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Può l’arte abitare un centro commerciale? La risposta è «Mi Sono Innamorato»

Intervista. Fino al 31 marzo a Oriocenter una mostra gratuita racconta il secondo Novecento attraverso la collezione privata di Giacomo Torriani

Lettura 4 min.
Mi Sono Innamorato

Camminare per un negozio come fosse un museo, prendersi del tempo per approfondire la conoscenza di artisti e opere d’arte nello stesso modo in cui ci si prende del tempo per fare shopping e, perché no, trovare un momento per innamorarsi di un’opera, esattamente come si trova quell’attimo per bere un caffè al bar del centro commerciale con un caro amico. Un’associazione, quella tra arte e quotidianità commerciale, che è diventata realtà grazie a «Mi Sono Innamorato», un percorso artistico ad ingresso gratuito che sarà visitabile fino al 31 marzo all’interno del mall Oriocenter .

La mostra

«Può l’arte abitare gli spazi di un centro commerciale?» Questa è la domanda che si pone «Mi Sono Innamorato», un progetto espositivo che si sviluppa in uno spazio di 2.000 metri quadrati articolato su due piani, proponendosi di valorizzare gli spazi normalmente adibiti allo shopping senza però nasconderne la naturale funzione e creando così un punto d’incontro tra arte e quotidianità. Cuore pulsante dell’esposizione sono le opere selezionate dalla collezione privata di Giacomo Torriani, procuratore di Oriocenter, che ha deciso di condividere con gli utenti del mall la propria passione per l’arte affidando oltre 130 opere nelle mani di Valentina Raimondo in veste di curatrice della mostra.

Un mix di opere realizzate dagli anni Cinquanta fino agli anni Venti del 2000, frutto dell’interesse che Torriani ha maturato per l’arte sin dai banchi di scuola e che con il tempo si è trasformato in collezionismo attivo, con interesse tanto per il lavoro e la filosofia degli artisti quanto per le gallerie in cui venivano esposte le opere. Il risultato è uno spaccato dell’evoluzione dell’arte dal secondo Dopoguerra ad oggi e che sublima proprio in quel «Mi Sono Innamorato» che dà il nome alla mostra e che è anche il nome di uno dei dipinti esposti, ovvero «Mi Sono Innamorato» di Paolo Baratella.

L’intervista a Valentina Raimondo

Per capire il lavoro alle spalle di un’esposizione così insolita, abbiamo parlato con Valentina Raimondo, curatrice di «Mi Sono Innamorato».

GT: Come nasce «Mi sono innamorato»?

VR: È una mostra a cui sono molto legata e che mi ha permesso di divertirmi molto. L’idea era quella di raccontare una parte significativa della collezione di Giacomo Torriani all’interno di uno spazio del tutto inconsueto come un centro commerciale, e in particolare in un grande negozio dismesso di oltre 2.000 metri quadrati, su due livelli. Fin dall’inizio mi è sembrato un progetto stimolante: da un lato per la sfida di portare l’arte in un contesto non tradizionale, dall’altro perché le opere della collezione mi avevano colpita molto. Ho lavorato a stretto contatto con Giacomo, perché una collezione è sempre profondamente legata alla persona che l’ha costruita.

GT: Come è strutturato il percorso espositivo all’interno di uno spazio così particolare?

VR: Ammetto che, inizialmente lo spazio mi ha un po’ spaventata, proprio per le sue dimensioni e per il contesto non museale, ma è stata una sfida molto stimolante. Al piano inferiore ho costruito un percorso cronologico: una sorta di racconto della storia dell’arte secondo Giacomo Torriani, con artisti italiani e internazionali, con opere dagli anni Cinquanta ad oggi. Al piano superiore, invece, ho preferito lavorare per temi: da un lato il dialogo tra arte figurativa, astratta e scultura, dall’altro alcune “isole” dedicate ad artisti particolarmente rappresentati nella collezione, come Rinaldo Pigola, Gianriccardo Piccoli, Arturo Bonfanti, Giuseppe Milesi e Marco Rossi. Qui non c’è un percorso obbligato: il pubblico può muoversi liberamente, seguendo il proprio istinto. Curare una mostra significa raccontare una storia mettendo insieme elementi diversi. In questo caso ho lavorato molto per associazioni visive, soprattutto al piano inferiore. In alcuni casi questi legami sono evidenti, in altri più sottili, ma ogni opera dialoga con le altre. Ho seguito anche molto l’istinto, una volta definite le direttrici principali. Le immagini devono parlare tra loro, anche quando appartengono ad autori molto diversi. In mostra ci sono artisti fondamentali del secondo Novecento – da Bruno Cassinari a Mario Raciti, Concetto Pozzati e molti altri – e molte opere hanno alle spalle una storia espositiva importante, tra Biennali di Venezia e Quadriennali di Roma.

