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Il teatro di Lorenzo Maragoni che mette al centro l’uomo e indaga i temi delle maschilità

Intervista. «Tipico maschio italiano» va in scena venerdì 19 giugno a Gorle. L’attore e autore propone un racconto che unisce ironia e autobiografia interrogandosi su consenso, violenza di genere e relazioni

Lettura 5 min.
(Foto Giulia Lenzi)

«Io non sono così». Davanti ai temi del consenso, della violenza di genere o delle relazioni, è spesso da questa convinzione che si parte. Ma cosa succede quando quella distanza rassicurante tra sé e il problema si riduce? Quando invece di guardare agli altri si prova a guardare a sé stessi?

Parte da qui «Tipico maschio italiano», il nuovo spettacolo di Lorenzo Maragoni che venerdì 19 giugno inaugura al Cineteatro Sorriso di Gorle la settima edizione di «Terre del Vescovado – Teatro Festival». Nato dall’unione tra Albanoarte Teatro ETS, che ne cura la direzione artistica, e l’Ente di Promozione Turistica Terre del Vescovado, il festival torna fino al 19 settembre con dodici appuntamenti ospitati nei comuni del territorio.

Tra stand up, autobiografia e poesia, l’attore e autore Maragoni costruisce un racconto che è anche un’indagine. Prima ancora di arrivare sul palco, il progetto ha attraversato gruppi di autocoscienza maschile, associazioni ed esperti che da anni lavorano sul tema delle maschilità. Il punto di partenza è la fine di una storia d’amore. Quello di arrivo è una domanda più ampia: quanto i modelli culturali con cui gli uomini sono cresciuti continuano a influenzare il modo in cui vivono il desiderio, la gelosia, il controllo, il rifiuto e il consenso? Più che cercare risposte definitive, «Tipico maschio italiano» prova a mettere in discussione una certezza: quella di sentirsi l’eccezione. Ne abbiamo parlato con Lorenzo Maragoni.

CD: In questo spettacolo scegli di mettere al centro della scena te stesso e le tue responsabilità. Come hai lavorato per evitare che il racconto sull’autocoscienza maschile diventasse un altro momento in cui un uomo occupa il centro della scena mentre altre soggettività restano sullo sfondo?

LM: È una domanda che mi sono fatto tante volte e che continuo a farmi. Una prima scelta è stata dichiarare esplicitamente questo rischio nello spettacolo. Non lo elimina, ma almeno rende visibile il problema. Se vogliamo fare un lavoro di prevenzione sulla violenza di genere e sul sessismo, dobbiamo riuscire a coinvolgere gli uomini. Ma come? Per me la risposta è stata parlare di me e della mia esperienza. Ho cercato una postura che fosse ascoltabile, lontana dal «io ho capito tutto e vi spiego come si fa», senza nemmeno però buttare tutto in caciara. Quello che spero renda lo spettacolo ascoltabile è un atteggiamento il più possibile vulnerabile e disarmato.

CD: Ti sei interrogato anche sul fatto che, da uomo, forse sei più ascoltato quando parli di questi temi?

LM: Sì, è una contraddizione che continuo a interrogare. Se da una parte penso che noi uomini dovremmo imparare a lasciare spazio e a non occupare e colonizzare ogni discorso, dall’altra è vero che spesso gli uomini sono più disposti ad ascoltare un altro uomo quando parla di questi argomenti. È una cosa che non mi piace, ma che esiste. Forse, mentre impariamo ad ascoltare di più le donne e le altre soggettività, possiamo anche usare questo privilegio per aprire delle brecce.

CD: C’è stato un momento in cui hai capito che qualcosa che consideravi normale era in realtà frutto di un privilegio? E come hai trasformato questa consapevolezza in racconto?

LM: Per come lavoro, il piano pubblico e quello privato sono intrecciati e la mia biografia è uno degli strumenti attraverso cui costruisco il racconto. Per me il punto di svolta è coinciso con la fine di una relazione di qualche anno fa. La persona con cui stavo mi ha fatto notare alcuni comportamenti che per lei non erano accettabili e mi sono trovato a riconoscere che aveva ragione. Da lì è iniziato un lavoro retrospettivo su me stesso. Avrei detto di non aver mai agito dinamiche di violenza psicologica, invece non era vero. Una volta preso atto di questa cosa ho pensato semplicemente che non volevo continuare a essere quell’uomo. Da una parte c’è stato il lavoro personale: la terapia, l’approfondimento, il confronto con la mia storia. Dall’altra il tentativo di trasformare questa esperienza in una testimonianza artistica, nella speranza che possa essere utile.

CD: Nello spettacolo parli di consapevolezza. Parte da senso di colpa o dalla presa di responsabilità?

