Venticinque anni dopo un Sanremo da outsider, hanno ingoiato il rospo e riunito le forze. Anni fa l’acrobata della voce John De Leo era uscito dal gruppo, i Quintorigo avevano continuato per conto loro, mescolando sonorità di strumenti classici e stili amati, il jazz, il rock, la musica classica. Un gioco favorito da sperimentazioni progressive, che ha segnato un cammino artistico assolutamente originale, encomiabile per scelta e coerenza. Ora De Leo è rientrato nel gruppo per una tournée celebrativa, che rimette in pista un paio di dischi d’epoca, «Rospo», «Grigio», e una rinata coesione d’intenti.
Quintorigo e John De Leo fanno tappa al Lazzaretto di Bergamo venerdì (inizio ore 21.30; biglietti disponibili); dal vivo vale la pena d’incontrarli perché nel tempo sono rimasti fedeli a un tipo di musica suonata, avventurosa, che assume il piglio e l’impatto del rock, avvalendosi di una strumentazione atipica: sassofono, violino, violoncello, contrabbasso, la voce di John. Un piccolo combo di non allineati, che ha costruito la propria identità su una diversità, la stessa venuta fuori nel Sanremo del 1999.
Abbiamo sentito Valentino Bianchi, sassofonista del gruppo, e John De Leo.
UB: Allora il gruppo al completo era nella quota estrosa del Festival, vero?
VB: Almeno c’era. Sulla nostra storia si potrebbe scrivere un libro, che nessuno comprerebbe. Il materiale c’è. Siamo partiti negli anni Novanta da ragazzini di provincia, amici di Conservatorio. Ci siamo trovati a suonare, scrivere, fare esperimenti. Abbiamo affrontato la consueta gavetta, suonando nei pub della Romagna, ma con l’ambizione di coltivare grande fiducia in quello che stavamo facendo, mantenendo salda l’onestà intellettuale. La sfida di suonare senza uno strumento ritmico ci ha fatto crescere musicalmente, con il sassofono che improvvisa in un contesto di archi, la voce di John come strumento musicale. Tutto ha contribuito a creare un sound che è diventato riconoscibile, interessante per l’epoca. Senza troppi sforzi siamo arrivati a «Sanremo giovani» e da lì s’è aperta la carriera con l’album «Rospo». Per un quinquennio abbiamo goduto del passaggio sanremese e costruito un pubblico affezionato, che ora rivediamo ai concerti, un po’ attempato, a volte riprodotto.
UB: Che effetto vi ha fatto riprendere in mano i primi dischi?
VB: Risuonare quella musica dopo tanto tempo ci ha fatto un certo effetto, ma devo dire che troviamo ben fatto il materiale, arrangiato in modo meticoloso, efficace. I brani sono datati, ma fino a un certo punto, tanto più oggi che le composizioni si affidano all’intelligenza artificiale e la musica è sempre più rudimentale, stereotipata. In un contesto così, una proposta come la nostra è attuale, persino avanzata. Quando ci siamo separati sono stati anni difficili per entrambi i progetti, per noi Quintorigo e per John che s’è dovuto reinventare. La delusione c’è stata. Era comunque nell’aria un rivedersi. Nessuno aveva il coraggio di fare il primo passo; la sollecitazione è arrivata dall’esterno, dalla Universal che intendeva ristampare i primi album e ci teneva che ci fossero dei concerti promozionali. Le date sono andate così bene, che abbiamo pensato anche al tour estivo con uno spettacolo leggermente arricchito.
UB: È possibile pensare a un futuro di nuovo insieme?
VB: Ci siamo dati degli obiettivi a breve scadenza: ora portiamo a casa questo bel giro. Poi ci sono proposte in cantiere, vediamo quest’estate come va tra di noi.
UB: Un quarto di secolo di «rospitudine», con tanto di accidentata linearità creativa, cosa ha comportato per John De Leo e come li chiama lui i «quattroquinti»?
JDL: Mi è scappato detto così perché il progetto Quintorigo nasce con me compreso. Del resto in questo momento di reunion si fa riferimento a un momento specifico, ai primi tre dischi. Le nostre strade venti anni fa circa si sono separate, ma un’accezione positiva la si può identificare laddove è rimasta intatta una certa purezza d’intenti, la volontà da parte di tutti di pensare principalmente alla musica. Detto questo, sia io che gli amici “quattroquinti” abbiamo continuato nel senso indicato dall’inizio. Abbiamo sempre rispettato la musica e chi ne fruisce. Negli anni ognuno di noi ha avuto a che fare con altri ambiti musicali, ha fatto altre esperienze, arricchendosi come musicista. Qualcosa che apporta un ché di prezioso al progetto complessivo. In concerto proponiamo gli arrangiamenti di allora in modo quasi filologico, le canzoni ancora oggi risultano ben costruite. Forse nelle parentesi improvvisative si avvertono di più gli anni di separazione. Siamo cambiati, cresciuti al fuoco di esperienze diverse, e il risultato è abbastanza sorprendente anche per noi.
UB: Com’è stato viaggiare da solo?
JDL: All’inizio è stato doloroso, avevo un carico diverso di responsabilità. Per contro al di là dei numeri mi sono confrontato con una maggiore libertà. Comunque sono contento di ogni singola nota di Quintorigo, così come di tutti i passaggi della mia carriera da solista.
UB: È vero che, ancor prima delle sollecitazioni da parte della major, aveva pensato di chiamare gli amici per incidere due pezzi del suo nuovo disco?
JDL: Sì, pensando sempre e solo al risultato musicale, effettivamente ho pensato di arrangiare un paio di brani con loro. Spero sia ancora un obiettivo possibile per i rinnovati Quintorigo. Solleciterò i miei soci ad andare oltre quel che è già stato fatto.