Il Festival di Sanremo per me è cominciato in treno, seduta accanto a una collega che ho scoperto essere la conduttrice di «Medicina 33». Ci siamo presentate con la naturalezza di chi condivide qualche ora di viaggio e la stessa destinazione. «Vado a Sanremo perché sono una giornalista», ci diciamo entrambe. Le chiedo per quale testata. Lei ricambia la domanda. «Eppen», rispondo. «Io per la Rai». «Ah, proprio per la Rai?», mi scappa, con quella punta di stupore che tradisce l’idea che la Rai sia più un’istituzione che un datore di lavoro. Lei sorride, intercetta la mia ingenuità e con una tenerezza disarmante mi dice «sì, proprio lei».
La città di Sanremo
Arrivo a Sanremo nel pomeriggio, trascinando valigia e aspettative, e scopro che l’appartamento che ho affittato si trova nella parte vecchia della città, quella arroccata che di giorno sembra una cartolina e di notte diventa una prova di resistenza fisica. Per raggiungerla bisogna salire 1.898 gradini, un numero fittizio che mi rimbomba nella testa. Al termine della salita mi sarei aspettata un premio, invece una volta arrivata in cima ho scoperto che la rete non prende, il telefono diventa un oggetto decorativo, il che potrebbe non essere un male dopo quasi diciotto ore di camminate, interviste, live, conferenze, dirette.
Dopo la prima serata finita quasi alle due di notte non sono rientrata, ho preferito rifugiarmi in un bar ancora illuminato per scrivere, perché lassù l’isolamento è totale e Sanremo, paradossalmente, ti isola proprio mentre ti mette al centro del più grande evento mediatico italiano. L’atmosfera è difficile da spiegare, ma è come se per noi giornalisti la realtà restasse sospesa, congelata, mentre tutto viene assorbito dal Festival, che non è solo il palco del Teatro Ariston, ma un organismo diffuso che vive di eventi paralleli, stanze affollate, microfoni secondari e palchi collaterali.
C’è «Casa Sanremo», l’area hospitality ufficiale nata nel 2008 per creare un hub dove giornalisti, artisti, produttori e addetti ai lavori possano incontrarsi, fare interviste, stringere mani, intessere relazioni e trasformare la settimana sanremese in un gigantesco laboratorio permanente di comunicazione. Una sorta di backstage esteso che amplifica il Festival ben oltre la gara. Poi c’è «Casa Vessicchio», voluta dalla famiglia del maestro Beppe Vessicchio, oggi luogo di memoria e incontro, oltre a realtà più piccole come «Casa Bontempi» e «Superluna», spazi organizzati dalle agenzie per dare visibilità ai propri artisti. E poi c’è «Sanromolo», il format che prende il nome da una frazione di Sanremo, ideato insieme ai colleghi per offrire risonanza agli emergenti che, pur non partecipando alla gara ufficiale, scelgono comunque di fare un salto in città nella settimana più calda dell’anno per far ascoltare la propria musica.
La sala stampa, in cui abbiamo anche potuto votare, è piena di gadget diversi ogni giorno e di commenti a mezza voce, battute fuori luogo e dissing tra colleghi: è un social network in carne e ossa dove si applaude, si ironizza, si stronca, si fiuta l’aria per tramutarla in un titolo.
Trenta canzoni, un’ovazione e molto rumore di fondo
Sul palco del Festival l’apparizione di Pippo Baudo che introduce Laura Pausini è un passaggio simbolico commovente per il filone nostalgia. Pausini, dal canto suo divide, è nazionalpopolare nel senso più pieno del termine, amata e detestata con la stessa intensità, convince per quella genuinità che si traduce in un accento romagnolo mai smussato nonostante una carriera mondiale e stanca perché, nel voler interpretare la caricatura di una donna che non ha mai dimenticato le sue origini, finisce per risultare stucchevole. Quando scherza con la battuta «facciamo una pausini» per annunciare la reclame, una collega accanto a me sussurra che era talmente brutta da poterla fare anche lei; ridiamo tutti e forse nessuno capisce che Laura ci ha fatto abboccare con mestiere nella sua trappola.
