Nel fine settimana che circonda il Giorno della Memoria, la provincia bergamasca ospita una serie di appuntamenti teatrali che invitano a riflettere sul significato pubblico e politico del ricordare. Memoria come conservazione del passato, ma anche come pratica critica, che permette di interrogare le forme storiche e contemporanee della violenza e di riconoscerne le continuità.
Ricordare serve a mettere in luce i meccanismi attraverso cui si costruiscono gerarchie, esclusioni e processi di disumanizzazione, mostrando come genocidi, deportazioni e politiche di annientamento non siano eventi isolati, ma il risultato di sistemi di potere e di narrazioni che si ripresentano nel tempo. In questo senso, la memoria diventa uno strumento per leggere il presente, smascherare la retorica dell’inevitabilità e opporsi alla normalizzazione della violenza.
In un contesto globale segnato dal riemergere dei conflitti e da nuovi squilibri, il lavoro culturale sulla memoria aiuta ad assumere il valore di una responsabilità collettiva. Il teatro diventa uno dei luoghi in cui la memoria prende corpo e voce. Non come ricostruzione distante, ma come esperienza che interroga il presente attraverso storie di prigionia, di scelte morali, di eredità difficili da raccogliere. Di seguito, una selezione di appuntamenti teatrali che, con linguaggi diversi, affrontano questi temi in occasione del Giorno della Memoria.
Domani, sabato 24 gennaio, la memoria attraversa la provincia bergamasca in forme diverse, ma tutte accomunate da uno sguardo ravvicinato sulle vite, sulle scelte e sulle eredità lasciate dalla guerra. Al Teatro Caverna, nel quartiere Grumellina, alle 21 va in scena «Petter – Prigioniero politico». La scena si restringe fino a coincidere con lo spazio angusto di una cella: è lì che prende forma la vicenda di Petter Moen, protagonista della Resistenza norvegese, arrestato nel 1944 e rinchiuso nel carcere di Oslo dalla Gestapo. Durante la detenzione Moen incide le parole su ciò che ha a disposizione — carta igienica, una punta di metallo, il buio — dando vita a un diario clandestino, nascosto nella presa d’aria della cella. Pagine che restituiscono la quotidianità della prigionia politica, fatta di paura, umiliazione, speranza e senso di colpa. Moen non sopravviverà alla deportazione: morirà nell’affondamento della nave Westfalen. Il diario, ritrovato dopo la guerra, diventerà una delle testimonianze più forti sulla prigionia sotto il nazismo. Nella forma di un concerto-performance, Simone Azzu e Martino Corrias attraversano quello spazio chiuso con suoni naturali, elettronica e voci spezzate, mettendo in scena il conflitto tra il pensiero imprigionato e la necessità, ostinata, di restare vivi.
Sempre domani alle 21, al Teatro Fondazione Rubini di Romano di Lombardia, deSidera Teatro propone «Là dove finisce il buio», spettacolo che riporta lo sguardo sulla Resistenza bergamasca scegliendo la via dell’intimità. È dicembre 1943 e in una cella di carcere Don Bepo Vavassori affida a un monologo, che è insieme diario e preghiera, il racconto della propria vita: l’infanzia, la guerra, l’incontro con Ungaretti, la nascita del Patronato San Vincenzo, gli anni dell’occupazione nazista. Accanto a lui, in una cella vicina che resta invisibile, c’è l’amico Don Antonio Seghezzi, arrestato per aver aiutato i giovani renitenti alla leva. Le loro voci si intrecciano idealmente a quelle di altre figure della Resistenza locale, come Betty Ambiveri e Don Andrea Spada, componendo una memoria fatta di relazioni, scelte quotidiane e responsabilità. Scritto da Marialuisa Miraglia e interpretato da Stefano Panzeri, lo spettacolo racconta una resistenza che passa dall’agire concreto e dalla fedeltà a un’etica della cura.
Ad Alzano Lombardo al Teatro degli Storti, alle 21 di domani, la rassegna «Young Adult» di Pandemonium Teatro affronta il tema della memoria familiare e delle sue zone d’ombra. In «Wolfszeit. Il tempo dei lupi», una figlia tenta di ricostruire la biografia del padre, che da giovane combatté con l’esercito tedesco durante la Seconda guerra mondiale e che per tutta la vita ha scelto il silenzio. Lettere, fotografie, documenti e una canzone — «Lili Marlene» — diventano frammenti di un’indagine che interroga il peso delle eredità non dette e il modo in cui il passato continua a influenzare il presente. Lo spettacolo, firmato da Gianluigi Gherzi e Swewa Schneider, non cerca assoluzioni, ma apre domande scomode: cosa ci viene trasmesso, anche quando nessuno parla?
