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Un giallo filosofico su fragilità e libertà: Telmo Pievani e il suo “Finitudine”

Articolo. Il filosofo ed evoluzionista immagina un dialogo tra Albert Camus e Jaques Monod per provare a superare l’angoscia della nostra mortalità, tra scienza e filosofia. Lo presenterà domenica 18 luglio alle 20:30 in un incontro all’interno della Fiera dei Librai

Lettura 4 min.
(Illustrazione Pictrider)

Facciamo un gioco, what if. Cosa sarebbe successo se le cose fossero andate diversamente da come la realtà le ricorda, imboccando un’ucronica strada parallela che ci porta in un universo alternativo a quello in cui viviamo. Magari senza scomodare gli scenari geopolitici di ordine mondiale à la “Svastica sul Sole” di Philip K. Dick. Restiamo piuttosto nel piccolo, nel regno dell’ipotetico e del gioco letterario felice di rimanere all’interno del proprio recinto.

Poniamo che Albert Camus, umanista francese tra i più grandi letterati del Novecento, non sia morto il 4 gennaio 1960 in quel terribile (e sospetto) incidente d’auto. Immaginiamolo sopravvissuto alle ferite e ricoverato in un ospedale, dove riceve le visite dell’amico Jacques Monod, filosofo, biologo e genetista premio Nobel per la medicina nel 1965. Qui i due lavorano a un libro scritto a quattro mani, e ne stendono insieme i capitoli, rileggendoli e commentandoli in un dialogo serrato.

Questa la premessa alla base di “Finitudine”, il nuovo libro di Telmo Pievani. Il filosofo ed evoluzionista nativo di Gazzaniga è oggi ordinario presso l’Università degli Studi di Padova, dove dal 2018 ricopre la prima cattedra italiana di Filosofia delle Scienze Biologiche. Nelle pagine di “Finitudine” è anzitutto arduo discriminare tra realtà e immaginazione: se la circostanza contingente è una dichiarata finzione letteraria – visto che nella nostra realtà l’autore de “Lo Straniero” è morto in quell’incidente – l’amicizia tra Camus e Monod è fatto storico e accertato. Entrambi i protagonisti stavano inoltre lavorando a un libro rimasto incompiuto al momento della loro morte: rispettivamente “L’Ultimo Uomo” e “L’Uomo e il Tempo”. Il libro immaginario al centro di “Finitudine” è quindi pensato come l’ipotetica unione di queste due opere distinte, e rappresenta una sorta di summa sincretica del pensiero dei due autori.

Se i confini tra realtà e finzione sono labili e volutamente sfumati, ancora più incerta è la collocazione letteraria di questo nuovo Pievani. Giallo filosofico, saggio esistenziale, opera teatrale – spesso i dialoghi tra Camus e Monod sembrano echeggiare pièce come “Sunset Limited” di Cormac McCarthy – oppure trattato scientifico. Dispute anche molto dense di tecnicismi su DNA e biologia molecolare si susseguono a momenti Amarcord sulla Resistenza, carrelli sulla storia dell’evoluzionismo si danno il cambio con digressioni filosofiche e critiche al marxismo. Tutto coesiste fluidamente, con le suture tra le varie anime che restano molto evidenti ma non per questo stridono tra loro. L’impressione a lettura conclusa è comunque di una sottile ma riuscita armonia, e di un’anima di fondo che per quanto ibrida e contaminata, resta sempre e comunque chiaramente identificabile.

La stella cometa ben salda a guidare tutta questa trasversale riflessione è Lucrezio con il suo “De Rerum Natura”, di cui sono riportati numerosi passi che spesso dialogano in prima persona con le visioni dei due protagonisti. In questa dialettica costante, anche le tematiche affrontate sono tantissime. Il fulcro del libro (sia quello che abbiamo tra le mani, sia quello fittizio protagonista) è il concetto – appunto – di finitudine: intesa come mortalità, o meglio, come finitezza della nostra singola individualità, e dell’agognato superamento dell’angoscia che la consapevolezza di questo inevitabile termine ci porta. Così una per una vengono esaminate le possibili – e, scopriremo, velleitarie – soluzioni per sconfiggere questa finitudine: tecnica, progresso e genetica. Eppure, nessuno di questi ambiti sembra offrire appigli validi.

