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Il «Teenage Dream» arriva a Bergamo e la nostalgia degli anni Duemila diventa una festa

Articolo. Domani sera, 5 settembre, il format approda al «Nxt Festival». Nato nel 2023 a Livorno, ha già superato le 300 date portando in scena le colonne sonore degli anni Duemila e Dieci, tra DJ set, karaoke e performance collettive

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La nostalgia è un sentimento che ha una caratteristica particolare: non ci restituisce semplicemente ciò che abbiamo perduto, ma modifica il modo in cui guardiamo ciò che siamo diventati. Una canzone può fare da passaggio segreto tra due età della vita, riportando in superficie non soltanto un luogo, una persona o un’estate, ma una versione di noi stessi che avevamo messo da parte, accantonato insieme ai peluches, nell’armadio. È probabilmente questo uno dei motivi per cui le canzoni degli anni Duemila continuano a esercitare un potere così singolare su chi oggi ha venticinque, trenta o poco più anni. Non sono soltanto brani riconoscibili: sono frammenti di un’esperienza condivisa, appartenenti a un periodo nel quale la musica, la televisione, le serie e l’immaginario pop contribuivano a costruire riferimenti comuni.

«È iniziato tutto in maniera molto amatoriale, senza nessun tipo di aspettativa», raccontano Valentina Savi ideatrice e Art director del format: e Riccardo Trocar, tour manager «Il Cage di Livorno ci ha dato la possibilità di testare questo format e questa festa, ed è andata bene fin da subito. Ci siamo accorti che c’era una voglia molto forte di tornare a quegli anni, di riascoltare la musica dei primi anni Duemila, che in quel periodo non veniva proposta nei locali e nelle feste in generale. Abbiamo capito che esisteva un pubblico molto vasto che aspettava, evidentemente, un’offerta del genere». Le prime serate al Cage sono diventate così il laboratorio di un fenomeno che i social hanno contribuito ad amplificare rapidamente. I video hanno iniziato a circolare, la risposta del pubblico ha superato le aspettative iniziali e quello che era nato come un esperimento locale ha cominciato a viaggiare per l’Italia.

La scelta del repertorio, però, non è casuale. Quelle canzoni appartengono a un periodo nel quale la cultura pop riusciva ancora a produrre una sorta di grammatica comune: si guardavano le stesse serie, si ascoltavano gli stessi artisti, si riconoscevano gli stessi ritornelli. Oggi l’accesso alla musica è infinitamente più ampio, ma anche molto più personalizzato. Gli algoritmi conoscono i nostri gusti e costruiscono esperienze sempre più individuali. «Sono canzoni molto pop e quindi accessibili a tutti», spiega Valentina. «Hanno fatto parte di un immaginario collettivo che in quegli anni era molto sentito, soprattutto dagli adolescenti». Il punto, tuttavia, non è soltanto ciò che viene ascoltato, ma ciò che accade quando lo si ascolta insieme. Il «Teenage Dream» costruisce deliberatamente una situazione nella quale la distanza fra palco e platea tende a scomparire. Non c’è un pubblico chiamato semplicemente ad assistere: c’è una comunità temporanea chiamata a partecipare.

Quando l’intrattenimento smette di essere qualcosa da guardare e diventa qualcosa da vivere, cambia anche il modo in cui le persone si comportano. Cantare da soli davanti allo specchio può sembrare persino ridicolo. Farlo insieme a centinaia di altre persone cambia completamente la percezione di quel gesto. Quello che, da soli, ci farebbe sentire fuori posto, in mezzo agli altri diventa normale, condiviso e, soprattutto, liberatorio. «Un aspetto fondamentale della serata è che non c’è distanza tra chi sta sul palco e chi ascolta. Tutti si sentono parte dello spettacolo, dello show, dell’evento. Questo è sicuramente uno dei nostri punti di forza», prosegue Valentina.

In questo senso la festa funziona quasi come un rituale contemporaneo. Non serve necessariamente a celebrare qualcosa di preciso: serve a creare, per un tempo limitato, un «noi». Le persone arrivano con vite differenti, storie differenti, motivazioni differenti e si ritrovano a condividere gli stessi gesti, parole e ritornelli. È un fenomeno particolarmente interessante in una fase storica nella quale molta parte della socialità passa attraverso esperienze individuali mediate dallo schermo. La musica si ascolta con le cuffie, i contenuti vengono scelti sulla base di preferenze sempre più personali, l’intrattenimento viene spesso consumato nella solitudine di una camera. Una serata come questa rimette invece il corpo, la voce e la presenza fisica al centro dell’esperienza.

E forse spiega anche perché molte persone, pur desiderando partecipare, arrivino con una certa esitazione. «Moltissime persone ci scrivono dicendo che vorrebbero partecipare ma che sarebbero da sole, che si vergognano o hanno paura», racconta Valentina. «Noi consigliamo sempre di venire, perché il nostro è un ambiente informale e sicuro, una vera e propria “safe zone”. Ci sono gruppi e famiglie che riescono a divertirsi insieme e a passare una bella serata in compagnia». La funzione della folla, allora, non è soltanto quella di amplificare il divertimento. È quella di rendere socialmente possibile ciò che, fuori da quel contesto, apparirebbe eccessivo, infantile o semplicemente fuori luogo. La festa crea una parentesi nella quale il controllo di sé può abbassarsi senza che questo venga percepito come una perdita di dignità.