Non lo si può negare, è tornato a essere il Festival della canzone, quasi solo della canzone: trenta brani uno dietro l’altro fino a notte fonda, una maratona che sarebbe impegnativa anche per gli Oasis, figurarsi per una gara di inediti. Meno varietà, più musica, ed è un bene, ma resta aperta la domanda su cosa stiamo premiando davvero: la scrittura o il personaggio? Ditonellapiaga, nella sua «Che fastidio!» che adoro, canta di tronisti travestiti da artisti. Non è un’immagine lontana dalla realtà: tra i vicoli ho incrociato diversi volti provenienti da Temptation Island e affini, creators, youtuber, influencer, segno che il confine tra musica, rete e televisione generalista è sempre più labile.
L’ovazione più potente della sala stampa, però, è stata per Vessicchio, omaggiato dopo la sua scomparsa: un applauso lungo, compatto, quasi liberatorio, il tributo a un uomo di musica prima che a un volto televisivo. Diverso il momento dell’ospitata nostalgico-promozionale del padre artistico di SandoKan, cioè Kabir Bedi, richiamato per celebrare l’immaginario legato a Sandokan e indirettamente il fascino del conduttore della prima serata Can Yaman, amatissimo dalle over 40 e non solo. Operazione studiata per accendere la memoria collettiva, diventata però un momento di trash involontario, con Kabir che ripete in modo sconnesso e un effetto straniante quasi che il suo copione sembrava scritto da ChatGpt.
Promossi e bocciati
Tra le esibizioni mi ha colpito Fulminacci, finalmente una ventata di freschezza generazionale senza bisogno di tragedie confezionate. Immagino che pubblico e colleghi finiranno per premiare Fedez e Marco Masini, perché il primo intercetta ancora il circuito mediatico e il secondo rappresenta quella continuità rassicurante che qui paga sempre.
Ovazione della sala stampa anche per Serena Brancale, forte di una performance vocale solida a netto di un testo banale, a mio avviso. Applausi e cori anche per Sal Da Vinci, la cui canzone finirà per diventare la colonna sonora de «Il castello delle cerimonie» ma il cui entusiasmo travolgente ha convinto anche me. Gli ho dato 10 ma a mia discolpa era l’una di notte.
Il passaggio di Tiziano Ferro, con un medley dei suoi più grandi successi cantato a memoria dalla sala stampa e un singolo nuovo accolto da un silenzio rispettoso ma freddo, apre una questione più ampia: non basta dire che i dischi non li compra più nessuno, forse bisogna chiedersi perché il pubblico si aggrappa ai brani del passato e fatica a riconoscersi nei nuovi, se sia un problema di testi, di produzione o di distanza emotiva. Carlo Conti ha fatto Carlo Conti, equilibrio e mestiere, mentre Raf mi ha fatto pensare che certi ritorni andrebbero ponderati: da «Ora e per sempre» a «Ora e mai più» è un attimo, con tutto l’affetto possibile per i suoi 66 anni. Incredibile ma vero.
Sono solo al secondo giorno e ne mancano ancora quattro. Mentre finisco di scrivere è mattina presto, avrò dormito tre ore. Un signore accanto a me fa colazione inzuppando la focaccia nel cappuccino con una naturalezza che qui non scandalizza nessuno, e penso che Sanremo sia tutta in questa immagine: un luogo dove l’eccezionale e il quotidiano convivono senza imbarazzo, dove si sale ogni notte una scala infinita per raccontare un Paese che, tra nostalgia e tentativi di rinnovamento, continua a specchiarsi nelle sue canzoni.
Tutte le foto sono di Carmen Pupo
