Sono reduce da una botta allo stomaco che ha letteralmente mandato in frantumi la mia adolescenza: la notizia della morte di James Van Der Beek. Quando l’ho saputo, qualche giorno fa, invece di fare la persona adulta e composta, ho fatto esattamente ciò che fa una millennial in cerca di risposte: ho aperto la sua pagina Instagram. Primo commento che mi salta addosso è quello di Chad Michael Murray , proprio mentre stavo guardando «Sullivan’s Crossing», serie di cui è protagonista. E per me è stata una di quelle coincidenze che non sono mai solo coincidenze.
Dawson, il personaggio che ha reso celebre James Van Der Beek, nella serie che porta il suo nome, era il mio preferito. L’ho amato da adolescente (con quella devozione incrollabile che riservi solo ai personaggi che parlano troppo) e l’ho amato anche quando ho rivisto «Dawson’s Creek» da adulta, fino alla fine, con la stessa testardaggine e un pizzico di vergogna. Non perché Dawson fosse «il migliore», ma perché era quello che mi faceva da specchio: l’ansia di dire la cosa giusta, la paura di essere fuori posto, il bisogno di trovare un significato persino ai graffi. Dawson era quello che voleva capire tutto. Noi pure. Solo che nel frattempo abbiamo scoperto che capire tutto non impedisce comunque di fare errori imbarazzanti, mandare messaggi alle 2 di notte e accettare lavori che ti promettono di farti crescere ma in realtà ti faranno solo piangere in bagno.
La nostalgia come espediente narrativo
«Sullivan’s Crossing» è una serie canadese creata da Roma Roth, tratta dai romanzi di Robyn Carr, andata in onda per la prima volta nel marzo 2023 sul network CTV e poi arrivata in streaming con le prime stagioni anche per il pubblico internazionale. In Italia è da poco disponibile in streaming su Netflix , dove è stata scoperta da quella fetta di spettatori che appena vede una locandina con boschi, occhi intensi e drammi familiari dice: «ok, questa la guardo stasera». Al momento la serie conta tre stagioni, con una quarta già annunciata per il 2026.
È un romantic-drama con sfumature medical e family, tradotto: gente che si ama, si evita, si cura, sbaglia e poi ci riprova ma in ordine casuale. Perché in questo riprovare, la serie piazza una quantità notevole di problemi piccoli ma mortali. Quelli che nella vita reale ti consumano più dei colpi di scena: l’acqua calda che non funziona, il frigo che decide di lasciarti mentre tu cerchi di salvare l’azienda di famiglia, le prenotazioni che saltano perché qualcuno pubblica un articolo che mette in discussione la sicurezza del campeggio, la banca che chiama e ti fa capire che «tradizione» è una parola romantica finché non deve confrontarsi con un mutuo.
Ecco, «Sullivan’s Crossing» funziona esattamente così: ti aggancia con una sensazione che conosci già. Perché è costruita per attivare un meccanismo psicologico molto preciso: quando sei emotivamente sovraccarico, cerchi storie che non ti tradiscono. Anche perché ha addosso una patina chiarissima da serie anni Novanta/primi anni Duemila ma senza fare da cosplay. E lo capisci già dal casting: c’è Chad Michael Murray, cioè l’ex fidanzato collettivo di «One Tree Hill» (in cui aveva recitato anche James Van Der Beek con una piccola parte) e c’è Scott Patterson, cioè Luke di «Una mamma per amica» (quello che ci ha insegnato che un uomo può amare e dirlo… cucinando e brontolando).
E poi c’è la sigla : quella che, invece di saltare dopo quattro secondi, ti fa provare ogni volta una voglia che credevi estinta, ovvero di ascoltarla tutta, fino alla fine. Un po’ come quando partiva « I Don’t Want to Wait », la sigla di «Dawson’s Creek», e tu restavi lì, ipnotizzata, perché era il rito d’ingresso nel magico mondo di Dawson e dei suoi amici.
L’arte di cavarsela da soli
Le vicende di «Sullivan’s Crossing» ruotano attorno a Maggie (Morgan Kohan). Maggie è la classica ragazza che dubita di tutto, soprattutto di se stessa. È quella che quando deve scegliere tra due cose fa una lista pro/contro, poi fa un’altra lista per capire perché la prima lista non le ha tolto l’ansia, poi chiama un’amica e alla fine decide… di rimandare.
Maggie è indecisa perché è stata educata a essere competente, non a essere felice. È la millennial perfetta: brava, performante, con una carriera, ma con un sistema emotivo che va in crisi appena qualcuno le chiede chi vuole essere davvero. E la serie te lo sbatte in faccia subito: è una neurochirurga «in ascesa» a Boston, ma si ritrova dentro un guaio legale non esattamente leggero: il suo capo viene accusato per frodi di fatturazione, lei finisce in una causa per negligenza e, all’improvviso, quella che doveva essere una vita impeccabile diventa una vita «a rischio reputazione».