È significativo che questa libertà passi proprio attraverso gesti semplici e quasi liberatori: cantare a squarciagola, saltare, improvvisare una coreografia, trasformare qualsiasi oggetto in un microfono. Sono comportamenti che, individualmente, potrebbero provocare imbarazzo. In mezzo agli altri, diventano parte di un codice condiviso. La partecipazione, però, non comincia e non finisce sul palco, spiega Riccardo «Lo vediamo anche durante gli spettacoli, quando le persone sono sotto al palco. Usano tutto quello che trovano, per accompagnare le canzoni e partecipare. È anche il loro concerto, il loro spettacolo. Ci sono delle vere e proprie esibizioni che noi vediamo e che spesso riprendiamo». È proprio questa sospensione dei ruoli abituali a rendere il rituale efficace. Nessuno deve essere davvero cantante, ballerino o intrattenitore. È sufficiente entrare nel gioco.

E in questo gioco la nostalgia assume un significato meno innocuo di quello che normalmente le attribuiamo. Non è soltanto il piacere di ricordare. È il desiderio di riavvicinarsi a un’età nella quale il futuro sembrava ancora aperto e l’identità non era così definita. Tornare a quelle canzoni significa, almeno per qualche ora, tornare a una versione di sé precedente alle responsabilità, alle disillusioni e alle trasformazioni dell’età adulta. « Le nostre canzoni, la musica e lo spettacolo in generale fanno molto leva sull’effetto nostalgia per un periodo passato», osserva Valentina. «E fa anche un po’ strano parlare di nostalgia per qualcosa di dieci o quindici anni fa, soprattutto pensando a ragazzi di trent’anni. C’è una sorta di ritorno all’adolescenza e all’infanzia, che evidentemente manca molto alla nostra generazione».

In questa nostalgia c’è anche una cesura collettiva che ha contribuito a modificare la percezione del tempo. Il Covid ha rappresentato, per molti, un’interruzione della continuità della vita sociale: un periodo sospeso che ha reso più evidente il valore della presenza, dell’incontro e della possibilità di stare insieme. «È come se il Covid avesse accelerato la percezione del tempo. Quindici anni fa, con il Covid, è come se fossero diventati venticinque o trenta. C’è stato un anno, un anno e mezzo di solitudine, di distanziamento sociale e di limitazione dei rapporti, che in qualche modo ha amplificato questo effetto nostalgia e, allo stesso tempo, la voglia di ritrovarsi e condividere momenti importanti, soprattutto legati all’adolescenza e all’infanzia», dice Riccardo.

La memoria, però, non rimane confinata a chi quelle canzoni le ha vissute quando sono uscite. Uno degli aspetti più interessanti osservati dal format è proprio il modo in cui quella musica sta passando da una generazione all’altra. «Ultimamente ci siamo accorti che partecipano sempre più spesso fratelli e sorelle della nostra età, quindi tra i 25 e i 30 anni, insieme a fratelli molto più piccoli. È evidente che i più grandi abbiano avuto un ruolo nel trasmettere ai più giovani la musica con cui sono cresciuti, facendola entrare anche nel loro immaginario. È interessante vedere bambini che conoscono, cantano e vivono con entusiasmo canzoni appartenenti a un’epoca che non hanno nemmeno avuto modo di conoscere direttamente. In questo senso, è come se quella musica riuscisse a superare la propria generazione e a essere tramandata attraverso i legami familiari», aggiunge Valentina.

Eppure il format non vive esclusivamente di passato. La nostalgia, per funzionare, deve poter dialogare con il presente. Per questo la scaletta viene aggiornata continuamente, mantenendo alcuni brani come punti fermi e inserendo nuovi riferimenti capaci di parlare anche a chi appartiene a una generazione diversa.

«Ogni stagione aggiorniamo lo spettacolo con canzoni nuove. Rimane uno zoccolo duro di brani evergreen, iper-riconoscibili e famosi, che la gente continua a richiedere, ma tendiamo a rinfrescare il repertorio e a inserire anche canzoni più nuove, che strizzano l’occhio alle nuove generazioni. Sicuramente la top tre delle canzoni più sentite durante lo spettacolo è “This Is Me” di Camp Rock, “What Makes You Beautiful” degli One Direction e la sigla di “Doraemon”», ci racconta Riccardo. Forse è proprio qui che si trova la chiave del fenomeno. Il «Teenage Dream» non prova semplicemente a ricostruire un passato idealizzato: usa quel passato come linguaggio comune per produrre una socialità presente.

Domani sera al «NXT Festival» di piazzale degli Alpini, quella memoria tornerà dunque a farsi voce, corpo e movimento. Non sarà soltanto una serata dedicata alle canzoni che hanno accompagnato una generazione. Sarà, più semplicemente, uno di quei rari spazi nei quali nessuno sembra avere particolare interesse a comportarsi come dovrebbe. Per qualche ora, non occorre essere adulti. Occorre soltanto ricordarsi le parole e cantare a squarciagola.

Tutte le foto sono di Matteo Demi

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