GT: Come è stata allestita la mostra?

VR: L’allestimento ha rappresentato una delle sfide principali. Ci trovavamo in un grande spazio commerciale dismesso, con una scala mobile centrale, un luogo che non aveva mai ospitato opere d’arte. La nostra scelta è stata quella di non nascondere la natura dello spazio, ma valorizzarla. Abbiamo lavorato sul concetto di trasformazione e di cantiere: per questo sono state utilizzate reti da cantiere, con tutte le opere fissate in sicurezza, e alcune strutture preesistenti sono state dipinte e riadattate. Non volevamo “fare finta” di essere in un museo, ma dialogare apertamente con l’ambiente, evitando ogni artificio. Credo che questo contribuisca molto alla forza dell’esperienza.

GT: Il titolo «Mi Sono Innamorato» suggerisce una forte componente emotiva. Da dove nasce?

VR: Il titolo deriva da un’opera di Paolo Baratella del 1965, che si intitola proprio «Mi sono innamorato». Quando l’opera è stata disimballata, mi ha colpita immediatamente quella scritta così diretta, quasi fosse uscita dal quadro. In quel momento ho avuto una sorta di illuminazione: ho pensato che quel titolo raccontasse perfettamente Giacomo Torriani e il suo rapporto con l’arte. È un titolo che funziona su più livelli: non parla solo di amore per l’arte, ma di un coinvolgimento emotivo più ampio, in cui chiunque può riconoscersi.

GT: Che tipo di reazioni hai riscontrato nel pubblico?

VR: Le reazioni sono state molto positive, e questo mi fa davvero piacere. Sono arrivate mail spontanee da visitatori che si sono imbattuti nella mostra quasi per caso e hanno voluto ringraziare per l’iniziativa. Anche persone che conosco mi hanno scritto dopo averla vista.

Credo che il fatto di trovare una mostra d’arte in un luogo inaspettato colpisca molto. L’obiettivo, anche da parte di Oriocenter, era proprio quello di offrire una visione diversa dello spazio, non legata esclusivamente al commercio.

GT: Parliamo un po’ di lei: qual è il suo percorso professionale?

VR: Sono una storica dell’arte e lavoro all’Università di Bergamo come conservatrice museale. Mi occupo del patrimonio artistico dell’ateneo, che comprende una collezione molto importante di opere del Novecento. In passato ho lavorato come ricercatrice e ho collaborato con numerose istituzioni: GAMeC, Accademia Carrara, Biblioteca Mai, Museo delle Storie di Bergamo, la Fondazione Vittoriale degli Italiani e la Fondazione Giorgio Cini di Venezia. La mia specializzazione riguarda soprattutto l’arte italiana tra le due guerre e il secondo Novecento, con una particolare attenzione alla scultura. Mi occupo di curatela di mostre, cataloghi, libri e articoli scientifici.

GT: Cosa significa, per un curatore, lavorare su una collezione privata?

VR: Significa muoversi sempre con grande rispetto. In questo caso c’era una volontà molto forte da parte del collezionista: l’idea della mostra nasce da Giacomo Torriani, e questo cambia completamente l’approccio. Il lavoro è stato un dialogo continuo: io proponevo delle soluzioni, lui altre, e ci siamo sempre confrontati in modo costruttivo. Una collezione privata non è quella di un museo: senza quella persona, semplicemente, non esisterebbe. Questo è un elemento che non si può mai dimenticare.

La mostra «Mi Sono Innamorato» è aperta tutti i giorni dalle 10 alle 21 e sarà visitabile fino al 31 marzo. L’ingresso è libero e gratuito.

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