Dal cinismo del potere alle tensioni familiari, dagli scontri culturali al valore dell’arte e dell’immaginazione: da Martin McDonagh a Hirokazu Kore’eda, passando per Cristian Mungiu, Edoardo De Angelis e Rodrigo Sorogoyen, cinque grandi registi esplorano le contraddizioni del presente
«Wild Horse Nine» di Martin McDonagh
Martin McDonagh è uno dei più grandi scrittori del cinema contemporaneo. I suoi film – da «In Bruges» (2008) a «Gli spiriti dell’isola» (2022), passando per «Tre manifesti a Ebbing, Missouri» (2017) – sono soprattutto grandi sceneggiature, sorrette da un impianto narrativo solidissimo, insieme comico e tragico, capace di tenere lo spettatore incollato allo schermo. E il suo ultimo lavoro, «Wild Horse Nine», presentato in concorso alla Mostra di Venezia lo scorso settembre, non fa eccezione. La storia è molto diversa dalle precedenti, ambientata nel Cile degli anni Settanta, tra Santiago e l’Isola di Pasqua, dove un anziano agente della CIA (John Malkovich), la cui crescente instabilità mentale preoccupa i superiori, e un suo collega e amico (Sam Rockwell) si recano per una breve vacanza mentre preparano il terreno per il colpo di Stato di Pinochet.
Ne nasce un clima surreale, attraversato da riflessioni sull’ordine e il disordine mondiale, sulla vanità dei gesti di dissenso e del pacifismo di fronte al cinismo degli apparati di governo. Un discorso che sembra riverberare nel presente e che, come sempre nel cinema del regista britannico-irlandese, restituisce tutta la complessità dei rapporti umani, mostrando quanto poco le cose siano come appaiono e come sia possibile rintracciare un briciolo di umanità persino nella CIA, emblema del cinismo, del conservatorismo e del potere moderno. Il tutto sostenuto da interpreti straordinari – Malkovich e Rockwell, ma anche Steve Buscemi e l’attrice cilena Mariana Di Girolamo – e da una sceneggiatura impeccabile, acuta e intelligente come sempre.
Durata: 1h58
In programma al Conca Verde, Uci Orio, Notorious Curno, Arcadia Stezzano e Starplex Romano
«Fjord» di Cristian Mungiu
Cristian Mungiu, nato a Iași, in Romania, nel 1968, non è un autore particolarmente prolifico: in quasi venticinque anni di attività ha diretto soltanto sei lungometraggi. Forse anche per questo, ciascuno dei suoi film è un’opera di grande valore contenutistico e formale. Due su sei, tanto per capire, hanno vinto la Palma d’oro al Festival di Cannes. «Fjord», che gli è valso il secondo riconoscimento, è il suo primo film girato fuori dalla Romania. Ambientato in Norvegia, racconta di una famiglia profondamente religiosa di fede pentacostale, composta da padre rumeno (Sebastian Stan), madre norvegese (Renate Reinsve) e cinque figli. Un giorno gli insegnanti della scuola notano alcuni lividi sul corpo della figlia maggiore e in breve i genitori vengono accusati di violenza e i figli allontanati, mentre si apre un’indagine. Una violenza che, tuttavia, non viene mai dimostrata e di cui è incerta persino l’esistenza.
Come spesso accade nel cinema di Mungiu, l’ambiguità narrativa rimane irrisolta e diventa lo strumento per osservare le reazioni di una comunità e il funzionamento delle istituzioni – in questo «Fjord» ricorda da vicino «Un padre, una figlia» (2016). Al centro c’è anche la distanza culturale fra Romania e Norvegia, fra il tradizionalismo religioso della famiglia e una società profondamente influenzata dalle istanze del politically correct contemporaneo. La tutela dei più deboli si intreccia così a sospetti, pregiudizi e strumentalizzazioni politiche, fino a trasformare una vicenda privata in uno scontro ideologico. Con il consueto rigore formale, fatto di campi lunghi e distanza dai personaggi, Mungiu compone un ritratto inquieto dell’Europa contemporanea, delle sue contraddizioni e della crescente difficoltà a riconoscere la complessità del reale.
Durata: 2h26
In sala dal 12 novembre
«L’essere amato»di Rodrigo Sorogoyen
Rodrigo Sorogoyen, uno degli autori più interessanti del cinema contemporaneo, torna con un altro film straordinario, destinato, come «Il regno» (2018), «Madre» (2019) e soprattutto «As Bestas» (2022), a lasciare il segno. «L’essere amato» racconta di Esteban (Javier Bardem), celebre regista che dopo una lunga carriera a Hollywood torna in Spagna per girare un dramma storico sul colonialismo nel Sahara degli anni Trenta. Per il ruolo principale vuole la figlia Emilia (Victoria Luengo), che aveva abbandonato prima ancora che nascesse e con cui non ha rapporti da anni. Dopo un’iniziale riluttanza, Emilia, che ha alle spalle una breve e infelice esperienza come attrice, accetta, ma sul set di Fuerteventura le difficoltà della lavorazione fanno riaffiorare rancori e incomprensioni, trasformando il confronto fra padre e figlia in un conflitto che coinvolge l’intera troupe .
