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«La strega» di Shirley Jackson è il nostro consiglio di lettura per l’estate

Guida. Quattro piccoli racconti attraversati da una narrazione fresca e ricca di suspence. Un libro in grado di accontentare qualsiasi tipo di lettore (e a prova di caldo).

Lettura 8 min.
(Foto Shutterstock.com)

Si pensa sempre che il libro da portare sotto all’ombrellone debba essere caratterizzato da una trama leggera, intrigante e che, possibilmente, si esaurisca in fretta: un «giallo», un «thriller», qualunque cosa, basta che non sia eccessivamente lungo e che non vada a impegnare troppo le nostre facoltà cognitive, già messe a dura prova dall’asfissiante caldo estivo. Eppure, si possono trovare dei buoni compromessi fra quello che il semiologo Roland Barthes, nel suo celebre saggio «Il piacere del testo» (pubblicato nel 1973), definiva «testo di piacere» e quello che chiamava «testo di godimento». « La strega », edito da Adelphi nel 2023, che propone quattro piccoli e pregevoli racconti della grande scrittrice statunitense Shirley Jackson (per un totale di neanche 70 pagine), può accontentare i lettori più raffinati ma anche quelli più pigri e meno interessati, magari, a certe preziosità.

La raccolta, dall’evocativa copertina color violetto perlato, è attraversata, in parte, dai temi che, ricorrentemente, si trovano all’interno delle opere di Jackson: l’ansia sociale e la difficoltà relazionale, la solitudine esistenziale, la malattia mentale e il focolare domestico, dimensione rassicurante e familiare, quest’ultimo, ma, al contempo, causa del vuoto interiore avvertito dai personaggi, soprattutto femminili. La narrazione, a tratti surreale, trasfigura magicamente posti ordinari (il vagone di un treno, la cucina di una casa, la scuola, l’autobus) in luoghi «della soglia», sfociando in esiti estranianti e grotteschi, a volte gotici a volte onirici, spesso comici, quasi sempre a cavallo fra ragione e follia. E poi ci sono i bambini: vivaci, chiassosi, sfrontati; anche loro paiono delle creature soprannaturali e misteriose, spiritelli burloni in conflitto col mondo della logica e con quello degli adulti.

«La strega»

Ne è un esempio il primo racconto, il cui titolo dà il nome all’intera opera e in cui, sin da subito, si viene catapultati al confine fra realtà e immaginazione: «“Ho visto una strega” disse poco dopo alla madre. “C’era una grande vecchia brutta vecchia strega cattiva, là fuori”. “Sì” disse la madre. “Una strega vecchia brutta e cattiva, e io le ho detto di andare via e lei è andata via” proseguì il bambino, chiacchierando piano fra sé. “È venuta e ha detto: “Adesso ti mangio”, e io ho detto: “No che non mi mangi”, e l’ho cacciata via, la brutta strega cattiva”. ». Quel che sembra la giocosa e innocente millanteria di un bambino subisce una violenta sterzata verso tinte più fosche, con l’entrata in scena di un enigmatico individuo. «Era anziano, con una faccia simpatica sotto la capigliatura bianca; l’abito blu era leggermente stazzonato per il lungo viaggio in treno. Aveva un sigaro in mano, e quando il bambino disse: “Ciao”, l’uomo puntò il sigaro verso di lui e disse: “Ciao a te, figliolo». Si fermò accanto al sedile del bambino e si appoggiò allo schienale abbassando lo sguardo, mentre il bambino piegava il collo per guardare in alto. “Cosa cerchi fuori da quel finestrino?” chiese l’uomo. “Streghe” rispose prontamente il bambino. “Vecchie streghe cattive”.». Ma, a un certo punto, il dialogo fra i due, come accennato, diventa preoccupante. «“Tanto tempo fa” cominciò “avevo una sorellina, proprio come la tua”. Il bambino alzò lo sguardo su di lui, annuendo a ogni parola. “La mia sorellina” proseguì l’uomo “era così carina e simpatica che l’amavo più di ogni altra cosa al mondo. Allora vuoi sapere cosa ho fatto?”. Il bambino annuì con maggior foga, e la madre alzò gli occhi dal libro e sorrise, in ascolto. “Le ho comprato un cavallo a dondolo, una bambola e un milione di lecca-lecca” disse l’uomo. “Poi l’ho presa, le ho messo le mani intorno al collo e l’ho stretta, l’ho stretta finché è morta”. Il bambino trattenne il respiro e la madre si voltò, senza più sorridere. Aprì la bocca e poi la richiuse mentre l’uomo continuava: “Poi le ho tagliato la testa e ho preso la testa…”. “L’hai tagliata tutta a pezzi?” chiese il bambino, col fiato sospeso. “Le ho tagliato la testa, le mani, i piedi, i capelli e il naso,” disse l’uomo “e l’ho colpita con un bastone e l’ho uccisa”.». Un vagabondo bugiardo che, tramite iperboli e cattivo gusto, si prende gioco delle persone? Un sadico maniaco che sembra uscito da uno «slasher movie»? Una strega che ha preso le sembianze di un distinto, quanto ambiguo, viaggiatore? Chi lo sa. Quel che è sicuro è che, al di là di come lo si voglia interpretare, il finale, esilarante (e dopotutto lieto), non darà una risposta definitiva sulla natura (e sulle reali intenzioni) dell’uomo.

