circa un centinaio di registrazioni, assemblate tra loro. Da una parte i suoni naturali possono generare una forma di rilassatezza, quasi di immersione; dall’altra c’è la presenza umano-androide collocata dentro la pianta, che fa da contrappasso alla naturalità del paesaggio sonoro. La dimensione sonora accompagna questa ambiguità: non è soltanto un sottofondo rassicurante, ma partecipa a una tensione critica tra natura e cultura. Abbiamo scelto di lavorare sul suono anche perché l’Atrio Scamozziano della Biblioteca Mai ha echi e riverberi particolari. La base sonora, in quello spazio, diventa abbastanza presente: non invade semplicemente il silenzio, ma lo modifica, lo abita, lo rende più inquieto.

CDM: Per concludere, il titolo dice: «Ho sfogliato lentamente la corteccia dell’albero del cosmo». Che cosa significa, per voi, «sfogliare» una corteccia come si sfoglia un libro?

A.Z: È un’immagine volutamente dissonante, quasi una forzatura. La corteccia, in realtà, non si sfoglia: si strappa, si incide, si lacera. Proprio per questo il verbo «sfogliare» introduce uno scarto poetico, perché trasforma un gesto potenzialmente violento in un gesto lento, meditativo, quasi di cura. Credo che questo abbia molto a che fare con il rapporto dell’artista con la natura, che è profondamente contemplativo. Sfogliare la corteccia diventa un modo per avvicinarsi alla conoscenza attraverso la natura, non dominandola ma lasciandosi guidare dai suoi strati. Come si sfogliano i petali di un fiore, o le pagine di un libro, così si prova ad accedere a qualcosa che non si rivela mai tutto insieme, ma poco alla volta.

F.F: Il titolo è nato come qualcosa di estremamente calmo, quasi cantabile. La natura è il libro da sfogliare e, in questo caso, la corteccia è l’albero da aprire per leggerne la storia. «Sfogliare il legno» significa togliere a poco a poco gli strati, entrare nella dendrocronologia, cioè nella lettura degli anni della pianta, e dipanare la vita che quel tronco ha attraversato. Ogni strato restituisce un tempo, un passaggio, una traccia. All’interno della materia c’è una scrittura degli avvenimenti: la vita della pianta è registrata nella sua stessa struttura. C’è poi un altro rimando, legato alla forma del libro e alla storia della scrittura. Sfogliare può voler dire anche srotolare: pensiamo ai rotoli di pergamena, ai volumi dell’antichità, a quelle forme della conoscenza che precedono il libro moderno. In questo senso il titolo tiene insieme la vita dell’albero e la funzione della biblioteca. Da una parte c’è la pianta, con il suo tempo inscritto nella materia; dall’altra c’è il libro, con la sua capacità di custodire e trasmettere memoria.

Forse, allora, il gesto più controcorrente resta proprio quello da cui tutto era cominciato: fermarsi davanti a un albero. Solo che, dopo aver attraversato l’opera, quel tronco non è più soltanto materia, natura o simbolo. È una soglia: un corpo attraversato dal tempo, dalla tecnica, dalle ferite, dai miti, dalle voci. Sfogliarne lentamente la corteccia significa accettare che la conoscenza non si dia mai tutta insieme, ma per strati e fenditure. Nei libri, nei boschi, o in un atrio monumentale dove un albero secolare ci ricorda che ciò che dura non è immobile: continua a parlarci. A patto di concederci ancora il tempo di ascoltarlo.

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