«I l Celta è un visionario […]», dice Yeats. In effetti, la letteratura irlandese (da quella mitologica a quella postmoderna, passando per quella popolare delle ballate) è spesso caratterizzata dalla trasfigurazione del reale, che si dà mediante un gioco complementare (e ciclico) fra elementi solo apparentemente opposti: «sopra» e «sotto», «cielo», «mare» e «terra», «sacro» e «profano», «impossibile» e «possibile», «morte» e «vita». Il tutto condito da una narrazione in cui, seguendo lo schema di cui sopra, l’umorismo cela malinconia e la comicità tragedia. E poi c’è la povertà (ma anche lo squallore e la miseria), che non solo, da un momento all’altro, può mutare in fortuita ricchezza, ma che sempre si fa terreno fertile per incanto e meraviglia.
In questa grande tradizione si inserisce Flann O’Brien (pseudonimo di Brian O’Nolan) che, in questo 17 marzo, giorno dedicato a San Patrizio (patrono, assieme a Santa Brigida di Kildare e a San Columba di Iona, dell’«Isola di smeraldo»), è bene ricordare attraverso il suo componimento più celebre: «At Swim-Two-Birds», pubblicato nel 1939 e tradotto in italiano con il titolo «Una pinta d’inchiostro irlandese». Il protagonista è un pigro studente dublinese, aspirante scrittore, amante dell’alcool e dell’ozio, che conduce interminabili dibattiti di carattere letterario con amici e conoscenti. Tali discussioni prendono spesso avvio dalle pagine di un libro a cui il giovane sta lavorando da tempo, incentrato sulla storia di un famoso romanziere, Dermot Trellis, a sua volta impegnato nella stesura di una nuova opera. «Trellis […] sta scrivendo un libro sul peccato e sul prezzo del peccato. È un filosofo e un moralista. È profondamente disgustato dall’ondata di delitti sessuali e di altro genere che in questi ultimi tempi ha invaso i giornali […]».
Un romanzo a «incastri»
Trellis riesce a generare i soggetti delle sue storie in modo così perfetto da farli vivere realmente insieme a lui alla locanda Red Swan : «Ha comprato una risma di carta protocollo e ha cominciato il suo romanzo. Costringe tutti i suoi personaggi a vivere con lui nell’Albergo del Cigno Rosso, per non perderli d’occhio e assicurarsi che non si ubriachino».
Costretti a subire la tirannica volontà di Trellis, il quale è in grado di esercitare su di loro un potere assoluto tranne quando dorme, i personaggi decidono di somministrare al loro creatore un potente sonnifero, riuscendo così a conquistarsi ampi spazi di libertà. Trellis, però, abusa della bellissima Sheila Lamont, suscitando lo sdegno delle altre creature che, cariche di risentimento, riescono a convincere il figlio del romanziere, Orlick (nato, già adulto, dalla violenza carnale subita da Sheila), a iniziare la stesura di un manoscritto sul padre, nel quale Trellis deve sottostare a una serie di torture fisiche. Il tutto fino a giungere alla celebrazione finale di un vero e proprio processo, dove le creazioni nate dalla sua penna prendono parte, simultaneamente, sia in veste di testimoni che di giudici.
Il destino di Trellis sembra essere ormai segnato, quando Teresa, la governante della locanda, entra nella sua camera e brucia, inconsapevolmente, le pagine del testo che “racchiude” i personaggi ribelli, salvando, così, la vita al padrone. Il romanzo, se così si può chiamare questo tortuoso, folle e surreale capolavoro, presenta una struttura a scatole cinesi. Il confine fra i vari piani narrativi viene puntualmente infranto. Ma questo manifesto di poetica, all’insegna della metanarrazione, è presente sin dall’inizio, esplicitato dalle parole dello studente: «Un buon libro poteva avere tre inizi completamente diversi, collegati tra di loro soltanto nella prescienza dell’autore, e finire, se necessario, in trecento maniere diverse». Si dipanano, dunque, tre esempi di inizi indipendenti che, come protagonisti, hanno il pooka McPhellimey (membro della classe dei diavoli), il signor John Furriskey (il cui tratto distintivo è quello di essere nato, eccezionalmente, a venticinque anni) e Finn MacCool, eroe leggendario dell’antica Irlanda, fisicamente superbo ma «mentalmente poco robusto».
