«C aràter de la rassa bergamasca, fiama de rar, sóta la sènder brasca». Il bergamasco si infiamma di rado, dice il proverbio, perché sotto la cenere cova la brace. È un elogio antico della compostezza: non si grida, non ci si scompone ma si tira dritto. Per generazioni ha descritto un modo di stare al mondo e di stare al lavoro, nei campi e nelle filande. In un’epoca in cui il caldo di luglio era una fatica prevista, non un’emergenza sanitaria. Il problema è che la brace, quest’estate, ha smesso di restare sotto la cenere. A Susegana, nel Padovano, nel Mantovano, alcuni lavoratori si sono infiammati per poi accasciarsi, in silenzio, esattamente come vuole il carattere elogiato nel proverbio. Si è continuato a non lamentarsi mentre il termometro segnava temperature letali. Ma la compostezza non è sempre una virtù. Anzi, oggi rischia di essere il modo in cui un intero sistema si dispensa dal dover rispondere a una emergenza reale.
Glovo, in queste settimane, ha comunicato ai suoi rider di bere spesso, evitare le ore più calde, ascoltare il proprio corpo. Poi ha aggiunto un dettaglio rivelatore che nullifica i consigli di buon senso: sopra i 32 gradi la consegna vale il 2% in più, sopra i 36 il 4%, sopra i 40 l’8%. Il rischio mortale tradotto in un algoritmo di cottimo. Il sindacato NIdiL CGIL ha parlato apertamente di un pericolo trasformato in incentivo economico e ha aperto una vertenza con la piattaforma di delivery. Ha ragione, e il caso Glovo non è un’eccezione. Il paese intero sta gestendo in modo approssimativo e inefficace il caldo che uccide sul lavoro. I numeri di questa estate non lasciano dubbi sulla gravità. Un bracciante marocchino di 55 anni, Haddad Taher, si è accasciato raccogliendo angurie nel Mantovano. Un operaio di 57 anni, Stefano Tonin, è morto in un cantiere del Padovano, proprio nella fascia oraria coperta dall’ordinanza regionale di sospensione, tanto che sul caso si indaga per omicidio colposo. Un operaio di 59 anni della Smurfit Kappa di Susegana è stato trovato senza vita fuori dallo stabilimento, subito dopo il turno. Tre morti in pochi giorni, nello stesso lembo di Nord Italia, mentre l’OMS Europa certificava che il continente si sta scaldando a una velocità più che doppia rispetto al resto del pianeta.
Di fronte a questo il governo ha risposto con la cassa integrazione per emergenze climatiche, inserita nel decreto infrastrutture. Peccato che i fondi stanziati per il secondo semestre 2026 siano 15,2 milioni di euro, meno della metà dei 33 milioni del 2025, e che l’attivazione dal 1° luglio abbia lasciato scoperte proprio le ondate di calore più precoci, quelle di giugno. Ma soprattutto restano fuori dalla tutela categorie intere: stagionali del turismo, rider, autonomi, partite IVA, ecc. Chi lavora fuori dai contratti nazionali semplicemente non esiste, non può usufruire di questo strumento teoricamente pensato a sua difesa.
Il resto del sistema si regge su ordinanze regionali che vietano il lavoro all’aperto nelle ore centrali nei giorni di rischio alto. Sedici regioni le avevano già adottate prima dell’inizio dell’estate, ma restano provvedimenti temporanei, con tempi di emanazione che non sempre stanno al passo delle ondate. Un bracciante è protetto o no a seconda della regione in cui raccoglie i pomodori. Lo stesso lavoro, lo stesso rischio, due livelli di protezione diversi. Non per una difficoltà tecnica, ma perché nessuno ha ancora deciso che si tratta di un diritto di tutti i lavoratori e le lavoratrici e non di una gentile concessione geografica.
Eppure gli strumenti per sapere cosa fare non mancano. Worklimate segnala il rischio giorno per giorno. L’Ispettorato nazionale del lavoro ha appena diffuso indicazioni operative per le ispezioni, richiamando la possibilità di sospendere l’attività quando le condizioni climatiche comportano un rischio inaccettabile. L’OMS ha pubblicato una guida aggiornata sui piani di azione contro il caldo, con l’obiettivo dichiarato di zero morti. La conoscenza c’è, dettagliata, aggiornata e disponibile.
Manca però la disponibilità a far pagare il conto a chi lo dovrebbe pagare. Il centro studi Allianz calcola che oltre i 30 gradi la produttività del lavoro cali del 3% per ogni grado in più, mentre i consumi energetici salgono dell’1,2%: i costi crescono proprio quando il rendimento si abbassa. È qui che si decide tutto. Fermare un cantiere alle due del pomeriggio costa. Climatizzare un capannone dove le bobine roventi sommano il loro calore a quello dell’aria costa. Si preferisce allora spostare il rischio sui lavoratori più esposti, su chi ha il contratto più debole o nessun contratto, su chi non può permettersi di fermarsi. In un rapporto di lavoro, dove il tempo e il corpo del lavoratore sono merce comprata a un determinato prezzo (il salario), chi acquista quella merce ha ogni interesse a spremerla fino al limite fisico, e nessun interesse spontaneo a fermarsi prima. Il caldo non fa che rendere visibile, in modo brutale, un meccanismo che esiste sempre: l’usura del corpo ricade su chi lavora, il profitto della produzione continuata su chi possiede l’impresa. Non è cinismo individuale bensì la logica ordinaria del rapporto salariale, la stessa per cui la sicurezza si concede quando non intacca il margine, e si nega quando lo intacca. Chi ha un contratto debole, chi non ha sindacato, chi lavora a cottimo per una app, la sperimenta nella sua forma più cruda. Serve una normativa nazionale, non ordinanze regionali a intermittenza: soglie vincolanti, sospensioni automatiche, coperture che raggiungano davvero rider e stagionali, non solo chi ha un contratto abbastanza forte da poterle rivendicare. Le prossime estati saranno solo peggiori di questa, e continuare ad affidarsi a provvedimenti stagionali significa ripartire ogni anno da zero, un morto alla volta.
Nel frattempo, Glovo continua a suggerire ai suoi rider di idratarsi bene. Un consiglio sensato. Peccato arrivi insieme a un incentivo economico a restare in strada esattamente quando dovrebbero rientrare.
