La verità è che mi piacciono le storie in cui si piange. Mi piacciono i racconti fatti di persone che hanno problemi quotidiani: il lavoro da gestire, le bollette da pagare, i figli da crescere, i segreti da custodire, le assenze da sopportare. Storie in cui nessuno è mai completamente risolto, nessuno è davvero salvo.
«Storia della mia famiglia» è uno di quei prodotti seriali che costringono a guardare dentro alle relazioni umane, dentro a ciò che ci tiene insieme anche quando tutto sembra spingerci a separarci. La prima stagione cominciava con Fausto, un malato terminale che sa di avere poco tempo davanti e che decide di impiegare gli ultimi mesi della sua vita in un modo insolito: organizzare il futuro di chi resterà. Fusto non combatte contro il destino, non si rifugia nella disperazione. Fa qualcosa di molto più oneroso: costruisce una rete. Mentre il suo corpo si avvicina alla fine, mette insieme le persone che ama e affida loro il compito più difficile: continuare a essere una famiglia dopo di lui.
Eduardo Scarpetta incarna con una predisposizione che sembra quasi naturale, un protagonista anomalo. Nella maggior parte dei racconti di questo tipo, la malattia occupa tutto lo spazio narrativo. Ma in questa serie ideata da Filippo Gravino, Fausto è paradossalmente il personaggio più vivo della serie. Ride, scherza, sbaglia, ama, provoca. La morte è presente, ma non colonizza la sua identità. Rimane sullo sfondo come una scadenza inevitabile che rende ogni gesto più urgente. Da anni la psicologia parla di «legacy work», il lavoro simbolico che molte persone compiono quando percepiscono la vicinanza della morte. Non si tratta soltanto di lasciare beni materiali, ma di trasmettere valori, relazioni, memorie, legami. Fausto sembra muoversi esattamente dentro questa dimensione: non cerca di lasciare qualcosa ai figli. Cerca piuttosto di lasciargli qualcuno. La domanda che attraversa tutta la prima stagione è semplice e radicale allo stesso tempo: chi si prenderà cura di Ercole e Libero (i figli di Fausto) quando lui non ci sarà più?
L’eredità di Fausto e il lavoro invisibile dei legami
La seconda stagione uscita lo scorso 10 giugno, riparte proprio da questa promessa. Fausto aveva chiesto alla sua famiglia allargata di tenere uniti i suoi figli. Ma la vita, come spesso accade, non rispetta la sceneggiatura dei desideri. Ercole e Libero vengono separati. Gli adulti, un anno dopo la morte di Fausto, arrancano. Le buone intenzioni si scontrano con la burocrazia, con le fragilità individuali, con la fatica quotidiana. La serie racconta il momento in cui la solidarietà diventa un lavoro. Lucia cerca di trasformarsi nella figura stabile che non è mai stata. Valerio si assume responsabilità che nessuno gli ha formalmente attribuito. Maria e Demetrio continuano a orbitare attorno ai bambini anche quando sarebbe più semplice occuparsi soltanto delle proprie vite. Nessuno di loro è un eroe. Lucia è fragile, impulsiva, spesso impreparata. Vanessa Scalera la interpreta senza mai cadere nella retorica della madre coraggio. È una donna che sbaglia, che si perde, che ha paura. Una donna che sembra sul punto di rompersi e che tuttavia continua a restare in piedi. La serie non rappresenta delle figure esemplari. I personaggi non vengono idealizzati. Sono pieni di contraddizioni. Eppure continuano a cercarsi.
Massimiliano Caiazzo, Eduardo Scarpetta, Vanessa Scalera: ogni interprete sa essere protagonista della scena senza togliere spazio agli altri. Maria (Cristiana Dell’Anna) è sempre stata l’amica, l’altra, l’indecisa, quella che non riesce mai del tutto a essere felice. È l a persona a cui tutti si rivolgono quando hanno bisogno di aiuto, un consiglio, una presenza rassicurante. Ha sviluppato una straordinaria capacità di prendersi cura degli altri, ma quasi nessuna dimestichezza con l’idea di meritare la stessa cura.
