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Ken Saro-Wiwa e le sue lotte ci riguardano oggi più che mai. Fiato ai Libri ce lo fa riscoprire, a partire dal suo celebre romanzo

Articolo. “Sozaboy” è il libro che ha fatto conoscere al mondo lo scrittore nigeriano, attivista e politico, barbaramente giustiziato dal regime militare del suo Paese nel 1995. Una serata di Fiato ai Libri, giovedì 15 luglio, darà voce alle parole di una delle figure più luminose del secondo Novecento africano. Con la lettura di Michele Marinini e la colonna sonora di Dudu Kouaté

Lettura 4 min.
Ken Saro-Wiwa

Lo scorso 26 maggio la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja ha condannato la Royal Dutch Shell (la compagnia petrolifera nota come “Shell”) a ridurre del 45% le sue emissioni di CO2 entro il 2030, nel rispetto degli Accordi di Parigi sul clima del 2015.

Per la prima volta un giudice impone a una delle multinazionali più inquinanti del pianeta di rispettare la Convenzione sui cambiamenti climatici. La sola Shell infatti è attualmente responsabile di circa il 3% del totale delle emissioni mondiali di biossido di carbonio (1,6 miliardi di tonnellate all’anno, per capire la portata: l’Italia ne ha emesse 355milioni nel 2017).

Dal 2015, insieme a una manciata di altre grandi e super-inquinanti compagnie petrolifere e di gas, la Shell ha contribuito ha spendere 200 milioni di dollari all’anno in attività di lobbying per ritardare e minare le disposizioni dell’accordo di Parigi.

Manifestanti contro la Shell

Presto detto perché è considerata una sentenza storica: è un precedente che potrà avere conseguenze (positive) sull’attività (fameliche) delle imprese private a maggior impatto ambientale e climatico, che a questo punto rischiano di dover rispondere in tribunale dell’inerzia nel rispetto del trattato internazionale per rallentare la crisi climatica. Uno dei punti chiave della sentenza di condanna parla di una minaccia di “violazione dei diritti umani”, del “diritto alla vita” e della “vita familiare indisturbata”.

La battaglia di Ken Saro-Wiwa

Niente di più vicino a quanto per anni ha denunciato con ogni mezzo non violento Ken Saro-Wiwa: con la forza delle parole, della letteratura, della socialità, della buona politica, dell’amministrazione etica e trasparente, del coinvolgimento popolare, della sensibilità, del “coraggio civile”. In una battaglia in cui rispetto della dignità umana e tutela ambientale sono sempre stati aspetti indivisibili, propedeutici l’uno all’altro.

Saro-Wiwa era prima di tutto un intellettuale. Così come Patrice Lumumba, Thomas Sankara, Fela Kuti – tra gli altri – è stato uno dei più importanti attivisti dell’era postcoloniale africana. Insegnante universitario di lingua inglese, giornalista, scrittore, poeta, autore televisivo e radiofonico, editore e imprenditore, ambientalista, amministratore locale, persino ministro dell’Istruzione. Fu un personaggio popolarissimo in Nigeria.

Una scultura in acciaio alta tre metri di un autobus nigeriano parcheggiato dietro il Bernie Grant Arts Centre, Tottenham

Per anni ha condotto lotte tenaci ma sempre pacifiche contro lo sfruttamento delle risorse petrolifere nel Delta del Niger da parte di multinazionali come Shell, contro la devastazione ambientale e sociale, la corruzione politica, per la tutela dei diritti della minoranza Ogoni, il popolo che abita quelle terre, e di cui lui stesso faceva parte. Fu tra i primi membri del MOSOP, il Movimento per la Sopravvivenza del Popolo Ogoni.

“Voleva che quel petrolio fosse vita”

Roberto Saviano, nella sua prefazione a “Sozaboy” scrive: “Ken voleva una cosa molto semplice, voleva che le grandi compagnie petrolifere, la Shell su tutte, dividessero i guadagni, al 50%, con chi vive sulle terre che davano i giacimenti petroliferi da loro sfruttati (...) Non pretendeva che non arrivassero più trivelle, o che ad avere gli appalti dovessero essere delle inesistenti società africane (...) Non era un delirante “difendi balene” come chiamava gli ecologisti radicali occidentali. Combatteva perché quel petrolio diventasse scuola, teatro, stadio, musica, palazzi, progetti, università. Voleva che quel petrolio fosse vita”.

