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«The Odyssey» di Christopher Nolan: perché tante critiche?

Articolo. Il kolossal americano, da oggi in sala, è al centro di un acceso dibattito culturale: dalla fedeltà al poema di Omero alle scelte di casting, il confronto riguarda il modo in cui rileggiamo i grandi miti del passato

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(Foto Stefano Chiacchiarini ’74 Shutterstock.com)

C’è davvero bisogno di un ennesimo articolo su «The Odyssey» di Christopher Nolan? Probabilmente no. Eppure, davanti all’ennesimo video o contributo che mostra come il dibattito abbia abbandonato la critica cinematografica per ridursi a mero scontro politico, è doveroso cercare di capire i motivi del malcontento, evitando di accusare di conservatorismo chi muove alcune critiche.

Perché parlarne?

Partiamo con ordine. Perché dare così tanto peso a un film? Perché, alle sue spalle, c’è un importante dibattito culturale che vede al centro proprio i classici. Questi, infatti, negli ultimi anni, nei paesi anglosassoni, sono diventati l’oggetto di una violenta e spesso miope cancel culture: si pensi, ad esempio, ai dibattiti sulla rimozione del greco e del latino perché simboli del colonialismo bianco. Accanto a questa preoccupante tendenza ad emarginare l’antico e a ridurlo a un prodotto di whiteness, vedere un regista del calibro di Nolan prendere Omero solamente per deformarlo ad uso e consumo del marketing provoca una profonda amarezza. Perché sembra che un classico possa essere ormai ripreso da Hollywood solo se in una chiave accettabile per i cliché contemporanei. Quello che risulta fastidioso, poi, è l’ignoranza dilagante che circonda l’operazione: dal regista che chiaramente non ha consultato esperti del mondo classico – anche tralasciando la questione delle armature anacronistiche –, fino alle dichiarazioni spiazzanti di alcuni interpreti. L’attrice che in un’intervista dichiara che «se Omero fosse qui gli chiederei perché non ha dato spazio alle donne» dimostra di non aver mai aperto il testo, ignorando la grandissima importanza di figure cardine della trama e psicologicamente complesse come Penelope, Nausicaa, Circe e Calipso – oltre che di applicare canoni contemporanei alle culture antiche.

Il mito non è un fantasy

Iniziamo dalla giustificazione che ha concesso il via libera a qualsiasi stravolgimento: «è una storia inventata – definita addirittura un fantasy e, come tale, non ha alcuna veridicità storica». L’Iliade e l’Odissea per i Greci non erano affatto un racconto fittizio di intrattenimento: erano la loro storia sacra. I poemi omerici erano il nucleo fondante dell’identità storica, culturale e teologica della cultura greca e l’aedo che cantava questi miti era investito da un’aura di sacralità, in quanto ispirato direttamente dalla divinità (ἔνθεος). Egli aveva il compito di raccontare intrecci ben noti al proprio pubblico in un modo sempre nuovo, che riguardava esclusivamente la sapienza performativa, ma non il significato profondo della trama; altrimenti il cantore non sarebbe stato compreso né accettato dalla comunità in cui si esibiva. Cambiamenti significativi del mito, dunque, non potevano essere fatti.

Ma perché i cambiamenti sono malvisti anche oggi? Perché, per capirci, i poemi omerici ebbero la stessa valenza che, con le dovute differenze, ha avuto in seguito la Bibbia e, per quanto siano passati secoli e oggi essi non siano più considerati storia religiosa, devono essere comunque trattati con il dovuto rispetto antropologico. Partendo da questo presupposto, si deve comprendere come sia ridicolo ritenere di poter modificare senza critiche la radice antropologica di un popolo trasformando un’opera tanto importante in un war movie hollywoodiano in nome di una visione banale del politicamente corretto. Inoltre, anche parlando di categorie cinematografiche, non si può parlare di Fantasy, ma di Epic o Peplum.

Inclusione o incoerenza

Si potrebbe obiettare che le critiche al film cadano in sterili questioni filologiche da classicisti e in un purismo accademico sganciato dalla realtà. Eppure, non è semplicemente così. Lo sarebbe se Nolan stesse mettendo in scena una delle centinaia di altre opere greche meno note, frammenti letterari che non sono diventati il cardine della civiltà occidentale. Ma l’Iliade e l’Odissea, piaccia o meno, sono pilastri fondativi. E, come tali, anche per il pubblico di massa a cui il cinema si rivolge, questi poemi sono indissolubilmente legati a un immaginario e un’iconografia precisi.

Partiamo da un presupposto: l’iconografia dei poemi omerici prevede che gli eroi e le divinità abbiano i capelli biondi, in quanto indice di perfezione. Quindi, ad essere filologicamente corretti, nessuna scelta che ricada al di fuori di questa sarebbe corretta. Ma allora, perché le critiche principali riguardano un’attrice messico-keniota (Lupita Nyong’o)? Il teatro e il cinema contemporaneo hanno dimostrato di poter utilizzare il blind casting con successo quando l’intera opera adotta un linguaggio dichiaratamente simbolico o anacronistico (basta pensare alla serie Bridgerton). Tuttavia, film di questo genere, che si rifanno ad immaginari epici ben delineati e puntano su una messa in scena realistica da war movie “storico”, vivono di immersione. Paradossalmente, l’aedo Nolan avrebbe potuto proporre una riscrittura del mito, sfruttando i nessi interni all’epica stessa. Ad esempio, l’aedo omerico conosceva l’Africa: l’Etiopia è citata come la terra dove gli dèi si recano a banchettare e uno dei poemi perduti del «Ciclo» si intitolava proprio «Etiopide». Se Nolan avesse giustificato narrativamente le origini di Elena – ipotizzando, ad esempio, una sua provenienza da quei territori– l’operazione avrebbe avuto un ben diverso valore antropologico-culturale. Invece, l’assenza di contestualizzazione genera un corto circuito immediato nello spettatore minimamente informato, che si domanda inevitabilmente «perché la regina di Micene, nata a Sparta, ha la pelle scura?».