«L’ubriaco»

Il racconto che segue si intitola «L’ubriaco» e narra l’incontro, durante una festa, fra un uomo e una ragazza. «Il suo grado di ubriachezza e di conoscenza della casa gli consentiva giusto di andare in cucina da solo, in teoria a prendere il ghiaccio, in pratica a smaltire un po’ la sbornia; il suo grado di intimità con la famiglia non gli consentiva di addormentarsi sul divano del soggiorno nel pieno della festa […]. Appoggiò il bicchiere in un punto sicuro sulla superficie a motivi verdi, e quando alzò gli occhi si trovò davanti una ragazza che l’osservava con sguardo indagatore. “Ciao” le disse. “Sei la figlia?”. “Sono Eileen” rispose lei. “Sì”.». L’approccio paternalistico dell’uomo viene completamente disintegrato dalla sicumera della giovane che, ben conscia del divario generazionale, traccia, quasi con disprezzo e moralismo, un solco invalicabile fra lei e l’adulto. «“Cosa dici del futuro del mondo?”. “Non credo proprio che abbia molto futuro,” rispose la ragazza “almeno per com’è adesso” […]. “C’è proprio da aver paura, se una sedicenne pensa a certe cose” […]. “Ho diciassette anni”. Alzò lo sguardo e gli sorrise di nuovo. “C’è un’enorme differenza” disse. “Ai miei tempi” disse lui in tono enfatico “le ragazze pensavano solo a bere cocktail e pomiciare”. “È anche questo il problema” rispose lei, seria. “Se quando lei era giovane la gente si fosse spaventata davvero, oggi non saremmo messi così male”.». Il conflitto fra l’«ubriaco» e la ragazza (e tra la visione scanzonata del primo e quella ideologica della seconda) assume toni bizzarri quando le parole dell’adolescente si infiammano di fanatismo. «“Continuo a immaginare come sarà”. La ragazza parlava molto piano, molto chiaramente, rivolgendosi a un punto sulla parete dietro di lui. “Non so perché, ma penso che cominceranno a sparire le chiese, prima ancora dell’Empire State Building. E poi tutti i grandi condomini lungo il fiume scivoleranno lentamente nell’acqua con la gente dentro […]. Lui aspettò un momento prima di dire: “Trovo un po’ sciocco che tu ti riempia la testa di tutta questa spazzatura macabra. Comprati una rivista di cinema e tranquillizzati”. “Potrò avere tutte le riviste di cinema che voglio” insistette lei. “Le metropolitane crolleranno, sa, e le edicole resteranno schiacciate. Si potranno prendere tutte le barrette di cioccolato che si vuole, e le riviste, e i rossetti e i fiori finti da due soldi, e i vestiti dei grandi magazzini sparsi per le strade […]”.». Quel che, all’inizio, sembrava semplicemente uno scambio di battute bonario muta, nel finale, in una sorta di duello ad alta tensione, segnato da incomunicabilità e inquietudine.

«Charles»

Fra i quattro, il terzo racconto è sicuramente quello meno «nero». La trama ruota attorno alle prime settimane di scuola di un bambino, Laurie, e alle bricconate compiute da un suo compagno di classe di nome Charles. «Il giorno dopo, Laurie si sedette a pranzo ed esordì: “Be’, Charles è stato cattivo anche oggi”. Poi aggiunse, con un enorme sorriso: “Oggi ha picchiato la maestra”.». E ancora: «Il terzo giorno […] Charles colpì in testa una bambina con il sedile di un’altalena provocandole un taglio […]. Giovedì […] continuava a pestare i piedi per terra. Venerdì gli fu proibito di avvicinarsi alla lavagna perché tirava i gessetti.». La condotta di Charles pare influire su quella dei singoli componenti della famiglia. «[…] Charles era ormai un’istituzione nella nostra famiglia; la piccola si comportava da Charles quando piangeva tutto il pomeriggio; Laurie faceva il Charles quando riempiva di fango il suo carretto e lo trascinava in giro per la cucina; anche mio marito, quando si impigliò con il gomito nel filo del telefono e tirò giù dal tavolo il telefono, il posacenere e un vaso di fiori, dopo qualche istante di silenzio disse: “Roba da Charles”.». La divertente conclusione, con colpo di scena annesso, si fa respiro profondo prima del balzo. E il balzo, ovviamente, è l’ultimo racconto: «Il dente».