Ognuna di queste tre figure presenta un registro stilistico differente che diventa quindi pretesto, per Flann O’Brien, per perseguire, attraverso un alto virtuosismo linguistico, una caustica parodia di un vasto numero di generi letterari: dalla poesia dei bardi gaelici fino alla disputa erudita. L’esito è esilarante e paradossale: «Abbiamo il piacere di annunciare un lieto evento avvenuto nell’Albergo del Cigno Rosso, il cui proprietario, Mr Dermot Trellis, è riuscito a dare alla luce un uomo chiamato Furriskey. […] il neonato misura all’incirca un metro e settantacinque; è di corpo robusto, bruno e ben rasato. Gli occhi sono azzurri e i denti regolari e sani, benché leggermente oscurati dal tabacco […]. Egli è […] assai dotato: possiede un dominio poco comune della lingua latina e le sue conoscenze nel campo della fisica spaziano dalla Legge di Boyle-Mariotte fino alla Batteria di Leclanché e il fotometro a macchina di grasso».
E ancora: «La professione di cacodemone, disse il diavolo, è un impegno continuo di doveri e di responsabilità; e tra questi compiti non è certo il minore quello di bastonare e scudisciare coloro che a questo solo scopo mi vengono mandati dal Numero Uno, che è il Primo Bene e la Verità Primigenia e perciò, necessariamente, un numero dispari […]. Quanto alla sua seconda obiezione, nei riguardi della coda, debbo confessarle che io personalmente appartengo a una categoria abituata a trattare con la massima diffidenza qualsiasi genere di persone prive di coda. Io stesso ho qui nel letto due code, la mia propria cespugliosa e la coda della mia camicia da notte».
Fra tradizione e innovazione: un’estetica postmoderna
A corroborare quel che potrebbe essere definito un panegirico all’assurdità, la tagliente ironia di O’Brien, che mette a nudo i meccanismi che si nascondono dietro alla scrittura e che, infarcendo i propri antieroi di ossessioni, bizzarrie e idiosincrasie, si fa beffe di tutto e di tutti, in primis del lettore: «Per quel che riguardava le sue letture, Trellis aveva un’altra strana abitudine. Considerava tutti i colori, fuorché il verde, quali simboli del male, e si limitava a leggere soltanto libri provvisti di copertine verdi. Sebbene fosse un uomo di cultura e conoscenze poco comuni, questa regola arbitraria provocava seri vuoti nella sua erudizione. La Bibbia, per esempio, gli era ignota; di conseguenza, buona parte di ciò che egli era riuscito a sapere dei grandi misteri della religione e dell’origine dell’uomo, l’aveva imparato dai domestici e da altre persone conosciute nei locali pubblici […]. Questa è la ragione per cui la sua nota opera “Prove inconfutabili della religione cristiana” cela qua e là i germi di pericolose eresie».
Ma O’Brien si burla pure della figura dell’autore che, come già accennato, viene sottoposta al giudizio delle sue stesse creazioni. I figli, dunque, si ribellano al proprio padre e il padre non è altro che quella narrativa provinciale che esaltava un’immagine stucchevole e stereotipata dell’Irlanda, che O’Brien satireggerà in «An Béal Bocht» («La miseria in bocca»). Ma questa sorta di «J’accuse» ideale si scaglia anche contro l’iperrealismo modernista di James Joyce. Non è difficile, infatti, scorgere in «At Swim-Two-Birds» una parodia del «Ritratto dell’artista da giovane» di Joyce e nel pigro studente dublinese una caricatura di Stephen Dedalus. E che dire dei reati contestati a Trellis (plagio letterario e comportamento lussurioso)? Sono gli stessi contestati a Leopold Bloom quando, nell’«Ulisse», in una delle tante fantasie allucinatorie di Circe, è costretto a sedere sul banco degli imputati. Insomma, «Una pinta d’inchiostro irlandese» è un vero e proprio «antiromanzo», che utilizza la tradizione come trampolino di lancio verso esiti postmoderni innovativi.
A ricordarcelo, la figura del matto Sweeny che, ripresa dal racconto medievale «Buile Shuibhne», dà il titolo al libro (dato che «At Swim-Two-Birds» non è altro che la forma anglicizzata di «Snàm-dà-én»: uno dei posti in cui Sweeny giunge durante il suo eterno vagabondare). Egli, che nelle pagine conclusive si trova «appollaiato tra la terra e il cielo», ovvero in una condizione «di soglia», ci parla forse di un passato letterario che fa fatica a evolversi oppure, al contrario, sul punto di librarsi in volo grazie a nuove ali. Chissà. Quel che è certo, è che Flann O’Brien quel passato si è divertito a decostruirlo, sezionarlo e riassemblarlo. E alla fine, come il migliore degli alchimisti, è riuscito a trasformarlo in un’opera straordinaria.
Tutte le citazioni sono tratte da: Flann O’Brien, «Una pinta d’inchiostro irlandese», Adelphi Edizioni, Milano, 2007