(Foto Rosario Caiazzo)

Ecco quindi che si presenta l’aria da giallo filosofico che dicevamo: con rigore espositivo cristallino, Pievani procede con la risolutezza di un bulldozer argomentativo setacciando ed escludendo ogni elemento di questo elenco puntato con metodo e nitore espositivo. Sembra di assistere alla ricerca di un colpevole – che in questo caso sarebbe invece La Soluzione – perennemente frustrata dall’insuccesso. Clonazione, archivi digitali, criogenia, escapismo extra-planetario, ideologie e riproduzione: la serenità per l’Uomo sembra introvabile tanto nelle suggestioni fantascientifiche quanto nella Storia e nelle recenti scoperte della genetica. Ed è a questo punto che potrebbe annidarsi la tentazione nichilista. Se tutto finisce, nulla dura e niente resta, allora niente è davvero degno di essere vissuto e sembra che “ogni scelta di vita, anche la più orribile, sia indifferente”. E invece.

Quello che emerge nella parte conclusiva dell’argomentazione è, per dirla con Houellebecq (un altro che di nichilismo spicciolo ne sa qualcosa), “La Possibilità di un’Isola” (ne abbiamo parlato di recente). Proprio la consapevolezza della nostra finitudine può essere la molla che ci consente di raggiungere la serenità esistenziale. Non con un distaccato epicureismo nutrito a pane e atarassia, e nemmeno un facile cinismo. La chiave non è staccarsi dalle cose e vivere ritirati, ma abbuffarsi di solidarietà e pienezza, volontà di rivolta e capacità di esercitare la propria libertà. Come? E che giallo sarebbe se vi svelassimo il colpevole?

In tutto questo, la straordinaria attualità di questo libro sta anche – se non soprattutto – nel suo porsi (indirettamente e senza mai uscire dalla finzione letteraria su cui si fonda) come risposta filosofica compiuta alla pandemia da Covid-19. Se i riferimenti tra Camus e Monod sono alla peste spagnola, è evidente come le fragilità portate alla luce e le problematiche sollevate siano immediatamente riferibili alla situazione mondiale dell’ultimo anno e mezzo. “La peste è sempre nuova”: così Pievani ci ricorda come l’epidemia mondiale sia in realtà un film già visto e rivisto nella Storia dell’umanità, solo che non abbiamo mai davvero imparato niente.

“La peste si ammette solo quando è troppo tardi”; allora l’incredulità iniziale, il panico, i medici in trincea, gli esperti a pontificare e le persone a morire, le soluzioni offerte dalla scienza e infine, a tempesta (quasi) passata, l’oblio che torna a lenire le ferite: tutto dovrebbe avere l’aria di un deja-vu , ma così non è. Si poteva prevedere, perché “più siamo sociali, globalizzati e diffusi, più la peste nelle sue varie forme ci colpirà nuovamente e duramente”. Occorre allora “chiederci se abbiamo fatto abbastanza per prepararci alla circostanza, in modo da farci trovare pronti la prossima volta”. E se nemmeno stavolta saremo in grado di imparare, allora l’etica dovrà (e deve) essere il nostro punto fermo. “Abbiamo il dovere di lottare affinché tutti godano di una vita piena, proprio perché quella vita è l’unica possibilità che hanno”. E che abbiamo.

Finitudine”, insieme a “Viaggio nell’Italia dell’Antropocene” (di cui abbiamo parlato qui) sarà presentato domenica 18 luglio alla Fiera dei Librai (ore 20.30, ingresso gratuito). L’autore dialogherà con il giornalista di L’Eco di Bergamo Carlo Dignola. A questo link è possibile prenotarsi all’evento.

Sito Fiera dei Librai

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