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Dal Myanmar a Bergamo: una storia da incorniciare

Racconto. Il racconto di Thandar e Giulio, una coppia nata in Asia e approdata a Bergamo, intreccia il passato e il presente di un Paese oggi in ginocchio: il Myanmar. Un filo, quello delle stoffe ricamate trasformate poi in abiti, attraversa e unisce l’Italia e la Birmania. Alla voce di Thandar si uniscono le fotografie di Gianfranco Ferraro, in mostra fino al 1° maggio nell’ex Ateneo di Città alta, che testimoniano la resilienza del popolo birmano anche di fronte alle difficoltà

Lettura 5 min.

Yangon, agosto 1995. Thandar Kyi era una giovane parrucchiera e lavorava allo Scott Market, il bazar più grande e famoso del Myanmar, nel centro della capitale. Fuori dal suo negozio, le rivolte antigovernative per la grave crisi finanziaria del Paese venivano represse duramente dalle forze di sicurezza. Il clima era teso: un mese prima era stata liberata dagli arresti domiciliari Aung San Suu Kyi , la leader della Lega nazionale per la democrazia (NLD), simbolo dell’opposizione non violenta al regime militare e per questo prigioniera in casa propria dal 1989. Allora, Thandar Kyi era una trentenne e non era mai uscita dal Myanmar, chiamato fino a sei anni prima «Birmania». Non poteva immaginare che quell’estate avrebbe incontrato un corniciaio bergamasco, Giulio Lagetto, e che quell’avvenimento le avrebbe cambiato, in qualche modo, la vita.

Me lo raccontano 28 anni dopo, con un sorriso sulle labbra e negli occhi, i due protagonisti di questa storia, circondati da centinaia di cornici nella storica bottega di Bergamo in via San Bernardino 13: La Cornice di Lagetto Giulio e Thandar. «Ci siamo incontrati la prima volta fuori dal mio negozio e mi sono proposta come guida turistica a lui e ai suoi amici che erano lì in vacanza» ricorda la donna. «Lei, scherzando, mi ha promesso che sarebbe venuta a trovarmi a Bergamo…poi però lo ha fatto davvero!» continua Giulio ridendo. E infatti, dopo qualche scambio epistolare e alcuni mesi trascorsi appresso al centralino, in attesa di una chiamata intercontinentale, il 13 dicembre di quello stesso anno Thandar atterrò sul suolo lombardo, diretta nella città dei mille. «Un regalo di Santa Lucia!» commenta il corniciaio. Pochi mesi dopo, il 13 aprile del 1996, i due si sposarono.

Thandar mi mostra la foto incorniciata di quel giorno speciale: «In Myanmar, di solito, al matrimonio le donne si vestono con abiti colorati. Quando scoprii che qui invece era tradizione indossare il bianco, rimasi stupita! Mi misi allora un fiore rosa tra i capelli, come nota di colore» racconta la donna, mentre continua a guardare con amore quello scatto di lei insieme al suocero. Il dettaglio floreale sul suo capo mi ricorda quello portato da Aung San Suu Kyi, conosciuta infatti come «l’orchidea di ferro» della Birmania. Il paragone con la vincitrice del premio Nobel per la Pace (1991) non sembra dispiacere a Thandar che, anzi, mi indica una locandina appesa alle sue spalle che ritrae proprio la leader, insignita della cittadinanza onoraria a Parma nel 2007. «Per i birmani in Italia quella fu l’occasione per riunirci e ascoltare i messaggi di democrazia e libertà» mi spiega la donna, riferendosi alla visita ufficiale di Aung San Suu Kyi nella città emiliana.

A fianco del manifesto, sono appesi altri frammenti che testimoniano un incrocio armonioso fra la cultura italiana a quella birmana. L’immagine di un Buddha seduto con le gambe incrociate rivela la religione praticata da circa il 90% della popolazione birmana. I disegni dei nipoti e il calendario con le loro foto mostrano invece il volto della terza generazione, frutto dell’incontro fra la figlia di Thandar – arrivata in Italia poco dopo la madre – e «il Beppe», bergamasco d’origine. Sembrerebbe, come suggerisce ironicamente Giulio, che la comunità birmana presente a Bergamo, lo 0.05% della popolazione , sia per lo più costituita dai parenti di Thandar. Dopo di lei infatti, raggiunsero la città lombarda anche le due sorelle e la famiglia, piano piano, si allargò.

Le memorie colorate dei due innamorati continuano in un racconto a due voci, ricco di particolari, come l’episodio del loro primo incontro a Bergamo. «Quando Thandar arrivò in Italia, a dicembre» specifica il marito «indossava gli infradito e un maglioncino leggero. Non aveva mai visto la neve prima e mi chiese se potesse toccarla!». Thandar annuisce sorridente, facendo riflettere su quanto quella storia d’amore le avesse fatto cambiare non solo continente, paese e lingua, ma anche abitudini e modo di pensare. «Perfino i sogni presto divennero in italiano!» conclude lei serena, come se stesse raccontando qualcosa che non poteva andare diversamente.

