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Esistono davvero cervelli «maschili» e «femminili»?

Articolo. Cervello, geni, ambiente e relazioni, cosa sappiamo davvero oggi sulle differenze tra i sessi e perché non giustificano gli stereotipi

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(Foto Shutterstock)

Con l’avvicinarsi della Giornata Internazionale della Donna ho avuto l’occasione di riflettere sul motivo per cui, nel 2026, sia necessario rivalutare l’importanza e l’impatto del rimarcare le differenze tra i sessi. Per esempio: esistono cervelli «maschili» e «femminili»?

Le neuroscienze moderne suggeriscono una risposta un po’ sfumata. Secondo il modello del «cervello mosaico» della neuroscienziata Daphna Joel, il cervello non appartiene a due categorie separate ma è una combinazione unica di caratteristiche, e ogni cervello rappresenta una configurazione individuale, non una tipologia rigida. Inoltre, in una recente meta-analisi basata su 139 soggetti provenienti da 29 Paesi, è stato notato che nei Paesi in cui ci sono meno disuguaglianze di genere, le differenze strutturali del cervello di uomini e donne tendono a ridursi o a scomparire, mentre aumentano nei Paesi con maggiore disuguaglianza. Si tratta di correlazioni, non di prove di causalità, ma indicano come l’ambiente sociale possa influenzare la struttura cerebrale insieme ai fattori biologici.

In sintesi: le differenze cerebrali esistono, ma sono il risultato di un intreccio continuo tra biologia, ormoni, geni e contesto sociale. Quindi, è fondamentale integrare queste dimensioni nella ricerca e nella pratica clinica per promuovere una medicina più personalizzata ed equa. Ma vediamo un po’ in cosa uomini e donne sono diversi, e quanto realmente conti questa differenza.

Le differenze biologiche

Uno studio del 2020 che analizza le differenze strutturali tra cervelli maschili e femminili ha mostrato come le dimensioni complessive variano di circa il 10 per cento, ma dipende dalle singole aree cerebrali. Nelle donne è stato osservato un maggiore volume di materia grigia in regioni coinvolte nel pensiero, nella cognizione sociale, nella pianificazione e nel linguaggio, e un maggior numero di connessioni tra gli emisferi. Negli uomini, invece, la materia grigia risulta più concentrata in aree legate alla percezione visiva, al riconoscimento di volti e oggetti, alla paura e alla coordinazione spaziale, mentre le connessioni sono più forti all’interno dello stesso emisfero.

Interpretare questi dati come giustificazione di stereotipi sarebbe fuorviante: le differenze anatomiche descrivono medie statistiche, e non determinano ruoli o capacità individuali. È la cultura che spesso amplifica e cristallizza eventuali predisposizioni biologiche trasformandole in categorie rigide e stereotipi.

Se diamo un’occhiata al DNA, sembra che uomini e donne abbiano seguito percorsi evolutivi in parte distinti ma interconnessi. Diversi studi mostrano che le differenze biologiche tra uomini e donne possono emergere già a livello genetico. Un’analisi condotta dal Weizmann Institute of Science ha identificato circa 6.500 geni espressi in modo diverso tra uomini e donne: alcuni riguardano caratteristiche sessuali evidenti, ma altri sono collegati a funzioni meno ovvie, come la salute cardiovascolare o la protezione neuronale. Un secondo filone di ricerca mostra che centinaia di geni nel cervello presentano un bias di sesso, cioè si attivano in modo diverso nei cervelli maschili e femminili. In modo sorprendente, circa il 90 per cento di questi geni non si trova sui cromosomi sessuali (X e Y), ma sugli altri cromosomi, e sono regolati da segnali biologici come gli ormoni sessuali. Comprendere differenze e meccanismi è importante per spiegare la suscettibilità ad alcune malattie (come Alzheimer e Parkinson) e alla risposta alle terapie.

Però, molte varianti genetiche influenzano caratteristiche individuali indipendentemente dal genere: alcuni geni, ad esempio, determinano la velocità con cui metabolizziamo la caffeina, altri la predisposizione a sport di resistenza o di potenza, o la percezione del gusto amaro o del piccante. Quindi sì, il DNA contribuisce alla grande variabilità umana, ma non è l’unico fattore determinante.

Il cervello è plastico: come l’ambiente lo modella

Uno studio avviato nel 1999 dalla Carnegie Mellon University su 180 coppie ha analizzato come la percezione del partner influenzi la relazione e lo sviluppo personale. I ricercatori hanno confrontato due tipi di sguardo: quello realistico, che vede il partner per ciò che è nel presente, e quello orientato al potenziale, che lo percepisce come una persona in evoluzione. I risultati hanno mostrato che le coppie in cui i partner vedevano l’altro come capace di crescere e migliorare avevano un tasso di soddisfazione relazionale molto alto (87 per cento), mentre nelle coppie in cui ci si limitava a una visione statica del partner il 63 per cento si separò entro tre anni.

