Seduce con la bellezza e, nello stesso gesto, spiazza. Perché mentre lo sguardo si lascia catturare, affiora una sensazione meno rassicurante: ciò che appare così armonico è in realtà attraversato da tensioni, ambiguità, talvolta da una dimensione apertamente tragica. È su questo equilibrio instabile che si muove « Museum Dreams », la mostra allestita fino al 4 ottobre negli spazi ex industriali di gres art 671, in via San Bernardino 141: la prima grande antologica in Italia dedicata a Sir Isaac Julien (Londra, 1960), tra le figure più incisive nel ridefinire il rapporto tra immagine, spazio e narrazione contemporanea.
«Una delle mostre più ambiziose e complete che abbia mai realizzato», l’ha definita l’artista, presentando un progetto che riunisce oltre trent’anni di lavoro in un percorso immersivo dove immagine, suono, architettura e coreografia dialogano senza gerarchie. La curatela di Nathan Ladd individua con precisione il cuore del progetto parlando di «architettura dell’attenzione»: un dispositivo che non si limita a esporre, ma costruisce attivamente lo sguardo. Cinque, monumentali installazioni multischermo – quattro inedite in Italia – si intrecciano con fotografie, negativi, sculture e materiali d’archivio, dando forma a un ambiente che non si lascia attraversare passivamente. Nel buio delle sale, le immagini si moltiplicano, si sovrappongono, si contraddicono.
Il museo, al centro della riflessione di Julien, smette di essere uno sfondo neutro e si rivela come un dispositivo che organizza lo sguardo, stabilisce gerarchie, costruisce senso. Ed è proprio su questo terreno che l’artista interviene: non dall’esterno, ma dall’interno, mettendone in crisi i meccanismi. Il nucleo più forte del lavoro di Julien risiede proprio qui, nella capacità di trasformare l’immagine in uno spazio critico, dove estetica e politica non sono mai separate. Le sue opere non raccontano semplicemente storie, ma interrogano il modo in cui le storie vengono costruite, selezionate e trasmesse. La dimensione postcoloniale, le esperienze diasporiche, le identità marginalizzate non sono temi trattati in modo illustrativo, ma forze che agiscono sulla forma stessa delle immagini, frammentandole, moltiplicandole, rendendole instabili.
La prima esperienza è quella del disorientamento. Schermi molteplici, temporalità sfalsate, sequenze che si inseguono senza mai coincidere: lo sguardo cerca un ordine, una gerarchia, un punto di ancoraggio, ma è destinato a non trovarlo. A poco a poco, però, questa perdita di orientamento si trasforma in possibilità. Lo spettatore rinuncia a una visione totalizzante e comincia a scegliere: segue un gesto, si concentra su un dettaglio, abbandona un’immagine per inseguirne un’altra. È un movimento quasi fisico, intuitivo, che richiama il funzionamento della memoria, non lineare e selettiva, sospesa tra dimensione privata e storia collettiva. Julien stesso parla di “spettatore mobile”: una figura chiamata a tenere insieme frammenti, consapevole che la totalità resta, per definizione, irraggiungibile.
Accanto a questa dimensione percettiva, colpisce la qualità formale delle immagini. Composizioni lente, raffinatissime, costruite con una precisione quasi pittorica. Ma è una bellezza che non concede tregua. Più si offre come armonia, più lascia emergere ciò che la attraversa: storie di migrazione, perdita, esclusione. La forma non attenua il conflitto, anzi lo espone. È qui che si gioca una delle specificità di Julien: usare la seduzione estetica non per mascherare ma per intensificare la tensione, portando lo spettatore dentro una zona di ambivalenza.
