C’è una scena che mi torna spesso in mente quando si parla di popoli lontani. Non arriva da un viaggio esotico ma da una fotografia vista molti anni fa. Ritraeva alcune persone attorno a un fuoco. Nessuno parlava. Nessuno guardava un telefono, uno schermo, un orologio. Stavano semplicemente lì. Insieme. Ricordo di aver pensato che quella immagine raccontasse qualcosa che avevamo perso, più noi che loro. Forse è per questo che ogni anno « Lo Spirito del Pianeta » continua ad attirare migliaia di persone. Perché, al di là degli spettacoli, delle musiche e dei colori, propone una domanda che riguarda tutti: cosa significa oggi sentirsi parte di una comunità?
Dal 18 giugno al 4 luglio Casirate d’Adda tornerà ad accogliere il festival internazionale dei popoli indigeni e delle tradizioni del mondo nell’area «Gerundium». Poi, dal 30 luglio al 16 agosto, il viaggio proseguirà ad Albino, in viale Bachelet. Due appuntamenti per una manifestazione culturale che continua a richiamare visitatori da tutta la Lombardia e da molte altre regioni italiane. «Lo Spirito del Pianeta» nasce da un’intuizione semplice e insieme ambiziosa di Ivano Carcano e Simayiai Maasailady: creare uno spazio in cui culture differenti possano incontrarsi senza filtri, raccontarsi e condividere la propria visione del mondo. Un luogo dove la parola «diversità» non sia motivo di distanza ma occasione di conoscenza.
In un periodo storico dominato da conflitti, tensioni sociali e paure collettive, il festival sceglie una strada controcorrente. Non nega le difficoltà del presente, ma prova a rispondere con l’ascolto. Lo racconta bene lo stesso Carcano quando spiega che il festival continua a mantenere «una sua identità di racconto, la visione della vita dei popoli indigeni di tutto il pianeta, l’ascolto, il condividere emozioni e sentirsi parte di una comunità, perché ognuno di noi è un indigeno, solo non lo ricordiamo ». Una frase che potrebbe sembrare provocatoria ma che racchiude il senso della manifestazione: l’idea che ogni essere umano abbia radici, una storia, una memoria collettiva da custodire. E che la modernità non debba necessariamente cancellare ciò che siamo stati.
L’edizione 2026 sarà un grande viaggio attraverso culture e tradizioni provenienti da ogni parte del mondo. Venti gruppi partecipanti, oltre centocinquanta espositori internazionali, undici punti ristoro etnici, centinaia di spettacoli, laboratori, incontri e conferenze animeranno le settimane del festival. Tutto con ingresso gratuito, grazie anche al lavoro di circa centocinquanta volontari che ogni anno rendono possibile questa esperienza. Ogni serata offrirà l’occasione di incontrare un popolo diverso. Si partirà il 18 giugno con i Maya, protagonisti della cerimonia inaugurale. Seguiranno le tradizioni del Congo, del Madagascar, del Nepal, degli Aztechi, del Sudafrica, degli Indiani d’America, degli Incas, dell’Iran, dell’Irlanda e della Scozia. Accanto a loro ci saranno musicisti, danzatori, artigiani e custodi di tradizioni millenarie che porteranno in Bergamasca racconti e pratiche spesso lontani dall’immaginario occidentale.
Tra gli appuntamenti più suggestivi ci saranno l’accensione del fuoco sacro il 24 giugno, la «notte dei tamburi» del 30 giugno e le numerose cerimonie tradizionali che accompagneranno il pubblico lungo tutto il percorso del festival. Momenti che non vogliono essere semplici spettacoli folcloristici ma occasioni per comprendere il significato culturale e spirituale di gesti che attraversano i secoli. Particolarmente significativa sarà la presenza di Vincent Rain, figura di riferimento per molte comunità dei Nativi americani e recentemente protagonista del grande «Pow Wow di Albuquerque», nel New Mexico, uno dei più importanti raduni tribali del continente nordamericano. Insieme a lui arriverà Miss Blackfeet, figura simbolica della nazione Blackfeet che vive nelle riserve del Montana. La loro partecipazione offrirà ai visitatori l’opportunità di conoscere direttamente tradizioni e testimonianze che raramente trovano spazio nei circuiti culturali europei.
Un’altra presenza molto attesa sarà quella dei monaci tibetani. Fin dal primo giorno della manifestazione, sia a Casirate sia ad Albino, inizieranno la costruzione di un grande mandala di sabbia colorata. Giorno dopo giorno, davanti agli occhi dei visitatori, prenderà forma un’opera complessa e delicatissima. Al termine del festival il mandala verrà distrutto, come vuole la tradizione buddhista. Un gesto che può apparire paradossale ma che racchiude uno degli insegnamenti più profondi della filosofia orientale: tutto cambia, nulla è permanente, e proprio per questo ogni momento merita di essere vissuto pienamente. Ma sarebbe riduttivo raccontare il festival soltanto attraverso i suoi ospiti internazionali. Una delle sue caratteristiche più interessanti è infatti la capacità di intrecciare esperienze provenienti da mondi diversi con il territorio che lo ospita. Da una parte ci sono gli indigeni dell’Amazzonia, i Maori, i Maya, gli Aztechi e i Masai. Dall’altra ci sono le persone della Bergamasca, le associazioni, i volontari, gli artigiani locali, le famiglie che ogni anno tornano a vivere il festival. Forse è proprio qui che si trova la differenza rispetto a molte altre manifestazioni. «Lo Spirito del Pianeta» ci invita a sedersi attorno a un fuoco e a confrontare il nostro modo di vedere il mondo con quello di qualcun altro.
Quest’anno questo messaggio sarà ancora più esplicito attraverso un percorso esperienziale che coinvolgerà rappresentanti delle culture azteca, maya, inca, congolese e celtica. Cinque tappe, cinque incontri, cinque occasioni di ascolto. Alla fine del percorso i partecipanti arriveranno a una parola conclusiva, una sintesi dell’intera esperienza che si concretizzerà in una dimensione collettiva della filosofia del festival. «Le mie fantasie di vivere momenti che mi portavano attorno a un fuoco di fronte a un Indiano d’America, un Masai, uno scozzese mi mettevano una emozione indescrivibile», racconta ancora Carcano. «Malgrado quello che fuori dai nostri cancelli ascoltiamo, lì tutto è fantasticamente possibile. Capisci che si può vivere con gli altri esseri umani in armonia e rispetto. E oggi c’è molto bisogno di questo».
Per qualche settimana, tra Casirate d’Adda e Albino, sarà possibile attraversare continenti senza prendere un aereo, ascoltare lingue sconosciute, assaggiare sapori lontani, conoscere storie che arrivano da migliaia di chilometri di distanza.