LM: Per me il senso di colpa occupa uno spazio molto limitato. C’è dispiacere, ma soprattutto c’è assunzione di responsabilità. Non credo sia utile che gli uomini attraversino il mondo pensando di portarsi addosso una sorta di “peccato originale”, come se fossero irrimediabilmente colpevoli perché anche quella può diventare una forma di alibi. La questione è un’altra: possiamo cambiare. Se il senso di colpa diventa una spinta a modificare i propri comportamenti, allora può avere una funzione. Se invece si trasforma in vittimizzazione, smette di essere utile. Quando non si riesce a capire come comportarsi diversamente, è il momento in cui bisogna attivarsi, cercare strumenti, mettersi in discussione. Finché il disagio produce movimento va bene. Quando diventa una richiesta di compassione nei confronti degli uomini, allora rischia di riportare tutto al punto di partenza.

CD: Per scrivere lo spettacolo hai lavorato con associazioni e gruppi che si occupano di maschilità. Cosa ti ha colpito nel confronto con altre esperienze?

LM: Abbiamo lavorato con diverse realtà, tra cui Factanza, Retropalco, Osservatorio Maschile e Fondazione Libellula, e creato gruppi di confronto tra uomini in diverse città sui temi delle relazioni, del lavoro, della paternità e della cultura. Mi ha sorpreso la profondità degli scambi. Credo che esista una vergogna molto radicata quando si tratta di raccontare le proprie fragilità ed è una delle dimensioni meno visibili del patriarcato. Non la metto sullo stesso piano delle conseguenze che produce sulle donne, ma esistono anche delle gabbie in cui gli uomini imparano a stare: reprimere la tristezza, la vulnerabilità, perfino alcune forme di affetto. Vedere uomini di settant’anni e ragazzi di diciotto anni condividere le proprie esperienze mi ha lasciato una sensazione di speranza: che esista davvero un desiderio di cambiare questi modelli e di immaginare modi diversi di stare al mondo.

CD: C’è un linguaggio, un’intuizione o un elemento che secondo te ha facilitato il dialogo con il pubblico maschile?

LM: Credo di sì. La sensazione che ho è che il dialogo esista, ma che sia spesso sotterraneo. Più che attraverso dichiarazioni esplicite, passa da una forma di riconoscimento. Uno degli strumenti che penso funzionino è l’umorismo, nella prima parte lo spettacolo è piuttosto giocoso e questo permette di abbassare le difese. Mi interessa che il pubblico maschile non percepisca chi parla come qualcuno arrivato lì per accusare, smascherare o condannare, ma come una persona che si mette sullo stesso piano. L’altro elemento è che lo spettacolo non parla genericamente degli uomini. Poteva partire da un caso di cronaca o da un discorso teorico sul maschile, invece parte da me. Dal momento in cui racconto errori, contraddizioni e responsabilità personali, credo diventi più facile riconoscersi e pensare: «Questa cosa è successa anche a me». Se l’umorismo serve ad aprire una porta, forse la vulnerabilità serve a far entrare qualcosa dopo che quella porta si è aperta.

CD: Qual è la domanda che continui a portarti dietro facendo questo spettacolo e alla quale non hai ancora trovato una risposta definitiva?

LM: Le domande più importanti, per me, continuano a riguardare le relazioni e l’ “amore”, metto volutamente le virgolette attorno a questa parola. Le dinamiche che ho riconosciuto in me sono cose su cui lavoro continuamente, eppure non ho la sensazione di essermene liberato una volta per tutte. Non penso di poter dire: «L’ho capito, è risolto». Anzi, proprio perché in passato ho creduto di aver compreso certe cose e poi mi sono ritrovato a ripetere alcuni schemi, oggi cerco di essere molto prudente. Mi chiedo quanto ancora siamo condizionati dalle narrazioni romantiche che abbiamo ereditato, dall’idea di coppia, di possesso, di gelosia, di monogamia, di famiglia. Soprattutto: come si fa a liberarsene davvero? Mi piacerebbe pensare di aver fatto dei passi avanti, ma cerco di mantenere alta l’attenzione, una forma di vigilanza consapevole.

CD: In un momento in cui ai progressi del femminismo corrispondono anche forti reazioni antifemministe, quale responsabilità hanno gli uomini più consapevoli?

LM: Continuare a esercitare uno sguardo critico su se stessi e imparare a sostenere anche quella rabbia che spesso preferiremmo non ascoltare. Perché è una rabbia che ha delle ragioni. Dovremmo smettere di delegittimare le diverse espressioni del femminismo, è un discorso che si sente spesso: «Sì, però quel femminismo è troppo arrabbiato», oppure «espresso così fa più danni che altro». Penso che questa sia una posizione problematica, perché se esiste una rabbia femminista, ci sono motivi storici e politici concreti. La responsabilità degli uomini è imparare a starci dentro senza pretendere di stabilire quali siano i toni giusti e continuare a cercare forme di comunicazione efficaci con altri uomini. Alla fine la domanda è molto concreta: tutto questo ci sta portando verso una diminuzione della violenza oppure no? Se la risposta è no, bisogna avere l’onestà di interrogarsi sugli strumenti che stiamo usando.

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