Altro appuntamento della giornata di domani, alle 20.45 al Cineteatro Qoelet di Redona con «Omaggio a Käthe Kollwitz», nell’ambito della rassegna «PrendiNota». Artista capace di raccontare come poche altre la tragedia della guerra e il dolore dei civili, Kollwitz viene ricordata attraverso immagini, parole e musica in un incontro che intreccia arte e impegno. In scena Eliana Como, voce e ricerca femminista, e Letizia Elsa Maulà al clarinetto, in un dialogo che restituisce all’arte la sua funzione più radicale: testimoniare, denunciare, ricordare.
Domenica 25 gennaio gli spettacoli si aprono anche al pubblico più giovane, senza rinunciare alla complessità. Il teatro per bambine e bambini diventa uno spazio in cui le domande sul passato si trasformano in immagini, simboli e storie capaci di affrontare guerra e discriminazione, lasciando aperta la possibilità di un risveglio. Alle 16.30, al Teatro di Loreto, all’interno della rassegna «Il Teatro delle Meraviglie» di Pandemonium Teatro, va in scena «La bambola bionda e la bambola bruna». La scena è quella di un negozio di giocattoli, dove una donna scopre un baule e un vecchio diario scritto da una bambola dai capelli scuri. Attraverso quelle pagine riaffiora il ricordo di un tempo in cui l’armonia tra i giocattoli venne spezzata dall’arrivo della guerra e dall’imposizione di una gerarchia, ma la fiaba non si ferma alla ferita e torna a ricordare quanto la diversità sia un dono. Scritto da Lisa Ferrari e interpretato da Giulia Manzini, lo spettacolo accompagna bambine e bambini dai 4 ai 10 anni in un primo incontro con il tema della memoria, affidandosi alla forza semplice e radicale dell’immaginazione.
Sempre rivolto al pubblico più giovane è «Il treno dei bambini», proposto da Teatro Prova (domenica al Teatro San Giorgio) all’interno della rassegna «Giocarteatro». Ispirato al racconto per ragazzi «Il segreto di Mont Brulant», lo spettacolo assume la forma dell’avventura e del mistero per raccontare la scoperta, da parte di un bambino, di una pagina dolorosa della storia che gli è stata tenuta nascosta. Attraverso il viaggio e l’indagine emergono i temi della follia della razza pura e dello sterminio dei “diversi”, affrontati con un linguaggio accessibile ma mai semplificato. Un modo per introdurre le nuove generazioni a una memoria che non può essere rimossa, ma va accompagnata e condivisa.
Nel pomeriggio di domenica la riflessione si sposta su un altro spazio di esclusione: il carcere. All’Auditorium Modernissimo di Nembro va in scena «Ma l’amore no», spettacolo sull’affettività ideato e realizzato all’interno della Casa di Reclusione di Saluzzo, nell’ambito del progetto teatrale di «Voci Erranti Onlus». A partire dalla domanda semplice e radicale «m’ama o non m’ama?», un gruppo di detenuti riflette sul rapporto tra reclusione e legami affettivi, dando vita a una restituzione intensa e commovente del proprio vissuto, in cui la memoria passa anche dal corpo, dalle relazioni e dal desiderio di essere ancora riconosciuti come persone.
Il percorso di questo lungo fine settimana dedicato alla memoria si chiude martedì 27 gennaio con uno sguardo che si sposta dal corpo delle persone a quello, fragile e simbolico, delle opere d’arte. Al TNT – Teatro Nuovo Treviglio, alle ore 21, deSidera Teatro presenta «La lista. Salvare l’arte: il capolavoro di Pasquale Rotondi», spettacolo di e con Laura Curino, con la collaborazione alla messa in scena di Gabriele Vacis. In scena prende forma una delle storie straordinarie e poco conosciute del periodo bellico. Cinque anni, tre mesi e otto giorni: tanto dura l’impresa silenziosa di Pasquale Rotondi, soprintendente apparentemente ai margini delle decisioni politiche, uomo comune nella vita quotidiana, marito e padre attento, funzionario scrupoloso. Sotto questa normalità si nasconde però una figura capace di assumersi una responsabilità enorme: salvare quasi diecimila opere d’arte italiane dalla razzia nazista e dalla distruzione della guerra, spesso in totale autonomia, talvolta contro gli ordini ricevuti, mettendo a rischio la propria sicurezza e quella della sua famiglia. Laura Curino restituisce questa vicenda come un racconto di scelte difficili e di azioni concrete, lontano dalla retorica dell’eroismo ma profondamente politico.
Nel loro insieme, questi appuntamenti compongono una mappa irregolare della memoria: fatta di voci singole, di gesti minimi, di storie che non cercano di chiudersi in un messaggio univoco. Il teatro non offre risposte, ma apre spazi di ascolto e di attrito, in cui il passato smette di essere una superficie pacificata e torna a interrogare il presente. È in questo scarto, fragile e necessario, che la memoria continua a esercitare la sua funzione più profonda: non consolatoria, ma capace di rendere visibili le responsabilità, le scelte e le possibilità che attraversano ogni tempo.
