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#coseserie: “Work in progress”, la vita è come un sacchetto di mandorle (se ne mangi troppe fanno male)

Articolo. La serie tv americana prodotta da Showtime racconta la storia di Abby McEnany scrittrice e comica impegnata come sceneggiatrice e interprete di una versione semi-autobiografica di sé. Che prova a riflettere sugli stereotipi di genere e ad affrontare lo spinoso tema della depressione: la seconda stagione ha debuttato in Italia su Sky Atlantic e NOW a fine settembre

Lettura 6 min.

Una delle prime cose che si imparano nei corsi di cultura visuale all’università è che per scrivere la sceneggiatura di un film o di una serie tv si parte da una domanda, definita nel gergo cinematografico story concept ovvero un “Cosa succederebbe se…?

Lo story concept di “Work in progress” è: cosa succederebbe se una donna che si definisce grassa, lesbica e queer – e che soffre di depressione e ha un disturbo ossessivo-compulsivo – incontrasse un ragazzo transgender molto più giovane di lei?

Solitamente la risposta alla domanda è un epilogo felice in cui è chiaro fin da subito che i protagonisti si piacciono ma succedono un po’ di cose nel mezzo e tutto si risolve nell’ultima puntata. In cui i due si confessano un amore travagliato e segreto che in realtà era segreto solo per loro – e a noi va bene così perché in fondo è quello che chiediamo alle commedie ed è ciò che ne fa un genere di successo. Ovvero trasformare le difficoltà della vita in un interrogativo che in un modo o nell’altro alla fine della stagione troverà una risoluzione, una risposta, una quiete, seppur momentanea.

Abby proviene dal mondo della stand-up comedy . Il suo registro è irriverente, il tono sarcastico e la sua vita, anche in una trasposizione cinematografica, rimane irrimediabilmente tragica e grottesca. Lo dichiara fin da subito alla sua analista, l’ultima di una lunga serie: lei è una principessa che vuole essere salvata da un principe. Però dentro si sente come l’edificio rimasto incompleto che vede ogni mattina sulla strada per andare al lavoro: pericolante, un pugno in un occhio per chi la guarda.

La sua vita è fatta di persone che – almeno in apparenza – sembrano avere una completezza interiore e lei, giunta alla soglia dei 45 anni, sente che è arrivato il momento di cambiare. Insomma, un flusso di coscienza commovente e potente che sembra però lasciare impassibile la sua analista che la fissa con la bocca aperta e gli occhi sbarrati. Perché ha appena avuto un arresto cardiaco davanti a lei.

Una mandorla al giorno per togliersi la vita di torno

Abby non è grassa, Abby si sente grassa. Questa è la sua unica certezza fin da quando era una bambina. La sua vita è monotona, ogni giorno si reca in un ufficio ma non è ben chiaro che lavoro faccia. L’unica cosa che si intuisce è che lavora per una multinazionale che si arricchisce sfruttando le persone deboli (come lei).

Il suo capo è Susan (Mary Sohn), una donna bigotta e piuttosto insensibile che pensa bene di riuscire a risolvere i problemi di peso di Abby regalandole delle mandorle, un alimento notoriamente conosciuto per le sue proprietà dimagranti.

Abby è totalmente concentrata su sé stessa e prende l’ignoranza di Susan come una questione personale, un accanimento, l’ennesima persecuzione. Così arriva a casa, dispone tutte le mandorle sul tavolo per contarle e far corrispondere ogni frutto ad un giorno della sua vita. Se al termine di queste centoottanta mandorle le cose nella sua vita non fossero cambiate, Abby si sarebbe suicidata per porre fine alla sua inutile esistenza. Nella quale Susan, con le sue mandorle (una specie di colpo di grazia), avrebbe avuto una certa responsabilità.

La vita è quella cosa che accade mentre cerchi di uscire dalla depressione

La depressione è una malattia che in Italia colpisce 2,8 milioni di persone . Una patologia psichica che può essere invalidante e che si manifesta in forme più o meno gravi, incidendo negativamente sullo stile di vita di una persona, sull’alimentazione, sulla qualità del sonno, sulla sfera affettiva e relazionale. Fino alla perdita di interesse anche verso attività considerate solitamente piacevoli.

Oltre agli psicofarmaci, per guarire dalla depressione è fondamentale intraprendere un percorso di psicoterapia. Abby lo sa bene perché lei va in terapia fin da quando era bambina e di analisti ne ha conosciuti più o meno 21, alcuni più discutibili di altri.

Per rendere il tutto ancora più difficile Abby non combatte solo con la depressione ma deve gestire anche un disturbo ossessivo compulsivo che la porta a lavarsi le mani e a ripetere l’azione se le capita di sfiorare accidentalmente una superficie sporca (anche quando le mani se le è appena lavate). Il processo è ricorsivo ed Abby si lava le mani fino a farle sanguinare.

Ho avuto il mio primo attacco di panico a 5 anni, ero spaventata, a quell’età non conoscevo le parole per parlarne e non lo feci. Poi finalmente in terza media i miei mi portarono in terapia, mi piaceva e penso che mi facesse bene. Mi hanno diagnosticato il disturbo ossessivo-compulsivo nell’87 prima che entrasse nel lessico nazionale e io ho sempre vissuto nel terrore di avere qualcosa che non va. Con l’ossessione di sapere perché sono sempre così ansiosa e timorosa, ho sempre pensato che il mio cervello fosse un enorme enigma che dovevo risolvere”.