Per gran parte della serie sembra vivere in una posizione di attesa, come se i bisogni altrui avessero sempre la precedenza sui propri desideri. Nella seconda stagione questa fragilità emerge con ancora più forza. Scopre che diventerà madre, ma invece di abbandonarsi alla gioia si lascia sovrastare dai dubbi. Si chiede se sarà all’altezza, se saprà amare nel modo giusto, se riuscirà a offrire a un figlio quella stabilità che lei stessa sembra rincorrere da anni. È una paura profondamente contemporanea: non quella di non desiderare la maternità, ma quella di non essere sufficientemente preparata per sostenerla. Demetrio, invece, interpretato da Antonio Gargiulo con una tenerezza disarmante, rappresenta il prototipo dell’uomo medio contemporaneo: emotivamente presente ma spesso incapace di tradurre i sentimenti in azioni. È un personaggio che vive costantemente nella sospensione, frenato dalla paura di prendere posizione, di deludere qualcuno, di esporsi al conflitto. Preferisce adattarsi agli eventi piuttosto che determinarli. Si cruccia perennemente nel tentativo di capire cosa ci si aspetti da lui invece di domandarsi cosa desideri davvero. È per questo che il suo percorso assume un valore particolare: quando trova il coraggio di parlare, scegliere e rivendicare il proprio ruolo affettivo, dimostra che la maturità non coincide con l’assenza di paura, ma con la capacità di agire nonostante quella paura.
La famiglia oltre il sangue
A rendere ancora più interessante questa seconda stagione è il modo in cui affronta il tema della parentela. Attorno a Ercole e Libero si muove una costellazione di figure che sfugge alle categorie tradizionali. Amici, ex partner, parenti biologici, parenti acquisiti, persone che sulla carta non dovrebbero avere alcun ruolo. La sociologia contemporanea osserva da anni questa trasformazione. Il sociologo e politologo britannico Anthony Giddens parlava già negli anni Novanta di relazioni fondate sulla scelta reciproca più che sull’obbligo sociale. La sociologa Kath Weston ha elaborato il concetto di «chosen families», le famiglie scelte: reti affettive che non nascono necessariamente dal sangue ma dalla cura, dalla responsabilità e dalla presenza.
Ma allora contano i legami di sangue? Si può amare un figlio non tuo come se fosse tuo? E poi: che cosa vuol dire, davvero, “tuo”? L’idea di una famiglia solida, naturale, indivisibile ci ha abituati a guardare i legami di fatto come se fossero una forma di consolazione. Come se le famiglie che ci costruiamo fossero sempre seconde, minori, provvisorie. In Calabria, per indicare chi non è parente stretto, si dice “gente estranea”. Ma cosa rende davvero estraneo qualcuno? Il cognome? Il sangue? L’assenza da un albero genealogico?
In «Storia della mia famiglia», a un certo punto, si dice che quella non è nemmeno una famiglia: è un accrocco d’amore. L’accrocco è un appiglio, qualcosa a cui ti aggrappi per non cadere. Non è una struttura perfetta, non è un edificio progettato bene, non è un meccanismo elegante. È qualcosa che tiene. Magari male, magari storto, magari con fatica. Ma tiene. E forse le famiglie sono questo: appigli umani. Persone che si tengono insieme non perché non si feriscano mai, ma perché continuano a cercarsi anche dopo essersi ferite, perché trovano il coraggio di ammettere i propri errori, di chiedere scusa, di perdonarsi. La serie non contrappone sangue e affetto. Non sostiene che i legami biologici siano irrilevanti, mostra che il sangue, da solo, non basta e che l’appartenenza è una pratica. Va esercitata, va mantenuta, va scelta ogni giorno.
Le colpe dei padri
Quando ho visto il trailer temevo che l’ingresso di Sergio Castellitto avrebbe alterato l’equilibrio della serie, troppo carismatico, ingombrante. Ma mi sono ricreduta. Castellitto interpreta con vigore Gaetano, il classico padre assente: un uomo che si sente in diritto di fare e dire quello che vuole perché, in qualche modo, tutto gli viene perdonato. È piacente, è simpatico, ha quel fascino scomposto di chi entra nelle stanze e le riempie. Ma poi scappa. Anche quando il figlio in fin di vita, gli chiede di non lasciarlo morire da solo. In questo scambio la serie dice una delle sue cose più crudeli: un figlio si aspetta solo che un genitore lo ami. E può restare bloccato tutta la vita in attesa di quell’amore.