Le opere in mostra restituiscono bene la varietà e la complessità del lavoro di Sir Isaac Julien, mettendo in dialogo temi e linguaggi diversi. In «The Long Road to Mazatlán», per esempio, la danza diventa il filo conduttore del racconto: i corpi in movimento costruiscono lo spazio e guidano lo sguardo, trasformando la narrazione in qualcosa di dinamico e immersivo. «Vagabondia» affronta il tema del nomadismo e degli spostamenti, non solo geografici ma anche culturali, mentre «Baltimore» racconta la città come un luogo attraversato da tensioni sociali e memorie stratificate.
In «Lina Bo Bardi: A Marvellous Entanglement», Julien intreccia architettura, politica e identità attraverso la figura dell’architetta italo-brasiliana, offrendo uno sguardo che mette in discussione i modelli tradizionali della modernità. Infine, «Once Again… (Statues Never Die)» si confronta direttamente con il ruolo dei musei occidentali, interrogando il modo in cui le opere e le culture afrodiscendenti sono state raccolte, esposte e interpretate nel tempo.
Più che limitarsi a rappresentare il presente, l’opera di Sir Isaac Julien nasce dentro le tensioni della contemporaneità e le rielabora in forma visiva. Le dinamiche della globalizzazione, le esperienze diasporiche e le identità ibride diventano materia narrativa, così come il modo in cui oggi siamo immersi in un flusso continuo di immagini, frammentarie e simultanee. Il dispositivo multischermo riflette questa condizione, ma al tempo stesso la rallenta e la rende consapevole. Anche il museo, nella riflessione contemporanea, perde la sua apparente neutralità per rivelarsi come un luogo che costruisce significati e gerarchie: è proprio su questo terreno che Julien interviene, mettendo in discussione le modalità con cui la storia è stata raccontata e le culture rappresentate.
In tutti i casi, Julien evita la linearità e non offre risposte, ma apre domande. In questo quadro si impone con sempre maggiore chiarezza anche il ruolo di gres art 671, che a Bergamo sta costruendo una linea curatoriale riconoscibile e tutt’altro che scontata, puntando su progetti solidi, spesso complessi, sempre sostenuti da un impianto critico rigoroso. Non è solo una questione di nomi, ma di metodo: attenzione ai temi, precisione nei percorsi espositivi, incisività negli apparati di lettura. È questa coerenza, più che il singolo evento, a rendere lo spazio una realtà con tutte le carte in regola per farsi strada nel panorama dell’arte contemporanea.
In questo senso, la scelta di dedicare una grande antologica a Sir Isaac Julien non è affatto neutra. Da un lato potrebbe apparire “naturale”, dato che Julien è una figura ormai storicizzata e riconosciuta a livello internazionale. Ma proprio per questo la scelta rivela una presa di posizione precisa. Non si tratta di inseguire un nome, quanto di misurarsi con un artista che mette in crisi i dispositivi stessi dell’esposizione. Portarlo in uno spazio come gres art 671 significa assumere il rischio di confrontarsi con un lavoro esigente, che non semplifica e non si lascia consumare facilmente. È una scelta che indica una direzione: privilegiare progetti capaci di attivare uno sguardo critico, anche a costo di sottrarsi a logiche più immediate di consenso.
Non c’è, in definitiva, una sintesi. Le opere di Julien non spiegano e non semplificano: mettono in crisi. La bellezza resta ambivalente, la visione instabile, la verità non è qualcosa di dato una volta per tutte, ma qualcosa che accade — temporaneamente — nello spazio dello sguardo.
Ed è proprio in questa instabilità che «Museum Dreams» trova la sua forza: non come mostra da osservare, ma come esperienza da attraversare. E in questo attraversamento, ciò che viene messo davvero in gioco non è solo ciò che vediamo, ma la responsabilità insita nel modo in cui scegliamo di guardare e, forse, di comprendere. Per tutti questi motivi abbiamo scelto di presentare non i contenuti del lavoro dell’artista, che vi lasciamo incontrare in mostra, ma piuttosto il “meccanismo” che ne sta alla base, rendendolo unico.
Info www.gresart671.org
