Ci sono film che si guardano seduti in una sala buia e altri che, forse, chiedono qualcosa di più. Non di più, di diverso. Di raggiungere un rifugio dopo tre ore di cammino, per esempio. Oppure di passare una serata nella stalla di un’azienda agricola. O ancora di sedersi sotto gli alberi di un orto botanico, con il paesaggio che non fa soltanto da sfondo, ma diventa parte dell’esperienza. È anche da qui che passa il senso de «Il Grande Sentiero», la rassegna itinerante organizzata da Laboratorio80 che dal 20 agosto al 6 settembre festeggia la sua diciottesima edizione. Più di quaranta appuntamenti tra film, incontri, presentazioni di libri, laboratori, spettacoli e momenti conviviali, distribuiti tra Bergamo e le valli: da «Esterno Notte» all’Orto Botanico di Astino, da Cornello dei Tasso ai rifugi Longo e Falc, dalla Val Taleggio a Gromo, fino alla Malga Lunga.
La montagna resta nel nome e nel Dna della rassegna, ma nel corso degli anni lo sguardo si è allargato. «All’inizio c’era un’attenzione maggiore al tema dell’alpinismo e delle imprese sportive – racconta Sergio Visinoni, referente della rassegna – C’è ancora, ma “Il Grande Sentiero” si è arricchito di altri temi: il rapporto dell’uomo con la natura, l’attualità e tutto quello che il cinema ci permette di osservare ». È una trasformazione che racconta anche il cambiamento del rapporto con la montagna e con l’ambiente. Temi che qualche anno fa potevano sembrare lontani oggi entrano nella quotidianità: il cambiamento climatico, il rapporto con la fauna selvatica, il modo in cui abitiamo e trasformiamo i territori. «Fino a quattro o cinque anni fa facevamo film sul rapporto conflittuale tra uomo e natura, per esempio quello con i lupi, come qualcosa di lontano. Adesso è anche nelle nostre valli e ci chiama a fare dei ragionamenti».
I venti film selezionati nel programma di quest’anno raccontano biodiversità, agricoltura, cambiamento climatico, esplorazione, lavoro, memoria e vita in montagna, ma non lo fanno mettendo semplicemente la natura al centro dell’inquadratura. Oltre alla natura, ci sono le persone che la osservano, che la coltivano, che ci lavorano, che scelgono di abitarla in modo radicale. Persone che cercano di restituirle spazio e altre che, invece, la attraversano fino ai suoi limiti. Il paesaggio diventa così qualcosa di vivo, attraversato da conflitti, scelte e conseguenze. «Quando c’è, al di là dei temi, uno sguardo che va oltre, che cerca qualcosa di più, che approfondisce, quello è un film da “Grande Sentiero”. La ricetta del film perfetto non c’è, ma quando lo guardi capisci», spiega Visinoni.
E soprattutto non c’è, da parte della rassegna, la volontà di consegnare al pubblico una risposta già confezionata. « I titoli scelti non dicono sì o no, ma aprono domande e interrogano anche lo spettatore. Lo fanno riflettere, smontano le sue convinzioni. Noi abbiamo le nostre idee, e ci piace che chi guarda si faccia la propria». Tra quelli proposti, sono quattro i titoli che guardano a questo rapporto tra uomo e natura e lo fanno senza risposte già definite.
« Colostrum »: sensibilità diverse possono convivere?
Il primo porta direttamente dentro un’azienda agricola della Val Taleggio. Venerdì 21 agosto, a Reggetto di Vedeseta, «Colostrum» di Vincent Gaullier e Maxime Lacoste sarà proiettato presso la società Agricola Locatelli Guglielmo, in una serata che comincerà con una degustazione curata dal Consorzio per la tutela dello Strachítunt Dop. È difficile immaginare una location più coerente con il film: «Colostrum» racconta infatti un allevatore svizzero alle prese con la gestione dell’azienda di famiglia e con una fase delicata della propria vita.
Il rapporto con l’ambiente passa quindi attraverso il lavoro quotidiano, gli animali, l’economia e le relazioni che tengono insieme una comunità. Riassume Visinoni: «È un film che parla dell’incontro tra sensibilità diverse. Guardarlo in un luogo in cui l’eco del film e dei luoghi in cui è ambientato risuona davanti agli occhi degli spettatori, ne siamo sicuri, darà tutta un’altra prospettiva».
« Wilding »: cosa succede quando lasciamo spazio al selvaggio?
La seconda tappa porta invece all’Orto Botanico di Bergamo, in Città Alta, dove domenica 23 agosto sarà proiettato «Wilding» di David Allen. Qui il rapporto tra persone e ambiente si fa più ambiguo. Il film racconta la trasformazione di una grande tenuta agricola inglese in un progetto di rinaturalizzazione: l’idea è lasciare che il territorio torni progressivamente selvaggio, restituendo spazio alla biodiversità. Ma quello che potrebbe sembrare un semplice ritorno alla natura si rivela molto più complesso.
«È un tema che stiamo vedendo negli ultimi anni, ed è abbastanza originale», osserva Visinoni. Perché lasciare spazio al selvaggio significa anche confrontarsi con le conseguenze di quella scelta: animali selvatici, specie vegetali invasive, rapporti con chi vive nei territori circostanti. La domanda, allora, diventa: che cosa succede quando proviamo a cambiare il nostro ruolo dentro un ecosistema? Ai posteri (spettatori) l’ardua sentenza.
