«L una di miele» è l’album scritto e composto a quattro mani da Maria Antonietta e Colombre (all’anagrafe rispettivamente Letizia Cesarini e Giuseppe Imparato), compagni nella vita da quindici anni e con più di dieci anni di carriere soliste affermate nel mondo indipendente – e non solo. È un progetto attraversato da molte influenze – dal pop al funky passando per il jazz – ed è interamente dedicato alla loro quotidianità di coppia, trattata con ironia e dolcezza. Li abbiamo intervistati per saperne di più su questa avventura insieme, che continua in un tour estivo che farà tappa a Bergamo il 28 agosto al «NXT Festival» (qui per i biglietti), sulla loro partecipazione a Sanremo e sul loro prossimo futuro.
ES: Pur essendo entrambi cantautori, avete due identità e stili diversi: come è nata l’idea di pubblicare un album insieme dopo quasi 15 anni? È stata un’esigenza artistica del momento o un’idea che avevate da tempo?
GI: secondo me, è stata un’evoluzione naturale degli anni in cui ci siamo sfiorati nei nostri dischi. Era arrivato il momento in cui era bello celebrare tutto questo e mettersi in gioco scrivendo un disco a quattro mani. È stato divertente anche perché, lavorando con qualcun altro, puoi sperimentare delle cose che magari nel tuo percorso singolo non hai avuto modo di sperimentare, come il registro ironico che da soli avevamo toccato pochissimo. Inoltre, per una persona abbastanza introversa, come me, è stata una sorta di sfida scrivere canzoni così private: è qualcosa che ti mette in gioco, che ti fa crescere e che poi ti rende più ricco quando ritorni sulle tue. È nato tutto in maniera randomica, senza troppe sovrastrutture: abbiamo ritrovato un hard disk perduto con dentro delle bozze e abbiamo deciso di completarle. Avevamo voglia di fare qualcosa insieme.
LC: è stata una sfida di creatività. Sia io sia Giovanni abbiamo scritto un po’ di dischi e penso sia molto importante ogni tanto uscire dal tuo comfort ed esplorare dei registri differenti, per poi tornare alle tue cose in un modo più libero e in qualche misura diverso. Credo che, in qualsiasi mestiere, tu debba sempre rinnovare la tua freschezza, la tua voglia, la tua ricerca e condividere la composizione e la scrittura di un disco intero con un’altra persona che, per quanto conosci e ami, comunque non sei tu, ti porta fuori da te stesso. Mi è piaciuto molto.
EM: Quando scrivete insieme, lo fate come Maria Antonietta e Colombre che collaborano a quattro mani o come un vero e proprio duo, in qualche modo diverso da voi?
LC: Secondo me, scrivendo insieme, ti concedi delle libertà differenti. Paradossalmente si pensa, a torto, che quando si fa qualcosa con qualcun altro si debba rinunciare a dei pezzi di sé; in realtà, io mi sono permessa delle libertà che da sola non mi sarei presa, per esempio quella di essere ironica. Quindi sono per forza me stessa, perché non potrei che scrivere come me stessa per quanto mi sforzo, però posso sicuramente osare e sperimentare dei registri o delle soluzioni che sicuramente, se scrivessi da sola, non mi sarei permessa di fare. Mi sono sentita molto libera in questo disco.
GI: C’era anche la sfida di voler suonare in maniera un po’ diversa, più pop (parola gigante), nel senso che volevamo cambiare il suono e andare in territori che non avevo mai toccato. Non volevamo fare un disco che poteva sembrare un po’ un mio disco o un disco di Letizia, volevamo trovare una cifra musicale diversa per questa avventura. Ci siamo messi in gioco dal punto di vista dei testi, della musica e degli arrangiamenti, mantenendo però la stessa attitudine di sempre.
EM: L’amore è al centro dell’ultimo album, in tutte le sue sfumature. C’è mai stato un momento in cui vi siete detti: «No, questo è troppo privato, teniamolo fuori dalle canzoni»?
GI: No, era proprio questo il punto: mettersi completamente a nudo al limite della vergogna. Questo è l’atto artistico che ti fa fortificare: se sei molto timido, parlare di una cosa così privata è uno sforzo artistico che ti fa progredire artisticamente. Per questo, appena veniva fuori qualcosa che ci metteva in imbarazzo, l’abbiamo sempre scelto e messo nel disco, perché era proprio questo il focus di quello che volevamo fare.
EM: Il vostro primo Sanremo insieme è stato un successo, sia per i vostri fan storici sia per chi vi ha scoperto. È stata la prima volta che vi è venuta l’idea di andare insieme o avevate già pensato di andarci da solisti?
GI: No, io non ho avuto l’occasione o la canzone giusta. Per quanto riguarda « La felicità e basta », invece, è nata quando il disco era chiuso e, poi, i ragazzi della discografica, ci hanno chiesto di farla sentire a Carlo Conti, a cui è molto piaciuta, e da lì è successo tutto. Non è stata creata ad hoc.
LC: Io ci sono andata come ospite con Francesca Michielin e Levante. In generale, se fai musica in Italia, Sanremo ti riguarda sempre e non è solo un festival, ma un fenomeno culturale di costume. Non abbiamo mai avuto questo pallino esagerato per il Festival, ma reputo che sia stata una cosa fondamentale per la mia carriera e, secondo me, è accaduto proprio perché non gli davamo troppa importanza. È stato tutto randomico: non abbiamo scritto quella canzone per fare il Festival, non abbiamo fatto partire questo progetto per approdare a quel tipo di traguardo e anche di questo sono molto contenta.