Il rapporto con Sully (il padre) è il centro nevralgico della serie: lui è burbero, chiuso, pieno di silenzi. Lei è piena di frasi taglienti e di conclusioni affrettate. «Sullivan’s Crossing» in questo senso non è solo un «torno a casa», è «torno nel punto dove ho seppellito tutti i miei traumi». Perché quando una famiglia è un posto complicato, tu cresci con un superpotere: diventi bravissima a cavartela da sola. E quel superpotere poi diventa la tua prigione.
Maggie scappa quando le cose si fanno difficili: lo ha fatto col padre, lo rifà con la città, lo rifà con l’amore. E Sully, invece di essere «il padre che capisce», è uno che teme di essere rifiutato. Ci sono i soldi che non bastano, il campeggio che rischia di finire in pignoramento, e c’è anche un passato di dipendenze che torna a farsi sentire: Sully è un alcolista in recupero e quando la pressione sale (banca, debiti, paura di perdere la terra), lui vacilla.
E poi arriva Cal. Chad Michael Murray fa un lavoro perfetto: non è «il bello tenebroso» da meme, è il bello che balla e dice sempre la cosa giusta. Ha perso la moglie, quindi non ha bisogno di fare il macho . È uno di quei personaggi che non ti invadono con la loro personalità, ma ti fanno spazio. E Maggie, che ha vissuto per anni tra persone che le dicevano cosa era meglio per lei, davanti a uno così va in tilt. Perché il desiderio vero non è solo quello che ti fa battere il cuore: è quello che ti fa abbassare la guardia. La serie gioca benissimo con il classico «incontro antagonista» (ti infastidisce, quindi ti interessa: la tv ci conosce) e poi lo trasforma in presenza. Cal non è solo uno che fa cose al campeggio: è uno che compare nelle scene in cui Maggie sta per esplodere e, invece di chiederle spiegazioni, la accompagna.
Perché ci piace sapere già come andrà a finire
La funzione del campeggio con le casette di legno, l’aria di pace, il senso di comunità, in cui la serie è ambientata, è più di un semplice luogo geografico: è la fantasia di un posto dove non devi meritarti l’amore. Dove non devi arrivare con la presentazione PowerPoint della tua vita in cui mostri che quest’anno hai iniziato a fare terapia, hai migliorato la gestione dei confini e hai imparato a comunicare. Dove puoi essere storta, confusa, pure un po’ antipatica, e qualcuno ti dice lo stesso: vieni, siediti, mangia qualcosa. E la serie te lo dimostra anche con l’ambientazione: il diner di Rob che la sera diventa bar, la migliore amica Sydney che ti rimette in moto il sistema «noi due contro il mondo» e intanto ti racconta che la sua parentesi da modella è finita male. Ma anche e soprattutto quel modo non provinciale in cui la comunità viene mostrata: solidale, presente, più affettuosa che invadente.
Ed è qui che entrano in gioco altri due personaggi cardine: Frank ed Edna (Tom Jackson e Andrea Menard), che sono esattamente quegli zii senza figli che tutti vorremmo: caldi, presenti, con la saggezza di chi ti vede e non ti analizza. Non sono perfetti, ma promanano affetto senza farti l’interrogatorio. Nella vita vera una base sicura te la devi costruire, spesso a fatica, tra amicizie, relazioni, scelte. Nelle serie te la regalano in formato personaggi secondari, e tu li ami subito perché ti fanno venire voglia di entrare nella loro cucina e dire «oggi non ce la faccio».
La forza di «Sullivan’s Crossing» è che ti fa venire voglia di entrarci dentro. C’è spazio per immaginarti lì, a sorseggiare un caffè americano mentre mandi un vocale da cinque minuti in preda all’ennesima crisi esistenziale. Questo è il vero segreto delle serie comfort: ti fanno sentire desiderabile, come se ci fosse un posto anche per te in quel mondo. Timberlake incarna quel tipo di immaginario che nella vita reale ti farebbe venire voglia di aprire un B&B per ricordarti poi che non sai nemmeno gestire una pianta grassa. Ma nella serie funziona perché è un ecosistema. È la fantasia collettiva che noi, cresciuti tra individualismo e chat di gruppo, ci meritiamo.
E alla fine è questo che ci lega a prodotti seriali di questo tipo. Non il romanticismo, non il drama. È la promessa sottile che, anche quando sei confusa come Maggie, stanca come Sully o in cerca di equilibrio come tutti gli altri, c’è ancora la possibilità di sentirci accolti. E forse è per questo che, dopo una notizia che ci ricorda quanto veloce scorre il tempo, quanto labile sia il confine tra vita e morte, tra quello che abbiamo vissuto e quello che ci resta da vivere, finiamo per cercare storie come quella del campeggio. Perché non ti chiedono di rimanere incollato ad aspettare il colpo di scena. Ti chiedono solo di farti compagnia per un po’. E in certe sere, diciamolo, è esattamente quello di cui abbiamo bisogno.