Quando Gaetano pronuncia la frase «Lo sai per un genitore quanto è difficile chiedere scusa?», emerge tutta la distanza tra il punto di vista di chi ha ferito e quello di chi è stato ferito. La domanda che resta sospesa è un’altra. Quanto è difficile, per un figlio, smettere di aspettare quel «mi dispiace»? La seconda stagione racconta anche questo: le ferite familiari. Ciò che ereditiamo non è soltanto il patrimonio genetico. Ereditiamo silenzi, assenze, aspettative. Domande e tentativi maldestri di trovarvi risposta.
Le persone che diventano casa
La serie si muove con disinvoltura su un confine scomodo: quello tra la vita e la morte. «Stai nervoso?» chiede Demetrio «È la prima volta che muoio» risponde Fausto. Una battuta che fa ridere e subito dopo fa malissimo, perché contiene tutto il senso della serie: la morte non viene mai addolcita, ma nemmeno lasciata da sola. Viene attraversata con il linguaggio della vita, con l’ironia, con l’imbarazzo, con le cose pratiche da fare mentre il cuore si spezza in miriadi di piccoli pezzi. Questa serie mi ha fatto riflettere persino sul nome della mia rubrica, «Cose serie». Da quando ho iniziato a raccontare di serie tv, non ho mai voluto scrivere semplici recensioni. Quando guardiamo una serie, non ci stiamo soltanto intrattenendo. Le serie raccontano il mondo mentre cambia.
A volte descrivono trasformazioni che sono già in corso e che fatichiamo ancora a nominare. Altre volte anticipano discussioni che diventeranno centrali soltanto anni dopo. Lo hanno fatto con la rappresentazione delle famiglie non tradizionali, le questioni di genere, la salute mentale, il lavoro, la solitudine, il rapporto tra tecnologia e vita quotidiana. I prodotti seriali non si limitano a riflettere la realtà: contribuiscono a costruire l’immaginario attraverso cui impariamo a leggerla.
Per questo non mi interessa soltanto stabilire se una serie sia bella o brutta. Mi interessa capire che cosa racconta del tempo in cui viviamo, quali convinzioni mette in discussione, quali paure intercetta, quali possibilità prova a immaginare. «Storia della mia famiglia, mette in discussione l’idea che la famiglia sia soltanto un fatto biologico e suggerisce che l’appartenenza sia, prima di tutto, una pratica relazionale. Non coincide necessariamente con il sangue, con il cognome o con l’albero genealogico. Coincide con la presenza, con la cura e con la responsabilità reciproca.
Quando è uscita la prima stagione, ho dedicato un solo trafiletto perché ero troppo coinvolta emotivamente.
La verità è che, come dicevo all’inizio, mi piacciono le storie in cui si piange perché hanno su di me un effetto catartico. In particolare, in questa narrazione posso riconoscere mia madre e i sacrifici che ha fatto nel crescermi da sola. Posso vedere mio padre, che mi ha lasciato troppo presto, riempiendomi la testa di irrisolti, di domande senza risposta, e lasciandomi addosso il DNA che mi scorre nelle vene: il suo stesso naso, i suoi stessi occhi, la sua stessa faccia.
Ma come si somiglia a qualcuno che si vede solo attraverso una foto? Come gli si domanda che sogni aveva da giovane? In «Storia della mia famiglia» vedo i miei fratelli, vedo i miei amici e tutte le famiglie allargate che mi sono costruita in ogni posto in cui ho vissuto.
Forse è per questo che questa serie mi commuove così tanto. Perché non parla solo di chi perdiamo. Parla di chi resta, di chi arriva dopo. Di chi non ha il nostro sangue, ma diventa casa. Di chi ci fa da appiglio quando la vita perde forma. Perché parla di eredità in un modo diverso da come siamo abituati a immaginarla. Ci ricorda che non ereditiamo soltanto i tratti del viso, il carattere o il cognome. Ma ereditiamo anche le persone che decidono di accompagnarci mentre proviamo a dare un senso a tutto questo.
E soprattutto perché non promette che le ferite si rimargineranno, che le assenze smetteranno di fare male. Ma ci dice qualcosa di diverso: che possiamo crescere e andare avanti anche con i nostri vuoti. E che, molto spesso, sono le persone incontrate lungo il cammino a dare significato a ciò che abbiamo perso.
