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Venerus e la sua “Magica Musica”

Articolo. Venerdì 3 settembre al Piazzale degli Alpini potremo assistere al live di Venerus, che presenterà il suo album d’esordio “Magica Musica”. Un disco di pop come se ne vedono pochi, sicuramente tra le uscite dell’anno.

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Venerus

Cercate un disco pop, ma molto pop, e allo stesso tempo colto, educato, raffinato anche, composto da un Autore (con la maiuscola)? Qualcosa che magari sia anche molto molto fresco e à la page, al passo con i tempi e capace di parlare ai più giovani, ma anche in grado di risultare interessante e godibile anche a chi quotidianamente si scaglia contro questo (t)rap che inesorabilmente domina le classifiche ormai da tanti anni? Venerus potrebbe essere la risposta perfetta. Un cantante che è molto di più, giovane ma non sbarbato (è classe 1992), che canta in italiano ma ha un respiro che non ha nulla del provinciale. E che, soprattutto, ha firmato uno dei papabili dischi dell’anno. Potremo ascoltarlo live venerdì 3 settembre al Piazzale degli Alpini per Bergamo1000, Summer Revolution.

Può sembrare che sia spuntato un po’ dal nulla nell’ultimo anno, soprattutto a chi magari non segue abitualmente la scena da cui è emerso. Eppure il ragazzo di gavetta ne ha fatta. Dalla sua Milano è passato per Londra, Roma e innumerevoli altri posti, debuttando con un EP intitolato “A che punto è la notte” nel 2018 e collaborando con diversi altri “artisti” (le virgolette oggi sono d’obbligo visti i recenti avvenimenti in quel di Olbia) tra cui Franco126, Gemitaiz, ecc.

Magica Musica, condiviso a febbraio 2021, è però il vero e proprio album d’esordio, un disco manifesto che racchiude in un’ora complessiva tutte le peculiarità del suo autore. Il lavoro è uscito a pochi giorni di distanza da “OBE”, un producer-album firmato da Simone Mace che è il produttore di quasi tutte le tracce del disco di Venerus. Il quale, a sua volta, compare spesso e volentieri nell’album del collega. Si tratta quindi a tutti gli effetti di due dischi “gemelli”, simili per piglio e attitudine, personali e ben distinti per quanto riguarda le particolarità dei rispettivi autori.

L’idea che arriva già ad un primo ascolto di “Magica Musica” è di stare sentendo il disco di un curatore artistico, prima ancora che quello di un cantante in senso stretto. Perché la miscela sonora di Venerus è talmente coesa e ben strutturata che la voce, pur stagliandosi in primo piano e presentandosi da subito come lo strumento principale, è in realtà solo uno dei tanti tasselli che compongono un mosaico musicale quantomai variopinto e inestricabile. Così sin dalle prime note di Ogni pensiero vola siamo immersi in un colorato melting-pot composto da r&b, soul, funk, hip hop, elettronica, world music, blues e jazz. E tra tutte queste anime i punti di sutura non solo sono celati, ma sembrano non esistere proprio. Non pensiamo quindi a un Frankenstein crossover di bulimia stilistica, quanto piuttosto a una tiepido e cangiante miscuglio, liquido e leggero, in cui ogni elemento è disciolto negli altri senza soluzione di continuità.

La spariamo grossa: in più di un’occasione ci è parso quasi di intravvedere la sagoma di Robert Wyatt sulla sfondo. Senza con questo voler suonare blasfemi, che non parliamo tanto di esiti quanto di approccio, per quanto pure capiti che ad esempio nell’intro di Solo dove vai tuarrivi qualche lontano eco di Rock Bottom. È chiaro che il tutto nelle mani della coppia Venerus e Mace si sposi a coordinate più pop. Ma diciamolo subito: un pop così interessante, valido e policromo è merce veramente rara.

Si sente che gran parte del disco è stato scritto in periodo di pandemia: così ogni traccia sembra volutamente essersi presa il tempo necessario per stratificarsi, complicandosi senza mai scadere nel cervellotico. Ogni strumento, ogni inserto sono adagiati al posto e al momento giusto, esito evidente di una riflessione condotta nell’intimità di una cameretta o di uno studio, assecondando i tempi dilatati e la socialità mutilata dei vari lockdown.

Così ad esempio la bellissimaBrazil si costruisce su una ritmica hip hop sopra la quale si affastellano synth ariosi, campioni vocali, cori e un sax malinconico. E a una traccia così variopinta seguono la bellissima Fuori fuori fuori, un electro blues in cui delle chitarre quasi da Arctic Monkeys capitolo “AM” si poggiano su dei flauti di sfondo, e il boom-bap romantico (e che basso!) di Appartamento. Altrove il tiro è ulteriormente alzato: vedi i liquidi organetti e i field-recordings campanari di Sei acqua che sfociano in una divagazione di puro jazz nel bridge, in collaborazione con i Calibro 35; oppure ancora occhiolini arrossati strizzati ai Beatles lisergici di “Sgt. Pepper”, con l’acidissimaLucy, le ritmiche inquiete di Lacrima=piccolo mare. E che dire di Cosmic Interlude? Un’onirica parentesi strumentale al crocevia tra i Tangerine Dream, Jean Michel Jarre e Floating Points. E poi le contaminazioni world: sentire la chitarra travestita da sitar e i cori di chiara ispirazione indù di “Namastè”, oppure le infiltrazioni sudamericane nella seconda parte di “Brazil”. Tutto scorre fluido e mutevole, cangiante e immaginifico, senza fratture né forzature.

A proposito degli anni ’70: c’è da dire che se spesso e volentieri restano il decennio di riferimento del disco, con un florilegio di contaminazioni black che affondano le mani nel funky e nell’r&b, oltre allo psych-rock inglese che abbiamo già detto. La cosa speciale di “Magica Musica” è però che mai questa retrospettiva scade nella ripresa e nel riciclo nostalgico tipico della retromania imperante ormai da oltre dieci anni nel panorama pop (e non solo). Per una volta infatti si ha la sensazione che qui sia il vecchio ad essere preso e messo al completo servizio di qualcosa di nuovo, anziché viceversa. In quest’ottica sono da leggere ibridi sulla carta improbabili, come “Buyo” con Gemitaiz: un beat fatto di 808 e serpentine varie, di chiara matrice trappara, su cui vengono generosamente spalmati dei synth usciti da una capsula del tempo degli anni ’80.

Dicevamo della voce, che si staglia in primo piano ed è sicuramente la protagonista, pur non prendendosi mai la scena per sé sola. Una voce quasi sussurrata, carica di sensualità funky e impregnata da uno spleen molto blues: È a metà tra un Ghemon e un Clod altezza Iori’s Eyes, molto fragile e molto consapevole. C’è poi la bellezza dell’articolazione, con consonanti e vocali costantemente arrotondate per adagiarsi su ritmiche e sonorità che non è scontato si ben prestino alla lingua italiana. Un labor limae imponente insomma, e ben percepibile sotto la superficie, ma che non per questo risulta costruito. Il meraviglioso equilibrio di questo disco è anche e soprattutto la sua spontanea naturalezza nel condurre cose tanto stratificate e composite. Perché uno si sente la splendida Canzone per un amico, con le sue languide chitarre johnfrusciantesce, e pensa: “questo è un bellissimo pezzo pop”. Eppure, di pezzi pop così sapientemente architettati, non è che se ne trovino in giro molti.

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