Sorogoyen intreccia il dramma familiare a una riflessione sul cinema e sui rapporti di potere che lo attraversano, mettendo a nudo l’autoritarismo di Esteban e la fragilità di un legame compromesso da anni di assenza. Come nei suoi film migliori, la tensione nasce dalla precisione della messinscena e cresce attraverso sequenze lunghe e densissime, in cui ogni parola, pausa o gesto sembra poter far precipitare la situazione. Succede già nell’apertura e poi durante una difficile ripresa sul set, a metà film, quando il conflitto personale si confonde con quello professionale. Sono momenti di grande cinema, sorretti anche dalle magnifiche interpretazioni di Bardem e Luengo, che confermano la straordinaria capacità di Sorogoyen di raccontare i rapporti umani nella loro complessità.
Durata: 2h15
In sala dal 12 novembre
« Look Back » di Hirokazu Kore’eda
Tratto dall’omonimo manga di Tatsuki Fujimoto, già adattato in un film d’animazione nel 2024, «Look Back» è la trasposizione live action firmata da Kore’eda. Pur partendo da un’opera altrui e mantenendosi fedele al racconto originale, il regista giapponese realizza un film profondamente personale, perfettamente riconoscibile nel suo cinema, attraverso uno stile rarefatto, fatto di gesti minimi, silenzi e sentimenti che emergono poco a poco. Fujino e Kyōmoto sono due bambine della stessa scuola, accomunate da uno straordinario talento per il disegno. La seconda, che vive isolata in casa e non frequenta le lezioni, diventa per Fujino prima una rivale, poi un’amica inseparabile.
La passione per i manga le porta a lavorare insieme e a immaginare un futuro da professioniste, finché percorsi e aspirazioni differenti le allontanano, prima che un evento tragico cambi ogni cosa. Kore’eda racconta un’amicizia pudica e profondissima, in cui l’arte diventa il luogo della crescita e della costruzione dell’identità. Al disegno le due ragazze affidano desideri e ambizioni, misurandosi però in modo diverso con la fatica, i sacrifici e le rinunce che comporta. Anche per questo, nella seconda parte, il racconto si apre alla possibilità di un’altra vita, attraverso una variazione immaginaria degli eventi, un «what if» che prova a riscrivere il passato. È qui che emerge la riflessione più profonda del film: attraverso il disegno è possibile tornare sugli eventi, immaginare un destino diverso e dare forma a ciò che è rimasto sospeso. Con la sua consueta delicatezza, Kore’eda riflette così sulla perdita, sulla memoria e sul potere dell’immaginazione, capace di tenere vivo ciò che la realtà ha interrotto.
Durata: 1h40
In sala dal 12 novembre
«Il fuoco che ti porti dentro» di Edoardo De Angelis
Dopo «Comandante», Edoardo De Angelis torna al cinema con un’opera molto diversa, ambientata nella contemporaneità e dall’impianto prettamente teatrale. Tratto dall’omonimo romanzo di Antonio Franchini, pubblicato da Einaudi nel 2024, «Il fuoco che ti porti dentro» si svolge interamente nell’appartamento milanese di Antonio (Lino Musella), napoletano trasferitosi al Nord, dove vive con la moglie Benedetta (Elena Radonicich) e i due figli adolescenti. È la vigilia di Natale e sua madre Angela (Vanessa Scalera), arrivata da Napoli per le feste, porta con sé un temperamento incontenibile, fatto di ossessioni, intolleranze e improvvise asprezze. La distanza dal figlio, con cui ha rapporti sporadici, e dal resto della famiglia è profonda, segnata da differenze culturali, affettive e generazionali. Le tensioni, inizialmente sotterranee, crescono anche dopo l’arrivo di Paola, l’altra figlia di Angela, fino a trasformare la cena della vigilia in un’esplosione di rabbia, rancori e frustrazioni mai sopite.
Una sorta di «Natale in casa Cupiello» trasportato nella contemporaneità, dove la distanza fra Nord e Sud diventa anche il contrasto fra due modalità di stare al mondo: da una parte il distacco e il rigore della Milano borghese, dall’altra il peso ingombrante delle radici e delle tradizioni napoletane. De Angelis affida il film soprattutto alla parola e alle prove degli interpreti, a cominciare da una straordinaria Vanessa Scalera, dando corpo al ritratto intimo e autobiografico di Franchini. Ne emerge una famiglia attraversata da incomprensioni profonde, osservata con uno sguardo impietoso che non concede assoluzione alcuna a nessuno.
Durata: 1h34
In sala dal 19 novembre