«La valle scalza»: quanto può diventare intimo il nostro rapporto con un luogo?
Con «La valle scalza», di Carlo Prevosti e Alberto Maroni Biroldi, il discorso si sposta sulle montagne bergamasche e assume una dimensione più personale. Il film, in programma sabato 5 settembre alla Baita Case Rosse Gac di Vilminore di Scalve, racconta la scelta di Gianfry, che per quasi vent’anni ha vissuto in solitudine in uno degli angoli più selvaggi delle montagne bergamasche. Un luogo, la Valgranda, dove non arrivano strade e che si raggiunge a piedi: una storia di isolamento che diventa anche una riflessione sul modo in cui una persona può scegliere di abitare un ambiente.
«È una storia originale. Parla del rapporto intimo che ognuno ha con la natura quando ci entra, che è un rapporto unico e non si ripete uguale tra due persone diverse», dice Visinoni. Anche in questo caso la location non è un semplice dettaglio logistico. La proiezione sarà proposta alle 21 anche a CULT! Sala dell’Orologio di Bergamo, ma poterla vedere in una delle località montane della rassegna significa aggiungere un livello all’esperienza: il territorio raccontato dal film è, almeno in parte, quello che si sta attraversando per arrivare alla proiezione.
« Everest Dark »: cosa dice dell’uomo la sua impresa sportiva?
L’ultima proiezione selezionata riporta «Il Grande Sentiero» verso uno dei suoi temi originari: l’alpinismo. Ma anche qui da una prospettiva diversa rispetto a quella delle prime edizioni. L’Everest, nel cinema di montagna, è spesso il simbolo dell’impresa, della conquista, del limite superato. La rassegna sceglie invece di guardare anche alle contraddizioni che quel mito porta con sé: l’impatto dell’alpinismo contemporaneo, l’affollamento delle montagne più celebri, il rapporto tra desiderio di conquista e fragilità degli ambienti estremi.
«Everest Dark» di Jereme Watt, in calendario domenica 30 agosto a «Esterno Notte», segue una squadra di sherpa impegnata nel recupero dei corpi degli alpinisti morti nella cosiddetta «zona della morte», attraverso lo sguardo spirituale della guida Mingma Tsiri Sherpa. La montagna estrema diventa il luogo in cui convivono ambizione, rischio, morte, lavoro e spiritualità.
Dal cinema alle storie
Il programma, però, non si esaurisce qui. Attorno alle proiezioni si sviluppa una rete di incontri e attività che amplia i temi affrontati sullo schermo. Ci sarà Giorgio Volpi, chimico e divulgatore scientifico, con «Non siamo gli unici. L’arte segreta della natura», dedicato alle forme di creatività, tecnica e intelligenza presenti nel regno animale. Ci sarà lo scrittore Raffaele Avagliano, che parlerà di spreco alimentare, eccedenze e disuguaglianze a partire dal suo libro «Nostra eccedenza».
A Cornello dei Tasso, la proiezione di «Misero Soffio Misera Carne» di Stefano P. Testa sarà accompagnata da un’introduzione storica e da un reading dedicato alla peste del 1630. E alla Malga Lunga, tra cinema e memoria della Resistenza, un laboratorio inviterà bambini e ragazzi a creare nuove immagini a partire dai materiali d’archivio. Ci sarà poi una proposta che negli ultimi anni sta diventando sempre più importante: «Fiabe tra le foglie», in programma giovedì 27 agosto all’Orto Botanico di Astino. Alberi illuminati, schermi sospesi tra il verde e cortometraggi d’animazione provenienti da diversi Paesi costruiranno una sorta di bosco incantato per gli spettatori più piccoli.
«I linguaggi sono adatti all’età, ma i temi sono gli stessi», sottolinea Visinoni. Rispetto, habitat, curiosità e immaginazione entrano così nel programma senza essere trasformati in una lezione. È anche un modo per guardare al futuro della rassegna: «È uno sguardo al nuovo pubblico».
Uscire con qualche dubbio in più
Forse, alla fine, il modo migliore per raccontare «Il Grande Sentiero» è proprio attraverso ciò che non vuole fare. Non vuole dire allo spettatore che cosa pensare della natura, della montagna, dell’alpinismo o del rapporto tra uomo e ambiente. Piuttosto, mette in fila storie diverse e le porta in luoghi che possono farle risuonare in modo diverso. L’auspicio di Visinoni è semplice e, allo stesso tempo, ambizioso: «Uscire con più dubbi di quelli che si avevano prima, su argomenti che si davano per scontati. Aprire interrogativi, non lasciare indifferenti». È forse questa la vera traiettoria della rassegna dopo diciotto anni: dall’impresa al paesaggio, dalla montagna al territorio, dal film all’esperienza. Un invito a guardare ciò che ci circonda con occhi un po’ meno abituati e, possibilmente, a tornare a casa con qualche certezza in meno.
- «Il Grande Sentiero» torna tra Bergamo e le valli con 40 appuntamenti
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- Dal cinema alle storie
- Uscire con qualche dubbio in più