Chiedo allora alla donna quali tradizioni del suo Paese d’origine abbia mantenuto e portato con sé e rimango colpita dalla sua risposta sorprendentemente concreta: «le stoffe!». Dopo essersi trasferita a Bergamo infatti, Thandar ha continuato a fare dei viaggi in Myanmar, a volte da sola, a volte con l’intera famiglia italo-birmana. «Quando tornavo in Italia, portavo con me valigie piene di tessuti, per creare vestiti». Dopo aver studiato per tre anni sartoria e per altri tre fashion design, infatti, nel 2017 la donna decise di creare il suo brand di moda: Thandar Kyi. «Ho cercato di unire i colori e le forme birmane al gusto italiano» spiega, mostrandomi le pagine social del suo marchio. Scopro così che i suoi capi, realizzati a mano con tessuti unici ed esclusivi, vengono indossati sulle passerelle della «Milano Fashion Week», oltre che sul red carpet di Venezia.

Incuriosita, le domando se posso vedere la fucina dove nascono le sue creazioni e così vengo guidata in un piccolo laboratorio colmo di vestiti colorati, macchine da cucito, manichini e disegni. Thandar apre per me un grosso armadio che custodiva innumerevoli stoffe, ne prende alcune e me le porge, per farmi osservare da vicino i ricami di bambù o la lucentezza della seta. «Per i birmani, l’unità di misura è “una gonna”: il santong» continua, distendendo il largo pezzo di tessuto che tradizionalmente viene drappeggiato intorno alla vita e indossato come una gonna sia dagli uomini che dalle donne. «La differenza è che i primi annodano la stoffa davanti, le seconde invece la rimboccano sui fianchi» puntualizza, maneggiando con cura il materiale utilizzato per creare il longyi, il tipico indumento del Myanmar, ma anche abiti e giacchette dallo stile più “italiano”.

Osservo quelle creazioni handmade, immaginando per un po’ che anche in Birmania regni la stessa serenità che trasmettono quei vestiti colorati. Purtroppo però, alla domanda sulla situazione attuale del suo Paese, Thandar mi risponde con un’espressione insolitamente malinconica. In Myanmar, infatti, la crisi dovuta al conflitto e alle tensioni politiche non fa altro che esacerbare una situazione già fragile, di fronte alla quale la donna non può che sentirsi lontana e impotente.

Per capire meglio che cosa stia succedendo nella terra madre di quei costumi meravigliosi, mi confronto in seguito con Davide Caliandro, il responsabile dei progetti in Myanmar dell’organizzazione umanitaria CESVI. Apprendo così che, secondo l’ultimo rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, 17.6 milioni di birmani sono in stato di necessità a causa di diverse problematiche tra loro interconnesse.

Innanzitutto, spiega Caliandro, il Covid ha avuto non solo pesanti conseguenze sanitarie – per la mancanza di un’adeguata copertura vaccinale e di strutture ospedaliere stabili – ma anche sul tessuto sociale ed economico del Paese. La pandemia, infatti, ha impattato anche sull’esportazione di prodotti agricoli – su cui si basa principalmente l’economia del Paese – e di conseguenza anche sul mercato. A questo fattore di crisi si aggiungono poi le catastrofi collegate ai cambiamenti climatici: «il Myanmar è il secondo Paese al mondo più soggetto a eventi climatici estremi e calamità naturali». Il risultato è che non c’è cibo per tutti: «15 milioni e 200 mila birmani oggi sono in stato di necessità proprio per la sicurezza alimentare».

Per stimolare una maggiore consapevolezza, CESVI ha aperto nell’Ex Ateneo di Città alta, in Piazza Padre Reginaldo Giuliani, la mostra «SEMI DI SPERANZA. Voci e volti dal Myanmar» con la curatela di Sandro Iovine e le fotografie di Gianfranco Ferraro.

Contatto quest’ultimo, il quale mi racconta di aver voluto rendere, attraverso le sue opere «l’ordinario straordinario». Gli scatti ritraggono infatti scene di vita quotidiana, osservate però da vicino, «con gli occhi di un bambino», senza assecondare quell’attrazione, tipicamente umana, verso «il brutto» e il compassionevole. «Ogni situazione, ogni taglio di luce, ogni soggetto diventa così importante». Lo spaccato di vita rurale ha l’obiettivo di mostrare i devastanti effetti del cambiamento climatico sull’ambiente, sull’agricoltura e sulle comunità del Myanmar ma anche, e soprattutto, la resilienza della popolazione birmana. «Lì ho conosciuto il popolo più dolce e accogliente della Terra, con una grande forza interiore», afferma il fotografo.

Mi ritorna in mente l’incontro con Thandar e la sua disponibilità naturale di raccontarsi e di farmi scoprire pezzi del suo mondo, birmano e italiano. Dopo la visita nel suo laboratorio di cucito, quel pomeriggio abbiamo continuato a chiacchierare sul Myanmar e sulla sua nuova vita a Bergamo. E così, grazie a lei e a Giulio, è sembrato anche a me di viaggiare in quella terra di tessuti e di accoglienza.

(Tutte le foto sono di Federica Pirola, salvo ove indicato)

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