EM: A differenza di molti altri artisti, parlate con molta tranquillità di Sanremo. Forse anche viverlo insieme con questa ironia ha tutto un altro valore.
GI: Certo, devi essere molto ironico, perché sai che stai andando in un castello gigantesco, ma devi essere consapevole di tutti i chilometri che hai fatto, dei tour, delle band, dei dischi arrangiati e prodotti, delle produzioni per altri, dei libri, eccetera. Devi viverlo come un’esperienza, non come l’esperienza: nell’economia della mia vita sarà una cosa bella che ho fatto come tante altre; forse è per questo che poi non mi stresso così tanto. Poi alla fine ognuno ci va con la sua attitudine, con la sua canzone. In fondo, hai semplicemente fatto sentire per la prima volta una canzone davanti a 10 milioni di persone, ma resta comunque una canzone: hai fatto quello che hai sempre fatto solamente in una scala più grande. Ovviamente, se pensi a tutto quello che stai per fare è difficilissimo, però non devi dimostrare o convincere nessuno: io sono così, noi siamo così, ti piace? Siamo felici, benvenuto a bordo. Se non ti piace non è un problema.
LC: Poi la vita va avanti, ci saranno tante altre avventure e ce ne sono state tante altre. Bisogna ridimensionare le cose, non per svilirle, ma per metterle in scala nell’economia di una vita intera, anche perché il lavoro è una parte, non è la vita.
EM: A breve verrete a Bergamo: Città Alta, e non solo, è un paradiso di arte medievale. Per Letizia (laureata in Storia dell’arte e appassionata di Medioevo) è pane quotidiano, Giovanni è pronto ad essere sottoposto a una visita guidata prima del concerto?
GI: Io ci vado volentieri, ormai sono addicted. Sono più ignorante, ma devo dire che quando Letizia mi ha iniziato in questo percorso ho veramente assaporato dei sapori che non conoscevo e mi piace tantissimo. Poi sono stato sempre affascinato dalle abbazie e sono uno a cui piace andare nei posti un po’ strambi, anche se, quando ci siamo trovati, lei mi ha fatto scoprire tante altre cose che non conoscevo.
EM: E restando in tema, se doveste descrivere il vostro album o la vostra intesa artistica usando un’opera d’arte medievale o anche un concetto medievale, anche teologico – dal momento che Letizia ha studiato anche teologia –, quale scegliereste?
LC: Una domanda veramente incredibile che meriterebbe una risposta alta, ma cerco di farla molto breve. La religione, il cattolicesimo in particolare, è sempre percepito in maniera superficiale come la religione delle regole: la morale è la prima cosa che ti viene in mente. In realtà, secondo me, al centro del cristianesimo c’è un concetto più interessante e più potente, quello di libertà. Ad una lezione di teologia un prof. chiese: “se Dio avesse avuto a cuore così tanto le regole, perché avrebbe concesso alle creature la capacità di scegliere? Avrebbe costretto loro a fare quello che desiderava e, invece, ha messo al primo posto la libertà”. Il concetto teologico di libertà è quello che ho più a cuore, perché è solo nella libertà che tu esprimi chi sei, che fai le tue cose migliori ed è solo nella libertà che in qualche modo costruisci qualcosa di reale con gli altri. Quindi, spero e penso che nella nostra musica ci sia molta libertà, o almeno è quello che noi abbiamo sempre cercato di mantenere intatto: la nostra libertà di divertirsi, di giocare, di scrivere, di essere, di sbagliare, di essere anche ridicoli, magari, perché stai dicendo una cosa molto personale.
EM: Ultima domanda, in Italia abbiamo sicuramente molti esempi di duo nati da percorsi solisti che poi sono continuati in parallelo. Voi invece come vi vedete?
GI: Come ti dicevamo è una tappa del nostro percorso nata dalla voglia di fare qualcosa insieme e quindi, come tutte le cose, inizia e finisce. Ed è giusto così, perché anche per il nostro rapporto è importante che ognuno mantenga la propria autonomia. Non ci piace pensare che diventeremmo il duo di cui tutta l’Italia aveva bisogno: abbiamo fatto questa cosa a testa alta, rimanendo noi stessi, divertendoci e arricchendoci, ora manteniamo la bellezza intatta. Mi viene sempre in mente l’immagine storica di Cassius Clay che colpisce Foreman: la caduta era talmente perfetta, così maestosa, che se Muhammad Ali avesse dato un altro pugno avrebbe rovinato quel momento, quell’estetica, quella foto e tutto. Saper lasciare le cose al momento giusto rende una cosa intoccabile e immortale. Allo stesso modo, mi piace pensare che noi abbiamo raggiunto questo: un bel disco, un bel tour, addirittura Sanremo – che forse ci siamo anche meritati, visto che sono 15 anni che scriviamo canzoni di nostro pugno, con la nostra attitudine, con i nostri errori, con i nostri modi di essere, con le nostre libertà. Ma lasciare le cose al momento giusto è fondamentale perché altrimenti ti appesantisci e ti carichi di aspettative non richieste. E, poi, anche il nostro rapporto secondo me ne nuocerebbe, perché abbiamo bisogno della nostra autonomia, di essere noi nelle nostra singolarità per poi unirci al momento giusto. Ci piace anche pensare che abbiamo fatto Sanremo, il disco insieme, adesso faremo i nostri dischi solisti – dove magari c’è una canzone scritta insieme – e, poi, magari fra 5 anni se avremo qualcosa ancora da dire, potremmo fare un altro disco insieme. È sempre bello sfiorarsi ancora senza appesantirsi.
Tutte le foto sono state concesse dagli artisti
