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«Le supplici» di Euripide. Tutta l’attualità della tragedia greca

Articolo. Continua la stagione «Il teatro che fa centro» al TNT di Treviglio con lo spettacolo «Supplici» di ATIR Teatro Ringhiera, con la regia di Serena Sinigaglia. Il 14 febbraio alle ore 21 un coro di sette attrici porterà sul palco la tragedia di Euripide, invitandoci a riflettere sulle posizioni morali e politiche che affrontiamo da sempre

Lettura 4 min.
(Serena Serrani)

Il saggio retaggio delle tragedie greche continua a risuonare con forza nel tessuto dei giorni moderni, rivelando una sorprendente pertinenza nei confronti della contemporaneità. Nel dramma classico «Le supplici» di Euripide emergono tematiche universali che si intrecciano con le complesse dinamiche del nostro tempo. I temi intrinseci alla tragedia, quali il conflitto tra democrazia e tirannia, il ruolo cruciale delle donne nella società e la ricerca incessante della giustizia si manifestano con una straordinaria attualità, suscitando nel fruitore contemporaneo una profonda e tangibile risonanza.

Tragedia greca rappresentata per la prima volta tra il 423 e il 421 a.C., «Le supplici» narra la storia delle madri degli eroi argivi morti nell’assedio di Tebe. Le donne supplicano, appunto, il re ateniese Teseo affinché le aiuti a recuperare i corpi dei loro figli per dar loro una degna sepoltura, dato che i tebani rifiutano di restituire i cadaveri. Nonostante l’intervento dell’araldo tebano che cerca di impedire l’interferenza di Teseo negli affari di Tebe, il re ateniese avvia un dialogo in cui difende i valori di Atene, quali democrazia, libertà e uguaglianza, contrastandoli con la tirannide di Tebe.

La guerra tra Atene e Tebe sembra inevitabile, ma alla fine Atene vince e i cadaveri vengono restituiti. Il re di Argo, Adrasto, pronuncia un discorso commemorativo per onorare i caduti, mentre il rogo di Capaneo, uno degli eroi argivi, viene allestito separatamente per onorare la sua morte causata dal fulmine di Zeus. La moglie di Capaneo, Evadne, non sopportando la separazione dal marito, si getta sul rogo in fiamme. Alla fine, con l’intervento di Atena, Teseo e Adrasto vengono impegnati con un giuramento solenne per un’eterna alleanza tra Atene e Argo.

Nella versione diretta da Serena Sinigaglia, tradotta da Maddalena Giovannelli e Nicola Fogazzi, con la drammaturgia di Gabriele Scotti, il testo mette in luce il crollo dei valori umanistici, il trionfo della forza, e l’ambiguità dilagante che caratterizza l’attuale periodo storico, insieme al predominio del narcisismo e della superficialità. Questi elementi, presenti nell’antica narrazione, echeggiano nel contesto dei giorni presenti, fatti di momenti stranianti e strazianti. In particolare, secondo lo sguardo della regista, l’analisi della democrazia ateniese proposta da Euripide solleva interrogativi critici sulla natura stessa della governance democratica. La rappresentazione della democrazia come un populismo distorto, che nega i suoi stessi valori fondamentali a favore dell’oligarchia, offre uno spunto di riflessione sulle dinamiche politiche contemporanee.

Il dramma delle madri supplici, determinate a ottenere giustizia per i propri figli caduti, incarna il dolore universale e la ricerca di umanità in un contesto di guerra e distruzione. Il loro viaggio di lutto diventa anche un’opportunità per esplorare le ragioni politiche che hanno portato alla morte dei loro cari. L’adattamento moderno di Serena Sinigaglia, con sette attrici che interpretano le madri – Francesca Ciocchetti, Matilde Facheris, Maria Pilar Pérez Aspa, Arianna Scommegna, Giorgia Senesi, Sandra Zoccolan, Deborah Zuin – trasforma il rito funebre in un atto di memoria attiva. Attraverso la loro partecipazione al processo di ricostruzione e comprensione, racconta la regista, le donne emergono come agenti cruciali nel tentativo di preservare e recuperare i valori dell’umanesimo.