E non si può accusare di razzismo chi si pone questa domanda. Il problema non è che sia stata scelta Lupita Nyong’o, ma che la Elena di Sparta, legata “storicamente” e geograficamente ad una determinata iconografia, sia stata sradicata dal suo contesto. Premettiamo che Elena non era “bianca” in senso ideologico, era definita “dalle bianche braccia” (λευκώλενος) o “dai capelli d’oro” (χρυσή) perché queste formule fisse indicavano uno status divino, aristocratico e ideale. Il mondo omerico, inoltre, non conosceva le nostre categorie razziali basate sulla melanina: il βάρβαρος è semplicemente chi non parla greco, indipendentemente dal colore della pelle. Sradicare questi codici senza riscrittura non è inclusione, è applicare la griglia del dibattito identitario americano odierno a una civiltà che ragionava secondo categorie totalmente diverse. La sensazione è che si sia cercata la provocazione per generare hype sui social, la stessa già sperimentata in occasione dell’uscita del film Disney La Sirenetta. Lo stesso varrebbe per Zendaya nei panni di Atena – che non rispecchia il canone eurocentrico e tantomeno la definizione di glaucopide –, ma l’attrice non sta subendo lo stesso trattamento perché la natura della divinità si presta a una fluidità visiva ben diversa.

Un discorso analogo sarebbe valso anche per Elliot Page, che voci di corridoio – rivelatesi infondate – dicevano fosse stato scelto per interpretare Achille. In questo caso, ovviamente, il genere e l’orientamento sessuale dell’attore sarebbero stati del tutto irrilevanti e l’unico problema avrebbe riguardato esclusivamente l’armonia estetica del personaggio in relazione ai codici di testo. I poemi omerici, infatti, sono l’esempio lampante della “cultura della vergogna”, basata su alcuni dettami rigidissimi, tra cui la «καλοκαγαθία»: l’idea che l’essere belli e armoniosi coincida indissolubilmente con l’essere valorosi e virtuosi. Se un personaggio si allontana da questo principio, nell’epica diventa un eroe minore, spesso da tratti negativi, o, nel peggiore dei casi, un Tersite – identificato dall’aedo omerico come l’antieroe per eccellenza, descritto come brutto, zoppo e deforme proprio per esplicitare la sua viltà d’animo. Elliot Page è un ottimo interprete e tutto si può dire tranne che sia brutto e zoppo, ma la sua fisicità minuta e la sua presenza scenica non incarnano affatto la statuaria e prorompente maestosità di un eroe acheo. Non si tratta di una questione di genere, ma di una questione di aderenza ad un codice che era un dogma assoluto per i Greci e, per quanto non ci piaccia ammetterlo, ha lasciato delle tracce anche nella letteratura successiva.

Uno dei motivi per cui «Troy» (2004), nonostante la lontananza dalla trama omerica, è stato comunque accettato dal grande pubblico è perché, oltre a rispondere al codice standardizzato del kolossal americano, ha mantenuto l’iconografia classica. Entrambi i film piegano le complessità del mito alle esigenze di mercato: il machismo degli anni duemila e il dibattito identitario moderno. Il pubblico, tuttavia, dimostra di tollerare maggiormente il tradimento della trama – forse non conosciuta perfettamente da tutti – se l’iconografia visiva, invece ben radicata, mantiene le sue aspettative e la sua credibilità.

Omero rapper

Un’altra svista evitabile – anche se più per specialisti – riguarda la dichiarazione di Nolan secondo cui la scelta di scritturare il rapper Travis Scott come una sorta di narratore servirebbe a dimostrare che la poesia orale antica fosse l’equivalente del rap moderno. Questa affermazione, tuttavia, è errata e dimostra di nuovo la superficialità del regista. L’epica omerica è scritta in esametri – metro solenne usato, ad esempio, anche per gli inni sacri – e ha il fine di conservare e preservare i valori della civiltà greca. Se proprio vogliamo trovare un antenato classico al rap moderno, sarebbe l’esatto opposto dell’esametro: il trimetro giambico, usato nei dialoghi di commedie e tragedie, o lo scazonte, utilizzato nella poesia di invettiva e di satira sociale violenta. Anche Marco Paolini, che ha messo in scena una bellissima «Odissea» a teatro – rivisitata con attenzione e rispetto – ha scelto di mettere in musica alcune sezioni, però lo ha fatto scritturando come aedo Lorenzo Monguzzi del gruppo folk dei Mercanti di Liquore.

Conclusione

Tutto questo non implica affatto che il mito non possa essere modificato, tradito, riscritto; anzi, è sempre stato così ed è giusto che questo avvenga in modo che possa eternamente parlare al pubblico. Ma il tradimento artistico richiede studio, non pigrizia travestita da progressismo che strizza l’occhio al mercato.

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