«Il dente»

È notte. Clara Spencer, accompagnata dal marito, raggiunge la piccola autostazione dove salirà sull’autobus che la porterà a New York. Non sta bene: un tremendo mal di denti la affligge e spera che il dottor Zimmerman, dentista della «Grande mela», possa porre fine al suo dolore. «L’autista si alzò dallo sgabello e andò a pagare. Clara si avvicinò all’autobus e suo marito disse: “Fai con calma, c’è tempo”. “Mi sento solo un po’ strana”. “Senti,” disse lui “sono anni che hai questo mal di denti ricorrente; da quando ti conosco ne hai sofferto almeno sei o sette volte. Era ora che facessi qualcosa. Avevi mal di denti anche in luna di miele” concluse in tono accusatorio.». Quel che potrebbe essere una specie di gita fuori porta, pian piano, diventa una ripida discesa verso l’ignoto e il perturbante. «Buon Dio, pensò, cosa mi aspetta! Fuori la strada conosciuta scivolava via, strana, buia e osservata, insolitamente, dal punto di vista di chi lascia la città in autobus. Non è mica la prima volta che vado a New York, pensò Clara sdegnata, è colpa del whisky e della codeina e del sonnifero e del mal di denti». Come in un contorto pezzo jazz, il viaggio assume delle sfumature quasi allucinogene. «Reclinò la testa e tirò su i piedi, coprendoli discretamente con la gonna, e si addormentò senza salutare la città. Aprì gli occhi una volta, mentre procedevano quasi silenziosamente nel buio. Il dente pulsava senza tregua, e lei appoggiò la guancia allo schienale fresco, esausta e rassegnata. L’unica luce proveniva da una sottile fila di lampadine sul soffitto dell’autobus. Vide gli altri passeggeri, seduti molto più avanti di lei; l’autista, così lontano da sembrare una minuscola figura all’estremità di un cannocchiale, se ne stava ritto dietro il volante, apparentemente sveglio». A un certo punto, il bus fa una sosta. Clara scende dal mezzo e segue gli altri passeggeri all’interno di un ristorante. Qui, fa l’incontro con un indecifrabile personaggio dalla personalità mefistofelica che, come l’uomo del primo racconto, è vestito di blu. «“Vuole un caffè?” le chiese. Lei annuì, e l’uomo indicò il bancone davanti a loro, dove era posata una tazza di caffè fumante. “Lo beva in fretta” le disse. Lei lo sorseggiò con delicatezza […]. Lo sconosciuto intanto parlava. “Ancora più in là di Samarcanda,” diceva “e le onde tintinnano come campanelli sulla spiaggia”. “Ci siamo, gente” disse l’autista, e lei trangugiò in fretta il caffè, bevendone quanto bastava per poter risalire sull’autobus. Quando tornò al suo posto, lo sconosciuto si sedette accanto a lei.». La narrazione si sviluppa attraverso un gioco chiaroscurale, in cui emerge la voce magnetica e ipnotica dello sconosciuto. « Sull’autobus era così buio che le luci del ristorante l’abbagliavano, e allora chiuse gli occhi. Con le palpebre abbassate, prima di addormentarsi, rimase chiusa in sé stessa, sola col suo mal di denti. “I flauti suonano tutta la notte,” disse lo sconosciuto “e le stelle sono grandi come la luna e la luna è grande come un lago”.». Lo smarrimento, riga dopo riga, monta sempre di più; la realtà si fa sempre più sottile e, in un’atmosfera sempre più angosciosa, Clara sprofonderà nella vertigine della dissociazione. «[…] e quando alzò la testa e lanciò un’occhiata allo specchio si rese conto, con una lieve fitta di sgomento, che non sapeva più quale faccia fosse la sua.». Il finale è mozzafiato e spinge il lettore a domandarsi se il dente, che, secondo il dottore, «andava tolto anni fa», non sia allegoria, per caso, di qualcosa di più profondo, radicato nell’oscurità della mente della donna: una psicosi, in grado di trasformare un viaggio in autobus in iniziazione verso un mondo parallelo. E se dunque, invece, fosse proprio Clara la «strega» citata dal titolo della silloge? Chissà.

Brani musicali di accompagnamento alla lettura consigliati: «The Mooche» di Duke Ellington, «She’s Not There» dei The Zombies, «Sraight, No Chaser» di Thelonious Monk, «Coda del valzer» («Cenerentola») di Prokofiev.

Tutte le citazioni sono tratte da Shirley Jackson, «La strega», Adelphi Edizioni, 2023

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