La storia dell’attività della Shell in Nigeria è l’archetipo del neocolonialismo occidentale (e asiatico) in Africa: sfruttamento delle risorse, violazione dei diritti umani, destabilizzazione e impoverimento sociale. Il tutto con l’avallo di regimi militari e sistemi politici facilmente corruttibili, spesso ben disponibili a fare da maggiordomi alle grandi abbuffate delle multinazionali.

Un aspetto, quello della corruzione e dell’opportunismo, che interessa anche ai livelli più bassi e locali dell’amministrazione politica, e che emerge con amara evidenza anche in “Sozaboy”, il romanzo pubblicato nel 1985 che ha reso popolare nel mondo occidentale la figura del bambino-soldato dentro la follia della guerra civile nigeriana (o “guerra del Biafra”) tra il 1967 e il 1970.

Sozaboy, a novel in rotten English” è il titolo completo. Suggerisce uno degli aspetti più caratteristici del romanzo: la lingua con cui è scritto, un “pessimo inglese”, che è poi il pidgin (versione semplificata e sgrammaticata dell’inglese) di un giovane nigeriano, Mene – Sozaboy, da “soldier-boy” – che allo scoppio della guerra si fa sedurre dal fascino delle marce e delle armi e si arruola nell’esercito convinto sia l’unico modo di guadagnare rispettabilità agli occhi della ragazza che ha sposato e della comunità del suo villaggio.

Naturalmente, niente di buono può scaturire dalla guerra. Certo lui questo non lo sa, ma è proprio lo sguardo prima ingenuo e poi disincantato di un ragazzino a far brillare tutte le contraddizioni del conflitto civile, di un nemico che diventa amico e viceversa, ad aprire l‘abisso tra aspettative e realtà. È un percorso di formazione spietato, il suo, che tuttavia non riesce a scalfirne l’umanità.

In “Sozaboy” la semplicità scava in profondità con le parole scarne e storte di una gioventù interrotta. C’è una questione privata dentro una vicenda storica che rimane tra le righe. C’è un ragazzino che affronta l’orrore e il cinismo di una popolazione in guerra con sé stessa. Lui corre, corre e insegue senza tregua un equilibrio da ripristinare. Un equilibrio che ha i contorni di casa, il sapore dell’igname e del vino di palma, la forma morbida e rotonda del seno della fidanzata, l’indulgenza di una madre.

Impiccato

Saro-Wiwa viene giustiziato per impiccagione il 10 novembre 1995, mentre tutto il paese festeggia la nazionale di calcio alla prima esibizione in patria dopo i mondiali di calcio. Insieme a lui altri otto attivisti. L’accusa, totalmente strumentale, è di essere complici dell’uccisione di quattro capi di un gruppo scissionista del MOSOP. Il processo è una farsa, emergerà che alcuni testimoni d’accusa furono pagati dal governo nigeriano e corteggiati dalla Shell per sostenere le accuse contro Saro-Wiwa e gli altri otto attivisti. La Royal Dutch Shell è stata perseguita penalmente per l’esecuzione degli attivisti ogoni. Ha patteggiato, pagando 15 milioni di dollari per non comparire a processo.

La sentenza dello scorso 26 maggio porta però, finalmente, un po’ di luce: non tutto – forse – si può comprare. O meglio: non sempre. È una piccola rivincita, un fiore da appoggiare sulla tomba di Ken Saro-Wiwa e degli altri giustiziati “A sangue freddo”, come cantava Il Teatro degli Orrori, che al poeta nigeriano hanno dedicato una canzone.

“Sozaboy” sarà protagonista della serata del 15 luglio di Fiato ai Libri, al palazzo della biblioteca di Villongo.

Sito Fiato ai Libri

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