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Quando Lawrence Ferlinghetti venne a Bergamo per farsi intervistare da Fernanda Pivano

Articolo. Nel 2002 per “Notti di luce”, un anno dopo l’11 settembre, il grande poeta americano arrivò in città per partecipare ad una performance con Enrico Rava alla tromba e al flicorno sul suo testo “Blind Poet”. Per ricordare quel momento riprendiamo il pezzo che Giulio Brotti dedicò all’incontro fra i due

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Fernanda Pivano e Lawrence Ferlinghetti

Un poeta americano, Lawrence Ferlinghetti, icona vivente del movimento della Beat generation, da mezzo secolo instancabile contestatore dell’establishment del suo Paese.

Una traduttrice e giornalista italiana, Fernanda Pivano, testimone da più di sessant’anni delle vicende culturali al di qua e soprattutto al di là dell’Oceano Atlantico. Un pubblico numeroso e “devoto” li ha ascoltati dialogare, ieri pomeriggio, in piazza Dante, in un incontro della Rassegna “Notti di luce 2002”. Hanno parlato dell’utilità, oggi, della poesia, hanno ricordato i protagonisti della cultura underground degli anni Sessanta, hanno espresso sentimenti diversi sul primo, imminente anniversario dell’”attacco all’America”, come titolarono molti giornali l’indomani dell’11 settembre 2001.

Fernanda Pivano, in quel giorno, si sentì “perdente e sconfitta”: “Ho lavorato per 70 anni scrivendo in onore e in amore della non violenza – si legge nella pagina iniziale del suo sito internet – e vedo il pianeta cosparso di sangue. Mentre Ferlinghetti, fedele alla sua linea “anarcopacifista”, ha ribadito la tesi per cui il terrorismo avrebbe consegnato nelle mani di George Bush “un potere illimitato. Con l’assorbimento di fatto dei parlamentari democratici nel partito repubblicano. Qualunque membro del Congresso tentasse oggi di opporsi alla politica estera dell’esecutivo, sarebbe automaticamente considerato nemico del suo Paese. Così l’impero americano, oggi, mantiene la sua egemonia sul mondo, a danno degli Stati più poveri. Si è realizzato ciò che Ignazio Silone aveva profetizzato in ‘La scuola dei dittatori’: l’avvento di un regime totalitario attraverso gli strumenti formali di una democrazia”.

Unfinished Flag on the U.S., un dipinto di Ferlinghetti nel 1998

Giudizi senza mezze tinte, come si vede, in bocca a uno scrittore sempre fedele a se stesso, che già nel 1958 aveva richiesto l’impeachment dell’allora presidente Eisenhower, per poi rinominare Richard Nixon, negli anni della guerra in Vietnam, Tyrannus Nix. La Pivano ha riportato il discorso sulla generazione di scrittori che lei più ha amato, chiedendo a Ferlinghetti un ricordo personale degli amici che gravitavano attorno alla sua casa editrice City Lights, a San Francisco.

“Non ho mai pensato alla mia carriera di editore come un business ha spiegato il poeta –: la scelta di pubblicare i primi tascabili economici di poesia aveva uno scopo politico. Suscitammo subito scandalo, quando nel 1956 uscì ‘Howl’ (‘Urlo’) del mio amico Allen Ginsberg: finimmo sotto processo, con l’accusa di aver dato alle stampe un libro osceno. Un gran numero di scrittori e intellettuali si mobilitò per noi, in nome della libertà di stampa, e grazie a loro, ad esempio a diversi docenti di San Francisco, alla fine venimmo assolti. Non è difficile capire le ragioni della censura: ciò che Ginsberg attaccava con le sue poesie era il consumismo allora dilagante in America. Mi chiedo che cosa direbbe, se fosse ancora in vita ai nostri giorni, di fronte all’espansione inarrestabile dello stile di vita americano in tutto il mondo benestante, a ciò che va sotto il nome di globalizzazione”.

Ferlinghetti dinanzi alla sua City Lights

Ma il discorso tocca anche il più famoso e sfortunato tra gli autori di quella cerchia, Jack Kerouac, con accenti inediti: “Nel suo romanzo ‘Big Sur’, Jack mi descrisse nelle vesti di Lorenzo Monsanto, un amico che cerca di aiutare il protagonista ad uscire dal tunnel dell’alcool. In effetti, ebbi modo di assistere all’uscita di scena di Kerouac, al suo sprofondamento nella follia. Ricordo il suo trasporto romantico per il Messico, visto, sulla scia di D. H. Lawrence, come una ‘terra di poeti’, incorrotta. Ma ricordo, soprattutto, che Jack desiderava essere amato, sposarsi in qualsiasi modo, e che la sua angoscia era accresciuta dal timore che proprio per il suo precario stato psichico non avrebbe mai potuto essere scelto come marito da una donna.

Un’ultima questione: che cosa resta della passione collettiva di quegli anni? “Gli ideali della beat generation sono ancora attuali, in mondo sempre più macchinizzato e artificiale. Ricordo che negli anni Sessanta per noi contestatori valeva come slogan il titolo di un libro, che diceva: ‘Sii qui ora’. Mentre oggi il bombardamento televisivo, i fax, la proliferazione dei telefoni cellulari sembrano imporci di “essere altrove, in ogni momento. Contro tutto questo io rivendico le ragioni di una poesia militante, di strada”.

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