Ci sono sconfitte che chiudono una porta e altre che obbligano a cambiare strada. Per Michele Sarzilla la mancata convocazione alle Olimpiadi di Parigi 2024 è stata entrambe le cose: la fine di un inseguimento durato sei anni, ma anche l’inizio di una nuova sfida. Quella più estrema. Il triathleta di Seriate, dopo aver sfiorato il sogno a cinque cerchi, ha scelto di cambiare distanza e di misurarsi con l’Ironman, la prova regina del triathlon: 3,8 chilometri di nuoto, 180 in bicicletta e una maratona finale. Una gara che non premia soltanto la preparazione fisica, ma soprattutto la capacità di resistere quando il corpo chiede di fermarsi. «Dopo Parigi abbiamo cambiato completamente progetto», racconta Sarzilla. E oggi il suo nuovo obiettivo si chiama Kona, l’isola delle Hawaii dove ogni anno si disputa il Campionato del Mondo Ironman.
La disciplina
«L’Ironman è la distanza più lunga del triathlon, disciplina composta da tre prove consecutive: nuoto, ciclismo e corsa. Questa distanza è quella con cui il triathlon è nato negli anni Settanta alle Hawaii, sull’isola di Kona, dove ancora oggi si disputa il Campionato del Mondo. La gara consiste in 3.800 metri di nuoto, 180 chilometri in bicicletta e una maratona finale di 42,195 chilometri - racconta il 37enne di Seriate -. Fino a due anni fa praticavo il triathlon sulle distanze più corte, nate successivamente per rendere questo sport più spettacolare e televisivo. L’Ironman resta la distanza regina, ma una gara di circa otto ore è difficile da seguire in televisione. Per questo sono state introdotte distanze più brevi, tra cui quella olimpica, entrata nel programma dei Giochi a partire da Sydney 2000».
L’avvicinamento alla disciplina del triathlon è stato un percorso graduale per Sarzilla, fino a comprendere che questa passione poteva trasformarsi in un vero e proprio lavoro. La strada verso il professionismo non è stata immediata: Sarzilla è arrivato al triathlon quasi per caso, lo ha abbandonato per alcuni anni e poi lo ha riscoperto trasformando una passione in una professione. «Ho iniziato a praticare triathlon nel 2007. Dopo pochi mesi ho smesso e ho viaggiato per il mondo facendo tutt’altro. Ho riscoperto questo sport nel 2012 e l’ho portato avanti come una passione fino al 2017, quando ho capito che poteva diventare il mio lavoro – prosegue l’atleta orobico - Ho lasciato il mio impiego e ho deciso di investire completamente su me stesso e su questa disciplina. Nel 2024 ero il primo italiano nel ranking olimpico e avevo conquistato la qualificazione per Parigi. La mancata convocazione è stata una delusione difficile da accettare, ma mi ha costretto a guardare avanti e a costruire un nuovo percorso, puntando sull’Ironman. In questo circuito non esistono convocazioni federali: ogni atleta è libero di scegliere il proprio percorso, la propria squadra e i propri obiettivi. Devo dire che oggi sto molto meglio, anche perché non devo più confrontarmi le dinamiche federali».
Dover gareggiare per così tante ore, in condizioni difficili, consente di allenare la mente e superare anche i vari ostacoli che la vita ti pone. «La concentrazione è imprescindibile. Ad esempio, io esco sempre abbastanza bene dall’acqua, perché provengo dal nuoto. Dove invece ho ancora margini di miglioramento è la bici. Quando scendo dalla bicicletta mi ritrovo spesso nella “pancia” del gruppo e so di dover recuperare terreno nella corsa. Serve molta fiducia nei propri mezzi - confessa Sarzilla - Io so che quella è la mia frazione migliore e non vedo l’ora di iniziare a correre. La chiave è la pazienza. Così come ho dovuto aspettare sei anni per inseguire il sogno olimpico, oggi devo avere pazienza sulla bici, sapendo che il mio momento arriva nella corsa».
Il percorso che ha condotto Michele nell’Ironman ha già dato i suoi frutti permettendo all’atleta orobico di concludere con un sesto posto gli Europei, una gara caratterizzata dal forte caldo e che ha costretto gli organizzatori a ridurre le distanze in programma. Quel traguardo è soltanto un piccolo passo verso i Mondiali in programma sull’isola di Kona, dove tutto è nato, e per avvicinarsi Sarzilla ha deciso di realizzare una serie, «Big Island», per ripercorrere la sua preparazione fin lì.
«Il documentario è ancora in lavorazione e sarà composto da quattro episodi. Finora è uscito il primo, che racconta chi sono, da dove vengo e il contesto in cui vivo. Il secondo episodio è già stato girato ed è uscito qualche giorno fa. Gli altri verranno realizzati durante l’estate, mentre l’ultima puntata sarà girata a Kona, alle Hawaii, durante il Campionato del Mondo - riferisce il triathleta -. L’idea è condividere con chi mi segue tutto il percorso verso il Mondiale, mostrando non solo le gare ma anche il dietro le quinte: i momenti di entusiasmo, quelli di difficoltà, le paure, le insicurezze e tutti gli ostacoli che un atleta affronta lungo il cammino. Le persone vedono soltanto il risultato finale, ma spesso non immaginano il lavoro e i sacrifici che ci sono dietro. Per me è importante raccontare chi è Michele Sarzilla non solo come atleta, ma anche come persona: le sue origini, Bergamo, la famiglia e tutte le persone che fanno parte di questo percorso».
Ora la mente è diretta sui Mondiali dove Sarzilla non ha alcuna intenzione di accontentarsi, ma far vedere di quale pasta è fatto. «A questo punto non voglio più nascondermi e voglio sognare in grande. Sono una persona che tende a sottovalutarsi, ma dopo questa gara ho acquisito la consapevolezza di poter competere davvero con i migliori al mondo. Entrare nella top 10 non è più un’utopia: è un obiettivo concreto. Naturalmente serviranno ancora due mesi e mezzo di lavoro intenso. Dovremo migliorare quei piccoli margini che abbiamo, soprattutto in bicicletta, mentre nel nuoto e nella corsa siamo già a un livello che compete con i migliori. Un altro aspetto che potrebbe giocare a mio favore sono le condizioni climatiche. Il Mondiale alle Hawaii si disputa con temperature molto elevate e io, storicamente, ho sempre reso bene con il caldo. Lo dimostra anche il risultato ottenuto a Francoforte, dove si gareggiava con 35-36 gradi. Rispetto ad altri atleti, soffro meno queste condizioni e questo potrebbe rappresentare un vantaggio importante», conclude il triathleta.