Attraverso continui flashback veniamo proiettati nel passato di Abby per rendere conto di come ogni disagio della vita adulta sia intimamente e collegato a profondi traumi infantili che riemergono nel presente, travestiti da piccoli traumi quotidiani che Abby non sembra essere in grado di gestire. Infatti, quando si trova di fronte ad un problema che le sembra insormontabile, utilizza fin da quando era piccola un infallibile meccanismo di difesa: sviene.

Abby è una bambina consapevole, altruista e intelligente che viene continuamente derisa per il suo aspetto buffo e per il suo peso e lei trent’anni dopo si sente ancora quella bambina: inadeguata, impacciata, grassa. Un peso per la sua famiglia che deve mantenere le sue costose cure mediche, un fallimento per suo padre, un medico di successo sempre assente che obbliga tutti a trasferirsi di continuo, privando Abby di ogni briciolo di stabilità faticosamente costruita.

L’unica cosa che riesce a darle un briciolo di equilibrio sono dei diari che scrive da quando era bambina su consiglio di una analista: “Pensavo che mettendo a fuoco i dettagli avrei potuto individuare gli schemi e capire perché sono così come sono, è per questo che scrivo ogni cosa sui quaderni”.

Quando a dissuaderti dal pensiero della morte ci pensa la vita

La prima stagione si conclude con la demolizione del palazzo che incarnava la sua interiorità, come a voler segnare un nuovo inizio per Abby che ottiene addirittura una promozione a “responsabile della comunicazione interna.” Non si capisce ancora bene in cosa consista concretamente ma tanto basta per far sembrare che abbia sempre tantissime cose da fare.

Della sua relazione naufragata con Chris (il ragazzo trans) sopravvive solo un’ultima mandorla che Abby conserva in una mini-teca di vetro quasi come se fosse una reliquia. È la mandorla numero 181, un regalo che inconsapevolmente per Chris si trasforma nell’ ultima possibilità di Abby, quell’imprevisto che mischia le carte e la obbliga a prendere un’ultima, fatale, decisione: vivere.

La vita sembra quasi sorriderle ma Abby non manca mai di sfogare la sua rabbia nei confronti di una società che ancora, più che riconoscerla, sembra proprio non vederla. C’è infatti qualcosa che la infastidisce quasi più della vita stessa: le classificazioni di genere.

Abby è una donna di mezza età, ha i capelli corti, indossa abiti “tipicamente” maschili e quando si reca nei bagni pubblici si verificano sempre dei siparietti imbarazzanti nei quali pur di far capire alle altre signore di essere una donna, si sforza di utilizzare un tono di voce più stridulo e presumibilmente femminile. Ma non basterebbe semplicemente dichiararlo? Questo estremismo di vedute la porterà addirittura ad avere una crisi di nervi quando la sua superiore deciderà di rivelare il sesso del bambino che porta in grembo perché “il genere è uno spettro”.

Nelle scienze sociali si distingue il sesso che corrisponde alle caratteristiche biologiche, dal genere che è un costrutto sociale corrispondente alle aspettative di comportamento che determinano l’essere uomo e l’essere donna. Da qui poi i differenti modi di vestirsi e gli stili di vita, che si evolvono nel tempo proprio tenendo conto della loro variabilità culturale.

L’identità di genere viene continuamente rinegoziata nel corso della vita, ecco perché Abby ha tutto il diritto di sentirsi donna e di stare a proprio agio indossando abiti maschili e affermare la sua femminilità in altri modi. Allo stesso modo ha il diritto di cambiare idea su come vestirsi e continuare comunque a essere una donna.

Un mondo meno binario

Le riprese della seconda stagione hanno subito dei rallentamenti a causa della pandemia. Il tema della depressione si innesta all’interno di uno scenario pandemico fedelmente riprodotto, per affrontare le conseguenze di un evento inaspettato e imprevedibile: il tentato suicidio di suo padre.

Abby lo ha sempre odiato perché lui come gli altri vedeva solo ciò che non era: il suo peso, i suoi svenimenti, i suoi vizi. Ma nella stanza di un reparto psichiatrico Abby prende coscienza di una verità che le permette di far pace col suo passato e coi suoi traumi: suo padre non si teneva a distanza perché si vergognava di lei ma perché aveva il terrore di ammettere che fossero simili e che le difficoltà della figlia fossero colpa sua.

Insomma “Work in progress”, commuovendo ma soprattutto divertendo, ritrae la vita come un percorso fatto di buche, cadute accidentali e deviazioni, dove non importa quante volte uno cada e si rialzi. Conta invece che dinanzi al pensiero di mollare, all’abbattimento di chi dispera e alla percezione di come tutto sembri impossibile, ci sia lì qualcuno pronto a darti una… mandorla. E poco importa se quel qualcuno non è un principe. Mandorla dopo mandorla, alla fine ne rimane solo una: è il primo passo per rinascere.

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