Questo fenomeno è stato chiamato «Michelangelo Phenomenon»: nelle relazioni significative veniamo “modellati” dallo sguardo dell’altro, proprio come una scultura che emerge dal marmo. Studi di neuroimaging indicano che il cervello tende ad allinearsi alle aspettative delle persone emotivamente importanti, in un processo simile alla profezia che si autoavvera. Lo stesso meccanismo funziona però anche in senso negativo: se una persona significativa ci percepisce come incapaci o problematici, il cervello può inconsciamente adattarsi a quella narrazione per mantenere il legame affettivo. In questo modo le relazioni intime diventano sistemi di influenza reciproca che possono sostenere o limitare il nostro sviluppo.

In sintesi, siamo scolpiti dallo sguardo delle persone che amiamo: non diventiamo solo ciò che siamo, ma anche ciò che le persone importanti della nostra vita credono che possiamo diventare.

Comportamenti e capacità cognitive

Le diverse strutture anatomiche tra uomini e donne sono state studiate in relazione ad alcuni pregiudizi che sono molto diffusi tra di noi. Primo tra tutti, che alle donne piaccia gossippare più degli uomini: le donne spettegolano di più sulle relazioni sociali e sull’aspetto fisico, mentre gli uomini su risultati, status e performance. Anche l’apprendimento delle lingue verrebbe influenzato dalle diverse connessioni cerebrali, “favorendo” apparentemente le donne rispetto agli uomini.

Un altro esempio è la visione periferica , e per farvi capire meglio di ciò di cui parlo, racconto di mio papà. Ogni mattina, a casa mia, come sorge il sole, papà Marco si sveglia e sa che dovrà chiedere subito a mamma Simo dov’è quel maglione bluette con lo scollo a V che proprio stamattina vorrebbe indossare, altrimenti dovrà cambiare camicia da abbinare. Ogni mattina, a casa mia, come sorge il sole, mamma Simo si sveglia e sa che dovrà essere pronta a tutte le domande di papà Marco in merito alla posizione dei suoi maglioni nell’armadio. Ogni mattina a casa mia, come sorge il sole, non importa che tu sia mamma Simo, papà Marco o un maglione, l’importante è che se sei me esci di casa prima di questa serie di domande e diatribe che culminano con «ce l’avevi davanti al tuo naso».

C’è da dire che si può comprendere (ma non giustificare) papà Marco, se pensiamo che sia dovuto a una diversa evoluzione dei ruoli di maschi e femmine nel periodo preistorico: la visione a 180° delle donne permetteva di compiere più attività quasi contemporaneamente, mentre quella a 45° degli uomini di focalizzarsi nella caccia.

Le conseguenze reali sulla salute e sulla società

Queste differenze hanno anche alcune conseguenze sulla salute. Per esempio, uomini e donne percepiscono il dolore in modo diverso: studi di neuroimaging mostrano che si attivano regioni cerebrali differenti, che, mediamente, nelle donne la soglia di sensibilità al dolore è più bassa, e l’esperienza dolorosa viene elaborata maggiormente sul piano emotivo. Anche la depressione colpisce più frequentemente le donne. Uno studio del QIMR Berghofer Medical Research Institute ha individuato più varianti genetiche associate alla malattia nelle donne rispetto agli uomini, suggerendo una componente biologica. Tuttavia, il rischio dipende dall’interazione tra genetica, fluttuazioni ormonali e fattori sociali come stress, carichi di cura ed esposizione alla violenza.

Ci sono studi, inoltre, che indagano le correlazioni esistenti tra la parità di genere in una nazione e altri fattori sociali e sanitari: se non è stata osservata correlazione, in alcuni Paesi, con la violenza domestica, sembra invece che esista con la trasmissione verticale di alcune infezioni virali come da HIV, e con una sana longevità (data anche da fattori evolutivi).

In definitiva, la scienza mostra che tra uomini e donne esistono differenze biologiche, ma non confini rigidi. Il cervello è plastico e si costruisce continuamente nell’interazione tra geni, ormoni, ambiente ed esperienze. Per questo comprendere le differenze non significa usarle per creare divisioni o stereotipi, ma per promuovere una società più equa e una medicina più personalizzata. Forse è proprio questo il senso più profondo della Giornata Internazionale della Donna: ricordarci che il rispetto e l’uguaglianza non negano le differenze, ma permettono a ogni persona di esprimere pienamente il proprio potenziale.

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