In un mondo dove passato e presente si intrecciano creando meccanismi ciclici, «Le supplici» continua a offrire una linea guida, invitandoci a riflettere sulle posizioni morali e politiche che affrontiamo da sempre. Ne abbiamo parlato con Serena Sinigaglia.

CD: Una tragedia greca poco rappresentata, forse per le visioni contrastanti ma, come spesso accade con Euripide, ancora estremamente attuale. Perché hai scelto di portare in scena quest’opera in particolare?

SS: “Supplici” presenta un impianto diverso da quello naturale della tragedia del ciclo ellenico. Soprattutto se si guarda alla produzione di Euripide. Siamo di fronte a un ragionamento politico, una stringente analisi sul valore della democrazia e sulle sue endemiche contraddizioni. Apparentemente poco teatrale, dunque. Ed è stata proprio questa sua natura particolare ad attrarmi. Sentivo quanto mai urgente per la nostra epoca ragionare attorno ai temi che Euripide propone e che con così tanta forza vediamo ogni giorno concretizzarsi nelle nostre vite.

CD: Euripide riflette anche sul senso della democrazia. Le tematiche affrontate – tra cui amore, libertà, volontà di supremazia – sono contemporanee nella storia dei secoli perché legate alla natura dell’uomo. Quali sono i principali interrogativi a cui hai voluto dare voce?

SS: Potrà mai l’uomo costruire un sistema solido, fondato sul rispetto reciproco, sull’uguaglianza nei diritti e nei doveri, su equità e accoglienza? L’istinto alla supremazia è endemico della natura umana? Come si fa a superare la logica della guerra, la legge del più forte, la corruzione di stato? Su quale tratto della nostra natura di “umani” dovremmo intervenire?

CD: Un testo il cui personaggio principale è corale. C’è un “noi”: le supplici sono donne, madri, unite da una volontà comune. Anche in questo caso, risuona con l’oggi nel concetto di sorellanza… cosa ne pensi?

SS: Da sempre perseguo un teatro corale. Il coro è uno spaccato di società. Nel confronto tra l’individuo singolo e il corpo sociale possiamo vedere meglio chi siamo e dove stiamo andando. Il teatro è esperienza corale fin dalle sue origini, come ben ci mostrano i tragici greci. La particolare attenzione all’universo femminile e al suo punto di vista nella storia mi riguarda certamente in quanto donna, ma non solo. La centralità della donna in quanto generatrice di vita è il punto di partenza e di arrivo per comprendere e mutare comportamenti e sorti della specie umana.

CD: E Teseo?

SS: Teseo è un campione della democrazia, ne incarna le luci e le molteplici ombre. È il brillante interprete di un sistema sempre giovane che, rendendoti partecipe, ti fa credere di farne parte. Ma è davvero così? O è solo un modo più persuasivo per convincere le masse ad obbedire ai “pochi”?

CD: Come avete lavorato alla drammaturgia?

SS: Abbiamo lavorato a una nuova traduzione che imprimesse alla lingua un impatto più contemporaneo. Abbiamo sfrondato la tragedia delle parti più celebrative e apologetiche per andare al cuore del dilemma politico e filosofico che Euripide pone: persino le supplici, madri indifese di guerrieri morti, nel chiedere la restituzione dei corpi dei propri figli, contribuiscono all’avvento di una nuova guerra per recuperarli. Come possiamo uscire da questo circolo vizioso? Abbiamo cercato nella storia frammenti di altri intellettuali che si sono posti la stessa domanda e li abbiamo inseriti con grande naturalezza nel flusso già tracciato da Euripide. Macchiavelli, Cioran, Platone, per citarne qualcuno.

CD: E con le attrici come hai costruito la regia?

SS: Si tratta di sette attrici di grande esperienza e bravura. Non è stato difficile. Hanno capito l’importanza della coralità, il significato politico, il gesto artistico, quella significativa rinuncia all’“ego” che si fa militanza. Canto, danza e personaggi sono poi venuti di conseguenza.

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